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Perturbazione: Parole allo specchio

Inizia in nome della tecnologia la chiacchierata con Gigi Giancursi, chitarra e composizione della band che ha recentemente perturbato il mondo del rock più user friendly, quello che impudicamente potremmo chiamare pop e che i Perturbazione vorrebbero fondere con la tradizione cantautoriale. Comincia con una mancanza, quella di uno dei due inquisitori, a cui l’affanno e la scarsa usabilità di una videoconferenza impediscono di partecipare in principio allo scambio di vedute. Termina con un arricchimento, per chiunque voglia resistere fino alla approfondite battute di recupero, che la tecnologica impreparazione non è più stata in grado di impedire.
Spiegazioni logistiche a parte, non si può evitare di cominciare col chiedersi cosa ci possano fare i Perturbazione su HMP (l’intervista è stata originariamente realizzata per la webzine di musica estrema HMP (R.I.P.) NdR). Probabilmente stanno lì a costituire una frontiera, un confine a quello che è estremo, ma che, a sorpresa, è proprio dalla parte opposta di quella in cui lo si cerca di solito. Come potrà sentirsi allora il Perturbazione Giancursi al contatto con tale pubblico?

Guarda, io in realtà ho passato i miei 16 anni ascoltando metal, quindi mi sento molto preparato sull’argomento, ma mi rendo conto come il gruppo in generale non sia quello più adatto agli ascoltatori metal.

Che faccia faranno dunque, di fronte alla musica dei Perturbazione, se il primo commento alla vostra recensione è stata una faccina bianca impassibile?
(ride) Una faccina bianca perplessa è l’espressione più appropriata che mi viene in mente! Te lo dico essendo stato un ascoltatore di gruppi come Iron Maiden, Metallica, Megadeth – ad esempio penso che ancora oggi Rust In Peace sia uno dei migliori dischi partoriti da quel genere – ma non essendomi mai limitato a questo, dipende dunque anche dall’interdisciplinarietà di chi ascolta. È chiaro che per chi ascolta solo metal non sarà facile apprezzare i Perturbazione. Anche se bisogna dire che con un mio amico con cui ero solito comprare i vinili, andavamo sempre alla ricerca del pezzo lento, quello che era spesso presente in questo tipo di dischi. Bisogna ammettere che alcuni gruppi, come ad esempio gli Scorpions o i Metallica, avevano una grande capacità di creare delle ballad.
Lo stesso non si può dire per gli altri componenti del gruppo, che hanno avuto sempre altri tipi di ascolti, mentre io, che già al tempo ascoltavo altre cose, ho proseguito il mio percorso, recuperando anche ascolti che avevo perso nei periodi precedenti.

Almeno all’interno del gruppo possiamo dire di aver pescato bene!
Sì, la pecora nera! (ride)

Dunque in questa situazione, di chi è stato l’errore? Nostro per avervi voluti qui, vostro per aver pubblicato un disco che può piacere anche a chi è solitamente distante dalle vostre sonorità oppure del pubblico che, piuttosto che ascoltare buona musica, crea dei problemi di genere?
Non vorrei sembrare troppo diplomatico, perché nella vita di tutti i giorni non lo sono, però penso che la musica faccia parte del percorso di crescita/decrescita personale, quindi l’errore potrebbe essere di chiunque, ma in realtà non è di nessuno, si tratta semplicemente di un incontro. Non credo che esista una persona che nella vita ascolta solo metal o solo un altro genere (sicuro? NdR), anche perché viviamo in un mondo in cui siamo bombardati di musica, è impossibile essere impermeabili a quello che ci viene proposto. Ad esempio, sociologicamente io da ragazzo appartenevo alla fascia dei metallari, perché ho avuto la sfortuna di vivere in un mondo in cui c’erano i paninari, che io detestavo. Quando hai 16-17 vedi il mondo in bianco o nero, per reazione ai paninari dovevi per forza fare qualcosa della tua vita, vestirti e sentire le cose in modo diverso.
Oggi invece le distinzioni sono molto più labili, i metallari sono diventati un carrozzoni da MTV. Una volta certi gruppi non permettevano che i media si interessassero a loro, quello che una volta era underground e richiedeva grande impegno per essere scoperto, oggi è alla portata di tutti, come la merce in un supermercato. È una massificazione di nicchia. Seguendo questo filo conduttore, forse sono più coerenti gruppi come il nostro che tentano comunque di arrivare ad un pubblico maggiore, pur non essendo così facile trovarli negli scaffali di un supermercato. Poi, dovesse succedere, ben venga, nessuno andrà a mettere le bombe in un centro commerciale.

Il nu metal sembra una dimostrazione di queste contraddizioni.
Assolutamente. Non ho più seguito certi gruppi nella loro storia, ma credo che oggi per una persona che voglia ascoltare questo “metallo pesante”, che ti entra dentro e che ti fa uscire la rabbia, si tratti solamente di una questione estetica, dato che tutto quello che ci gira intorno, come in tutti gli altri campi, è stato monetizzato. Credo che l’ultimo grande fenomeno a mostrare un certo tipo di mentalità siano stati i Nirvana, che a loro volta sono stati ri-fagocitati fino a decretare la morte del loro cantante. Credo siano stati loro a esprimere quello che il metal aveva seppellito: se ascolti metal è facile che, prima o poi, ti venga la voglia di suonare, ma chiaramente il livello tecnico di molti gruppi è inarrivabile e questo è frustrante. Mentre i Nirvana, che con 3 accordi creano una canzone, arrivano a dire che se hai qualcosa da dire, puoi farlo comunque. Io credo di aver preso quel treno lì, non sono un bravo chitarrista, ma se posso lo stesso suonare senza fare 14 note in mezzo secondo, alla fine chi se ne frega. Il metal mi ha deluso per quello, a un certo punto sembrava che si dovesse fare a gara per stabilire chi era più muscoloso, più forte e più bravo, un po’ come avviene per i jazzisti.
[PAGEBREAK] Quindi siete un po’ punk, voi.
Nell’animo molto di più di quanto non si senta nella musica! Questo è un po’ l’effetto del rimescolamento delle cose a cui abbiamo assistito.

Invece dell’ascoltatore tipico dei Perturbazione che ci dici?
È una domanda a cui non riusciamo neanche noi a darci una risposta. Effettivamente abbiamo una certa trasversalità negli ascolti: ci è capitato di conoscere tra i nostri ascoltatori ragazzi piccoli di età, così come i loro genitori, oppure metallari o persone che al di fuori delle radio non ascoltano musica. Questa trasversalità mi piace molto, forse deriva dal fatto che anche noi all’interno del gruppo siamo molto assortiti come ascolti.

Com’è dunque il componente tipico dei Perturbazione?
Siamo appunto sei persone molto diverse. Elena ad esempio suona il violoncello e viene dagli studi di conservatorio, ma li ha lasciati perché pensava che potessero soffocare quella scintilla musicale che ha una persona, invece di incentivarla, dato che spesso in quegli ambienti viene addirittura impedito di creare una melodia musicale. Quando si è unita a noi non sapeva nemmeno chi fossero i R.E.M., poi si è messa alla pari.
Tommaso, il cantante, ha vissuto l’adolescenza in una specie di collegio e si porta dentro questo aspetto, con una fratellone maggiore che ascoltava tutto il dark, dai Cure ai Bauhaus, quindi ha ereditato la strada del fratello, avendo un percorso più semplice, poiché partiva già da un punto di riferimento.
Rossano si è occupato di musica da sempre, tanto che scrive oggi su di un giornale musicale. La domanda che ovviamente ci fanno sempre è come ci si senta a suonare con un critico musicale in gruppo e se siamo favoriti per questo. La nostra risposta è che suoniamo da 15 anni, non può quindi essere così. Inoltre Rossano ha sempre separato moltissimo i due aspetti, se qualche malalingua vuole credere diversamente, che lo faccia pure.
Infine c’è Stefano, che anche lui ha bazzicato sempre nel mondo della musica.
Per farla breve il nostro denominatore comune è sempre stato la musica, che ha sempre costituito il 90% delle nostre vite, ne abbiamo fatto una religione. Mi piace pensare che ci siano soltanto 2 cose che possono cambiare la vita delle persone: la religione e la musica, dato che in entrambi i casi riescono a far cambiare alle persone il modo in cui si vestono. La musica è una sorta di religione laica e questo è molto bello, per il mio modo di vedere.

La Corte Suprema americana ha appena dato ragione alle major nella questione sul p2p, ossia anche creare uno strumento utilizzabile per fini illegali può essere illecito. La soluzione di tutti i mali della musica sta nell’iPod?
Basterebbe dare uno sguardo alle società produttrici di lettori mp3, capire che sono le stesse che hanno in mano l’industria discografica, per rendersi conto che anche la musica oggi rientra a fare parte di quella miriade di contraddizioni che caratterizzano la società contemporanea la cui colpa viene sempre scaricata sull’utente finale decolpevolizzando la situazione che ha creato l’occasione che rende l’uomo ladro. In ogni caso, la tecnologia tende ad uniformare il contenitore e a non distinguere più i vari contenuti. Pensiamo alla televisione e all’accozzaglia di programmi che sono sempre di più la fotocopia degli stessi format. La stessa cosa vale per la musica. Se si pensa alla differenziazione delle hit da classifica di anche solo vent’anni fa, viene da domandarsi a quale punto di cottura sia arrivata la musica oggi. Quando i feticisti del collezionismo di mp3 capiranno: a) di essere dei privilegiati perché sono solo una minoranza e non rappresentano l’orientamento generale della musica b) che quell’insieme di informazioni digitali non hanno tutte la stessa importanza, ma alcune spingono al sogno, altre all’addormentamento celebrale – allora la musica si prenderà la propria rivincita, anche temporanea, sulla sua commercializzazione e latrocinio. Per spiegarmi meglio, siccome ho lavorato per un po’ di anni con persone affette da problemi mentali, alla fine mi sono fatto l’idea che una vera e propria soluzione non c’è. Si cercano panacee temporanee oppure metodi di contenzione per arginare questo fenomeno. La musica è un po’ la stessa cosa. La si cerca di imbrigliare in leggi, commercio, supporti fisici, ma quella torna sempre da dove è sbucata, cioè dal nostro stesso mistero.

Il vostro sito è molto dedicato all’interazione e ai fan, i due link più importanti portano a Perturba-Zone e al blog. Si tratta di una scelta ben precisa? Chi li segue maggiormente tra di voi?
Mi sono fatto carico nel tempo di seguire un po’ maldestramente e con lo spazio che riesco a ritagliarmi la nostra presenza su internet. Un po’ perché il fenomeno mi ha sempre affascinato e un po’ perché penso che un gruppo musicale sia un po’ per definizione un tentativo di aprirsi al mondo circostante. E poiché oggi anche internet può essere letto anche in questa dimensione, un blog è un posto in cui si possono offrire delle idee e degli spunti di riflessione da noi verso l’esterno e una community un posto in cui l’esterno riesce a contaminare il gruppo stesso.
[PAGEBREAK] Come percepite il rapporto con il pubblico, sia in generale, in quanto musicisti, che nel momento della canzone, in quanto musicisti che cantano di sentimenti e ricordi personali? Non vi capita mai di pensarlo come un’intrusione di un estraneo in un mondo che tutto sommato non gli appartiene; o piuttosto, a ben guardare, tutto sta in una buona dose di egotismo, ben nutrita?
Assolutamente no. Forse non faremo mai una canzone che contenga il pin di un nostro bancomat – anche se sarebbe un’amara sorpresa per l’ipotetico ladro – però non è detto che per venire in contatto con qualcun altro occorra per forza fare dei proclami politici o declamare versi rivoluzionari. In questo siamo forze esistenzialisti, una corrente filosofica che non è mai riuscita ad entrare profondamente nella cultura contemporanea, per quanto se ne dica. È sempre stata risucchiata dalla politica o si è trasformata in qualunquismo oppure in edonismo egoistico.

Partendo da questo punto di vista, l’universo Perturbazione non rischia di essere autoreferenziale e in un certo senso tagliare i ponti con l’esterno, gli altri? Forse che paradossalmente la “fatica di riconoscersi” in questo modo diventi ancora di più, rinchiudendosi nei propri dolori o felicità?
Tommaso, il cantante, usa una metafora che è affascinante. A volte, dice, la musica che si guarda l’ombelico, non è necessariamente il sintomo di una chiusura. D’altronte chi taglia veramente i ponti con il mondo, non scrive, non fa cinema, non suona, e non ne avremo mai notizia, no?

Mi vengono in mente gli Offlaga Disco Pax, di cui Tommaso parla nel blog: anche loro bene o male parlano di ricordi, emozioni, spesso d’amore. Eppure, nonostante le “madeleine” del caso, i punti di partenza, siano completamente diversi, finite spesso per parlare, tutti e due i gruppi, di ricordi; quasi che tutto si giochi lì. È proprio così o è solo un’impressione e quella specie di “chiamata alle armi” di Jukka Riverberi di Giardini di Mirò e Offlaga Disco Pax stesso va proprio in quella direzione, in un impegno, anche politico, concreto, e in prese di posizioni ben delimitate, al di là della proposta culturale/musicale del caso?
Io credo che in questi ultimi anni si può essere sinceri solo se si riesce a descrivere in qualche modo la situazione che si ha intorno. Il nuovo punk probabilmente non si svilupperà in Europa, il treno è passato. I cantori del nostro tempo sono un po’ come l’orchestra che suona sul Titanic mentre affonda tra i flutti. La musica si fa consolatoria. Resta da capire se sia possibile trovare un nuovo approccio alla descrizione del mondo intorno. E questo lo vedremo tra qualche tempo.

La prima impressione è che i Perturbazione di “Canzoni Allo Specchio” siano in qualche modo più malinconici, o quantomeno questa tristezza la lascino ciondolare di più: in qualche modo la vostra musica funziona da esorcismo o catarsi del caso o il dolore in fondo è sempre lì? Ovverosia gli schiamazzi notturni che vi perseguitano hanno allentato la presa grazie alle vostre canzoni?
Qualche anno fa Nanni Moretti ha reso celeberrima la scena in cui chiede all’ennesimo critico cinematografico che ha recensito meravigliosamente Henry Pioggia di Sangue, come faccia ad addormentarsi e con quale faccia si possa specchiare al mattino. I nostri genitori ci hanno insegnato a doverci guardare in faccia senza sensi di colpa. Purtroppo nel mondo contemporaneo mi sono chiesto tante volte se la realtà non sia esattamente al contrario. Io a volte dormo male la notte, e non ho niente da nascondere con nessuno, Previti secondo me invece dorme benissimo. Vuol dire che c’è qualcosa di sbagliato. L’inquietudine sembra essere la costante.

Passiamo alle singole canzoni. Cominciando magari dalla più discussa, quella “Se Mi Scrivi” che fin dal titolo provoca qualche turbamento. Il riferimento agli SMS è un aggancio verso gli ascoltatori più giovani oppure dobbiamo proprio rassegnarci al fatto che sia una componente fondamentale della nostra cultura?
La storia di “Se Mi Scrivi” è completamente diversa a quella di tutte le altre canzoni del disco. Avevo organizzato personalmente delle serate in un locale di Brugliasco, vicino Torino, in cui avevo coinvolto una serie di persone a suonare con la chitarra acustica, ad esempio sono venuto Paolo Benvegnù e Davide Toffoli dei Tre Allegri Ragazzi Morti. Per fare da traino alla serata avevo deciso di partecipare anche io, così ho fatto un pezzo di Nick Drake, provando a cantarlo in italiano, e poi il pomeriggio stesso ho composto una canzone “usa e getta” appositamente per quella serata. Gli altri del gruppo, presenti anche loro alla serata, mi hanno proposto di metterla sul disco, nonostante la ritenessi soltanto una canzone “usa e getta”, per questo suo appeal immediato e per la sua carica ironica. Poi ne è nata anche una piccola polemica sul nostro blog, ma l’ispirazione è stata proprio genuina, tanto che avevo il cellulare da pochissimi giorni al momento della composizione. Non lo avevo mai avuto e me lo aveva regalato un amico, ho notato che questo meccanismo degli SMS è una roba che ti inchioda e ci ho scritto questa canzone. Non c’è quindi nessun disegno di dominare il mondo dietro quella canzone, si trattava soltanto di un gioco.
[PAGEBREAK] Paradossale, dato che si tratta addirittura della meraviglia di un novizio di fronte al mondo degli SMS. Altro che fenomeno culturale!
Sì, in effetti sono arrivato al cellulare con 5 anni di ritardo rispetto all’uomo comune, per cui figurati che carica rivoluzionaria può avere quella canzone! Si tratta comunque di un pezzo molto divertente da suonare da vivo e quindi non dobbiamo assolutamente vergognarcene.

Passiamo ad un altro pezzo. Visto che in certi casi preferireste essere pesci o cinghiali, cosa ci distingue dalle bestie nell’anno 2005?
È una bella domanda. Abbiamo un po’ perso il contatto con la natura, io per primo, quindi non voglio fare la morale. Siamo completamente staccati da quelli che sono i ritmi biologici, siamo sempre presi dallo scorrere del tempo, non abbiamo più un minuto da ritagliarci uno spazio da tutto e da tutti per stare con le persone a cui si vuole bene. È questo l’aspetto che caratterizza quest’epoca. Mi rendo conto che sto dicendo delle banalità assurde, ma in realtà il mondo è più biologico di quello che si crede – vivere, riprodursi – e spesso ce ne dimentichiamo.

Magari per un verso, oltre l’evoluzione continua ed esasperata, si nasconde un ritorno ad una mancanza di controllo sulla propria vita di livello animale.
Sì, assolutamente.

Dunque l’apice della cultura umana è stato il Rinascimento, oppure deve ancora venire?
Oddio, non lo so. Credo che ogni esistenza, nell’arco di circa 100 anni, abbia tutte le caratteristiche che esistono in ogni altra epoca, soltanto che ogni generazione si gioca le proprie carte con delle regole diverse. Per me ogni epoca è un Rinascimento e ognuna è un Medioevo. Questa epoca sarà vista come quella della rivoluzione telematica, ma in realtà noi che viviamo la vita di tutti i giorni sappiamo che non è così. Così come nel Rinascimento c’era qualcuno che si faceva il culo tutti i giorni pensando che fosse un’epoca di merda, così come nel Medioevo qualcuno pensava che fosse bella.

Probabilmente erano gli stessi pochi che lo pensano ancora oggi!
(ride) Effettivamente sì! Non credo quindi che ci siano delle epoche migliori di altre. La vedo più sul piano esistenzialista: ognuno gioca le proprie carte e cerca il più possibile di trovarsi un cantuccio tranquillo, un’isola felice. È impossibile, ma tutti tendono ad avvicinarsi a questo per vivere meglio e far vivere meglio le persone intorno a sé.

Per finire con le domande marzulliane: chi vince oggi tra il materiale e l’immaginario?
Come ti dicevo cerchiamo di vivere in un’isola felice, o meglio tendiamo a farlo, senza riuscirvi. Ne “Il Meteriale E L’Immaginario” si parla proprio della differenza tra quello che uno vorrebbe essere e quello che è tutti i giorni, l’unico modo per poter vivere questo Io diviso è quello di ricucirlo con l’ironia, ossia mettersi a ridere se alle volte non si è esattamente quello che si vorrebbe essere, altrimenti si rischia veramente di farsi male.

Tommaso, parlando de “Il Materiale E L’immaginario” ha detto che “forse c’è più verità nell’essere patetici che nel tirarsela, anche se poi ci sono momenti in cui ha senso tirarsela un po’”. Ecco, in quali momenti per voi ha avuto senso tirarvela? E quali vi sembrano casi emblematici di musicisti che avrebbero più senso da “patetici”? E se dovessi chiedervi un punto di vista speculare sui vostri atteggiamenti in questo ambito, cosa mi direste?
Tommaso è per sua natura duplicemente ipertimido fuori dal palco e poi subisce una trasformazione durante i concerti e in altre circostanze. Provate a fermarlo e a chiedergli un consiglio su quale strada prendere per trovare, che ne so, un benzinaio, potreste non liberarvene per un’ora buona… Se ci guardiamo indietro, i nostri meriti finora quali sono? Aver scritto una quarantina di canzoni e basta. Tutto il resto è quello che è gravitato intorno. Da un lato è meraviglioso e ci ha cambiato davvero la vita. Pensa al tempo che sto dedicando – piacevolmentissimamente, per altro – a quest’intervista e a cosa starei facendo se non avessi mai suonato. In fondo oggi sembra poco. E a volte tendiamo per primi a sminuire il nostro ruolo, forse perché abbiamo ancora o sentiamo di avere altre cose da dire, altre forme in cui esprimerci. Per questo se guardiamo altri artisti a volte ci sentiamo delle bestie strane perché molti sembrano dire anche senza parlare: “ma quanto sono figo, sono il cantante dei xxx” ecc. Invece noi sempre a dormire male, come sopra. La prossima volta che andrò a fare la carta d’identità chiederò al funzionario di scrivere “professione: musicista”. Vediamo se poi i dubbi scompariranno…

Cambiamo argomento, altrimenti rischiamo di degenerare! Come avete scelto i due singoli?
(ride) Avevamo scelto prima di tutto che sarebbe dovuta uscire “Se Mi Scrivi” come singolo, per vedere cosa sarebbe successo. Se effettivamente aveva questo potenziale pop che tutti ci dicevano, sarebbe stato da pazzi non utilizzarla. Però abbiamo deciso di non farla uscire subito, quindi abbiamo selezionato quattro pezzi e abbiamo proposto all’etichetta questa rosa, lasciando a loro la scelta, dato che alla fine sono loro che materialmente hanno messo le risorse per pubblicarlo. Loro hanno scelto quindi “Chiedo Alla Polvere”.
[PAGEBREAK] Possiamo conoscere gli altri petali della rosa?
Sì, certo: “Animalia”, “Se Fosse Adesso” e “Canzoni Allo Specchio”.

Come si sono evoluti gli argomenti che trattate nei testi rispetto agli album precedenti, anche se forse non sei tu l’interlocutore più adatto per questa domanda?
In realtà Tommaso è autore dell’80% dei testi, ma anche io intervengo spesso, soprattutto nei “ritornelli”, per dirlo alla romana. Ci sono poi anche dei testi che ho scritto interamente io, ma si tratta comunque di un campo in cui ci confrontiamo molto spesso.
Nel periodo precedente In Circolo avevamo messo molta carne al fuoco, quindi avevamo molta scelta. Per “Canzoni Allo Specchio” invece abbiamo avuto meno tempo a disposizione e ci siamo accorti che i pezzi che più ci piacevano in quel momento erano tutti legati al tema del riconoscersi, a questo dubbio che c’è tra quello che si vorrebbe essere e quello che si è. In qualche modo dunque alcuni testi sono nati in seguito su questa direzione su cui abbiamo cercato di spingerci, quindi parlando del rapporto che si ha con la persona amata, quella che si vorrebbe amare, quella che non c’è più, quella che è sparita, quella che vorremmo essere noi. Se sono stato troppo criptico ti mando una mail e ti spiego il concetto! (ride)

No, per ora può essere sufficiente così! Il contenuto dei testi ha influito anche sul mood generale della musica, in qualche modo differente rispetto ai precedenti valori, oppure è accaduto il contrario?
Forse la prima cosa che hai detto è vera. Cantando in italiano molto spesso i testi condizionano la stesura musicale, almeno per noi che non riusciamo a fare sempre quello che vogliamo. È veramente difficile cantare in italiano senza risultare declamatori oppure banalissimi, qualcuno poi ci ritiene così, quindi vuol dire che non ci riusciamo alla perfezione. I testi nascono da un’ispirazione sincera e la musica va di seguito. Poi accade anche il contrario: ad esempio nel caso di “La Fine Di Qualcosa” avevo scritto questo pezzo musicale molto triste ed è normale che i testi non potessero parlare di fiorellini sui prati ma dovessero essere più profondi.

Parlando di scrittura, se doveste eleggere qualche libro a rappresentante letterario della vostra musica, quali libri citereste? Idem per il cinema. Ancora, quanto pensate che, diciamo così, la consapevolezza musicale e il contatto con le musiche contemporanee di Rossano Lo Mele, in quanto critico, abbiano influito sul vostro stesso sviluppo?
Sicuramente avere Rossano nel gruppo è un grosso vantaggio per quanto concerne i “corsi di aggiornamento”. Ricordo quando ci portò a sentire il primo disco dei Karate, fresco di uscita, quando nessuno conosceva ancora Farina e soci. Lui stesso ha ricevuto per osmosi da noi la voglia di ascoltare musica dimenticata, da serie B, per intenderci, perché la formazione di un critico musicale, a sua detta, deve essere continua e se si sta sempre e solo dietro alle novità per necessità, si finisce per dimenticare anche tutto quello che si muove attorno alla musica, compresi i fenomeni epigonali e sociologici.
Io funziono a volte come evangelizzatore per qualcosa che mi fulmina, in maniera meno lucida e più istintiva. Sarei un buon pollo per qualche studioso di marketing che vorrebbe avere dei “catalizzatori” come me per diffondere qualche menata.
Ho spinto tutti a leggere “L’Opera Struggente Di Un Formidabile Genio” di Dave Eggers, che considero un caposaldo della letteratura, se faccio i conti ho convinto almeno dodici persone in maniera diretta a comprarlo e a leggerlo. Dovrei lavorare per Herbalife…
Sul cinema ho grosse lacune, ma qui interviene Tommaso che nel passato ha consumato videoregistratori.

Se vi guardate allo specchio adesso che avete fatto il botto, cosa vedete?
Più che parlare di “botto”, devo dirti che noi abbiamo percepito la nostra storia sempre coma una lunga salita, e se mai continuerà, siamo soltanto agli inizi. È da tantissimo che tiriamo il carro per provare a salire e vedere se succede qualcosa. Se ci guardiamo allo specchio adesso ci vediamo per certi versi più stanchi di una volta, quando eravamo più istintivi, però dall’altro lato vediamo anche che siamo ancora un gruppo che funziona molto sul passaparola, più che sui boom mediatici, e l’idea è di continuare su questa strada. La cosa bella che ci capita ai nostri concerti e che se suoniamo due volte nello stesso posto, troviamo sempre qualcuno in più, portato magari dagli amici. È questa la cosa che può dare più soddisfazione ad un gruppo.
Tra l’altro, dato che sto vivendo quest’esperienza, ti posso dire che in realtà i gruppi che rimangono per più tempo sulla scena sono realmente quelli che hanno avuto la capoccia dura, una sorta di selezione naturale. Ci sono gruppi dalle grosse potenzialità che si sono sciolti negli ultimi 10 anni, mentre quelli che sono rimasti sono quelli che sono ancora oggi alla ribalta, dai Marlene Kuntz agli Afterhours ai Subsonica, ma in realtà il loro segreto è che sono insieme da 10-15 anni senza essersi sciolti. Non è facile al giorno d’oggi vivere in un gruppo, anche noi siamo sei – tutte capocce dure – e spesso ci si manda a fanculo nemmeno troppo cordialmente, ma c’è comunque quel minimo comune denominatore che ci tiene uniti al di sopra di tutto. È questo alla fine il segreto per il successo di un gruppo in Italia, la durata. Ti pigliano per sfinimento!
[PAGEBREAK] Nella recensione ho parlato della terza via che rappresenta la vostra musica. Ce ne vuoi parlare?
Noi ci crediamo veramente in questa cosa. Se togli “Se Mi Scrivi”, che come ti ho detto è un pezzo banale, su tutti gli altri c’è veramente un tentativo di ottenere una musica che sia nello stesso tempo fruibile, ma anche un po’ più ricercata. In Italia sembra difficile cercare di fare delle cose in maniera che si ritiene un pochettino più intelligente e nello stesso tempo a far sentire la propria musica anche a persone che normalmente non ascoltano quel genere. Se guardi la storia dei dischi che abbiamo fatto, è tutta un po’ in questa direzione. Un po’ perché abbiamo degli ascolti un po’ ricercati in generale, un po’ perché siamo delle persone comunicative, abbiamo la voglia di conoscere altre persone e situazioni. La musica indie, che è vissuta come chiusura, per noi è sempre stata una ricerca di comunicazione. Quindi quando un gruppo indie riesce ad avere una certa visibilità siamo contenti, anche se non tutti ragionano in questo modo.

Dato che quindi non è facile prendere dei punti di riferimento per descrivervi, come vi sentireste a diventare voi dei riferimenti per gli altri?
Oddio, dato che è una cosa che ancora non ci è successa, non saprei. Quello che posso dirti è che quando incontro dei gruppi che mi chiedono dei consigli, più che altro perché ultimamente ho accumulato un po’ di esperienza, quello che mi sento sempre di dire è di fare quello che si sente e non copiare le cose degli altri. Non che noi non abbiamo “copiato” – tutti lo fanno, non si inventa nulla, tutti hanno degli ascolti che vengono frullati e poi succede qualcosa – però quando vedo dei gruppi i cui gusti sono fortemente pilotati da quello che ha successo al momento, mi suona un po’ strano. Comincia a descrivere il mondo che hai intorno tutti i giorni, come ti svegli, i tuoi rapporti e troverai la formula migliore, descrivi quello che senti e sarai molto più credibile di quando tenterai di scimmiottare qualcuno che non sei. Quindi l’unico modo per cui ci piacerebbe essere punti di riferimento sarebbe questa caratteristica qui.

Quindi non vorresti che uscissero gruppi che suonano “terza via” alla Perturbazione?
(ride) Non credo proprio, spero di no. Se ci pensi ci sono gruppi che hanno imposto un loro modo di essere diverso dagli altri, anche famosi, ma non vedo per quale motivo si debba seguire le copie se in giro ci sono gli originali.

Secondo l’ottica commerciale tutto può risultare più comprensibile. Gli originali sono limitati e la gente vuole sempre di più di quello che possono dare.
Sì, c’è anche il fenomeno delle cover-band. Hai completamente ragione, altrimenti non riesco a capacitarmi di come sia possibile seguire una cover-band. Credo veramente che chi fa musica abbia una certa urgenza di comunicare qualcosa, quindi può trovare la prima fonte di ispirazione in se stesso. Se ci si riferisce a qualcun altro, allora vuol dire che forse non c’è tutta questa urgenza di comunicare, ma forse di arrivare da qualche parte. Allora la logica della musica cade, dato che è molto più difficile emergere in questo campo che in una banca, per dire.

Magari non è detto che non ci sia l’urgenza di comunicare, potrebbe essere che il problema è che non si sa bene “cosa” si sente l’urgenza di comunicare.
Alla fine credo che ognuno sia in buona fede con se stesso, quindi va bene tutto. Più passa il tempo e meno so…

Ma, fortunatamente, noi sappiamo qualcosa in più su di voi…

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