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  • Pesaro Film Festival 2020 – Um animal amarelo (A Yellow Animal)

    Diretto da Felipe Bragança

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In “Um animal amarelo” un giovane aspirante regista brasiliano è perseguitato dalla stessa maledizione di suo nonno: quando si innamora, una corpulenta bestia dalla folta peluria gialla compare e si mangia le sue amanti. Si presume che l’Animale giallo sia una sorta di giudice che stroncherà sul nascere ogni finto amore finché non arriverà “quello giusto”. Nonno e nipote, a epoche di distanza l’uno dall’altro, sfogano le loro frustrazioni in un’ossessiva corsa all’oro. Nel caso del nipote, nostro contemporaneo, a queste frustrazioni si mescolano gli scandali della corruzione in Brasile e i sensi di colpa storici del colonialismo portoghese. Un cocktail che lo porterà a cercare l’oro nei fiumi del Mozambico, dove la sua storia prenderà una piega farsesca, fino al ritorno fatidico dell’Animale giallo.

Isabél Zuaa e Higor Campagnaro in un fotogramma del film.

Sono sempre gli artisti a caricarsi sulle spalle i traumi storici della propria nazione quando la politica o il popolo stesso cedono alla tentazione di dimenticare o addirittura giustificare.

Il tentativo di Felipe Bragança è ambizioso, in questo senso, ma ne perde presto il controllo. Il protagonista e probabile alter ego del regista è un brasiliano bianco che accetta di mettersi al servizio di uno scalcagnato gruppo di ricettatori neri in Mozambico, principalmente donne, espiando così le colpe schiaviste dei suoi antenati. A quel punto il film diventa una debole caricatura di un gangster movie sul traffico di pietre preziose (di origine… “organica”). A quel punto il deus ex machina punisce la ricchezza africana per essersi corrotta coi traffici portoghesi, con un’alluvione devastante che costringe gli africani a tornare a casa e ricostruire la loro città (riferimento alla sciagura realmente avvenuta nella città di Beira, a cui il film è dedicato).

Il triangolo Brasile – Mozambico – Portogallo su cui il film si intesse offre sicuramente una prospettiva ampia e poco esplorata, un’ottima sponda al discorso sulle colpe coloniali, sul revisionismo storico e sulla retorica identitaria che emerge dalle tensioni razziali negli Stati Uniti e dal fenomeno migratorio dall’Africa all’Europa. Il registro tragicomico del film traduce efficacemente la confusione identitaria del protagonista, ma il racconto si abbandona a tentativi maldestri di risoluzione di quella confusione, che si coniugano male con l’allegoria fantastica e ineffabile dell’educazione sentimentale e della maledizione generazionale dell’Animale giallo. Questo squilibrio fa un cattivo servizio soprattutto alle interpretazioni sostenute e sopra le righe di tutto il cast, in particolare delle due attrici portoghesi Catarina Wallenstein (anche co-autrice del precedente film di Bragança) e Isabél Zuaa.

Pro

Contro

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