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Pesaro 2020 – Incontro con Oliver Stone

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Si riparte. La Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro è uno dei primi festival cinematografici del pianeta a svolgersi completamente in presenza, e ad organizzare, seppur nel rispetto di ogni regola e ogni protocollo relativo al Covid-19, incontri con ospiti internazionali.

Di passaggio a Pesaro all’interno di un vero e proprio tour promozionale che, dopo Roma, lo porterà in giro in lungo e in largo nelle Marche, Oliver Stone arriva nel bellissimo cortile dei Musei Civici della città rossiniana per presentare “Cercando la luce”, racconto autobiografico dei primi quarant’anni del cineasta newyorkese, dagli esordi come sceneggiatore fino al biennio ’86/’87 quando, con la doppietta “Platoon” – “Wall Street”, s’impose come protagonista assoluto del cinema americano dell’era reaganiana, rappresentandone al contempo un controcanto e una visione fortemente critica.

Vincitore di tre Oscar (da sceneggiatore per “Fuga di mezzanotte”, da regista per “Platoon” e “Nato il 4 luglio”), Stone, con la sua perenne aria da reduce di mille battaglie, offre il suo punto di vista anche sulla contemporaneità, e sulla pandemia che ha sconvolto e modificato le abitudini di vita dell’intero pianeta. Il cineasta che, con “JFK” del 1991, diede la stura alla paranoia complottista inoculandola all’interno delle produzioni mainstream, all’interno del breve incontro stampa che di seguito riportiamo si conferma un pensatore lucido e compresso nel suo ruolo, assegnatogli d’ufficio persino dalle pagine di Wikipedia a lui dedicate in ogni lingua. L’autobiografia arriva tra qualche giorno in libreria, ed è pubblicata da La Nave di Teseo.

“Il mio libro è uscito negli Usa il 21 luglio scorso, e l’Italia è il primo Paese non anglofono a pubblicarlo. La versione originale constava di 322 pagine, voi italiani siete riusciti a farlo diventare di 521 pagine, ed ha una copertina morbida, piacevole al tatto. Noi americani siamo ancora legati alla brossura, che è molta più scomoda e ingombrante da inserire in valigia, ma, si sa, noi siamo noti per la nostra singolarità. Avete leggermente modificato il titolo: da “Chasing the Light” (Cacciare la luce) a “Cercando la luce”, ma il senso è preservato. Questo schifoso Covid ci ha cacciati tutti in una sorta di film dell’orrore, con questo blob invisibile che avvelena le nostre vite, la paura della morte incombente, i volti celati, le mascherine… Tutti prima o poi moriremo, solo il cinema è capace di far risorgere le persone, riportandole in vita sullo schermo. L’anno scorso il nostro cinema ha prodotto film molto belli come “Joker“, “The Irishman“, “C’era una volta … a Hollywood” e quest’esperienza terribile, ne sono fermamente convinto, porterà alla realizzazione di nuove fantastiche pellicole. Sempre che lo strapotere delle majors, vecchie e nuove, lo permetta… “.

Nel libro, il concetto più presente è quello della perseveranza. Ritiene fondamentale insistere, non arrendersi, per arrivare allo scopo che ci si propone?

Aver ripensato così intensamente ai miei primi quarant’anni di vita e carriera mi ha consentito di viverli una seconda volta. La perseveranza è un tratto fondamentale della condizione umana. Tutti riceviamo dei rifiuti, ma l’importante è non arrendersi e non accettare mai un NO come risposta. Parlo di quegli anni perché per me sono quelli in cui si forma la personalità di un essere umano, avevo voglia di riconnettermi con quel giovane uomo che aveva un sogno, il sogno di fare cinema, e una sorta di missione, quella di portare sugli schermi una guerra brutta, sporca e cattiva, quella del Vietnam naturalmente, missione compiuta con la realizzazione di “Salvador” e “Platoon” nel giro di un anno.

Nella sua carriera, ha spesso realizzato opere polemiche e “scomode”, che mettevano in discussione verità ritenute accertate. Ritiene che sia ancora il cinema il mezzo d’espressione privilegiato per esprimere il suo pensiero e queste istanze?

Il cinema è una forma d’arte, e ogni forma d’arte ha il dovere di esprimere liberamente la propria voce, di essere dissenziente, di protestare contro una realtà che non sente propria, di non adeguarsi al conformismo imperante. Sono sempre stato un ribelle, il governo del mio Paese, chiunque si sia trovato al potere, è sempre stato molto duro e insofferente alle critiche. Sono sempre stato contro ogni forma di nazionalismo, e ritengo molto pericoloso il concetto “il mio Paese è migliore del tuo”. Io ho combattuto, col mio cinema, per evidenziare la follia della guerra in Vietnam, ma gli Usa hanno poi fatto altre guerre, non hanno imparato nulla dal passato. Il mio film ultimo film di finzione risale al 2016 e parlava di Snowden, una storia molto importante perché rivela una orribile verità, e c’era bisogno di raccontarla, di farla conoscere al popolo americano.

Ritiene che il cinema americano contemporaneo corra meno “rischi”?

Parliamo di “Joker”, che nominavo precedentemente. E’ un film molto profondo, con forti ripercussioni sul tessuto sociale, sono molto d’accordo con la strada scelta da Todd Phillips per raccontare il suo personaggio, è cupo, disturbante, pessimista, c’interroga sull’intima essenza del nostro vivere civile, all’interno di una società codificata. Ma è l’eccezione, non la regola. A partire dall’amministrazione Reagan, e poi coi Bush, è diventato sempre più difficile criticare le scelte della nostra politica estera, le nostre incredibili spese militari, le intelligence, la sorveglianza di massa che prende origine dal Patriot Act emanato dopo l’11 settembre 2001. Non ci sono forti schieramenti di protesta contro tutto questo, solo singole voci generalmente poco ascoltate, non c’è UNO schieramento politico che abbia la pace come obiettivo numero uno del proprio programma. Andiamo verso un mondo multipolare, gli Usa devono rassegnarsi a questo, quello della coesistenza pacifica sarà anche un concetto un po’ trito, ma non vedo altre battaglie da combattere più importanti di questa, all’orizzonte.

La sua “ricerca della luce” è terminata?

L’essere umano è un corpo organico, io ho una visione olistica, l’unione di corpo e mente, se noi corriamo e sudiamo queste sensazioni di trasferiscono nel nostro comportamento. Io ho corso per tutta la mia vita, forse ora sono un po’ troppo vecchio per continuare a correre e quindi ho scritto il libro proprio per fermarmi, e riflettere. Anche perché la corsa sembra sempre più quella di don Chisciotte, impegnato in una battaglia contro i mulini a vento impossibile da vincere. I mezzi di cui la Cia e altri organismi dispongono per manipolare l’opinione pubblica sono ormai troppo raffinati, è impossibile contrastarli. L’americano medio si beve tutto quello che sente dire in Tv o su discutibili siti spacciatori di veleno, la lotta è sempre più ardua, ma non può più essere soltanto mia, bisogna passare la mano alla nuove generazioni. Chomsky l’aveva predetto con la teoria della “costruzione del consenso”, si sarebbe arrivati ad un punto in cui le emozioni umane sarebbero state completamente pilotate grazie a frequenze, tasti, con una semplicità che fa inorridire. Non va bene, e non bisogna accettarlo.

Con un vero e proprio manifesto di poetica si chiude l’incontro con Stone, impegnato, anche grazie alla biografia, in una monumentalizzazione di se stesso abbastanza inevitabile, nel finale di carriera di un artista da sempre barocco, spudorato, spavaldo, che ha realizzato almeno quattro o cinque opere destinare a rimanere nella memoria collettiva. Chi vi scrive non può che scegliere “Natural Born Killers”, che arrivò nella mia adolescenza come un pugno in faccia, un’overdose di stili, musica, stati d’allucinazione e grandi interpretazioni che mi fece uscire dalla sala scosso, basito e, probabilmente, più cosciente.

 

 

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