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Pesaro 2020 – Parte prima: i lunghi

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Tra i primi festival europei a svolgersi completamente in presenza, dopo il rinvio di due mesi rispetto alle date abituali causa Covid-19, la Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, storica manifestazione dedicata al cinema sperimentale, d’avanguardia, non-narrativo o qualunque altra definizione atta a definire prodotti audiovisivi al di fuori dei consueti canoni commerciali e spettatoriali, lascia in eredità a chi era presente una serie di visioni che non sarà facile dimenticare.

L’esperimento, per chi scrive riuscito appieno, di unire nel Concorso “Nuovo Cinema” (dedicato, come sempre, al fondatore della manifestazione, nel 1965, Lino Miccichè) tutti i formati e i minutaggi possibili, dal corto al lungo passando per il medio, organizzati in programmi giornalieri omogenei per stili e tematiche, ha regalato un tipo di esperienza ancor più ricca del solito, permettendo a critici, giurati e semplici spettatori di creare connessioni e rimandi, navigando tra le opere con la forte sensazione di trovarsi all’interno di un flusso unico, l’ideale per riaprire gli occhi al mondo dopo i mesi pandemici, forzatamente ad orizzonte limitato.

E allora andiamo ad analizzare le opere del Concorso, con la selezione affidata dal direttore della Mostra Pedro Armocida ad un comitato di selezione composito e ormai rodato, formato da Cecilia Ermini, Raffaele Meale, Anthony Ettorre e Paola Cassano. Partiamo, in questa prima parte, dai lungometraggi, per poi passare agli altri formati in un secondo momento. Sappiamo di dividere arbitrariamente un’unione che abbiamo appena esaltato qualche riga fa, ma per questioni di spazio un ordine andava dato, e ci è sembrato questo il più “semplice”. I film non trattati in questo approfondimento, come “Um animal amarelo” di Felipe Bragança, potete trovarli a parte, approfonditi in apposite recensioni.

Cenote

Ts’onot/Cenote

E iniziamo da una giovane cineasta giapponese, Oda Kaori, già allieva della più importante scuola documentaristica europea, la Film Factory di Béla Tarr. Con il suo terzo lungometraggio, “Ts’onot/Cenote”, ci porta in Messico, sulle orme di antiche popolazioni Maya, dei loro eredi contemporanei, e del dio della pioggia Chaac che, secondo le leggende, abita sul fondo dei “cenote”, pozze d’acqua fondamentali per il sostentamento e l’approvvigionamento di acqua potabile.  Armata di smartphone e di un brevetto da sub, Kaori s’immerge nelle forre buie e tortuose, regalandoci immagini suggestive e che non possono non rimandare ad alcune esplorazioni herzoghiane, soprattutto a “Cave of Forgotten Dreams” e alle spettacolari immagini della Nasa ricontestualizzate per “L’ignoto spazio profondo”. Immagini digitali dell’acqua, pellicola 8mm per le testimonianze degli attuali abitanti dello Yucatan: una magistrale inversione di presente e passato, dunque, foriera di libere connessioni. Sul fondo dei cenote, dice la leggenda, Chaac imprigionava i malvagi: ed allora le immagini subacquee, fatte coincidere con lo sguardo in soggettiva della divinità, perdono ogni pretesa documentaristica o meramente illustrativa per caricarsi, grazie anche ad una “color correction” che satura i colori chiari, di un fascino ancestrale e millenario. Più che un film un’esperienza, che speriamo possa approdare in qualche modo davanti agli occhi di un pubblico più vasto. Nel sacco amniotico di una sala cinematografica, vista anche la prolungata assenza dalla stessa per colpa del virus maledetto, si è rivelata una delle visioni più feconde di significati e rimandi, anche se, probabilmente, i quasi ottanta minuti di durata avrebbero meritato una leggera sforbiciata per evitare, in più di un punto, la reiterazione dei medesimi concetti.

Lùa vermella

Lùa vermella

Continuiamo la ricognizione spostandoci in Spagna, e occupandoci di un giovane cineasta, classe 1983, ma già affermato videoartista a livello internazionale: parliamo di Lois Patiño, già premiato a Locarno nel 2013 come miglior regista esordiente per il suo lungo d’esordio “Costa da Morte”. Questa volta, con “Lùa vermella”, ci porta nella sua Galizia, sulle orme di un mostro marino che, tra leggenda e realtà, si è preso la vita di alcuni pescatori di una comunità costiera. Naturalmente il mostro è solo una raffigurazione plastica della furia del mare, e dell’opera dell’uomo che, erigendo una gigantesca diga, ha modificato per sempre l’equilibrio idrogeologico della zona. Tra fantasmi, sussurri e composizioni del quadro filmico di abbacinante bellezza e rigore simmetrico, sulla scena agiscono tre streghe di macbethiana memoria, misteriosi corpi coperti da lenzuoli, vecchi paesani dalle fattezze austere in costante collegamento con il mare che, con l’alta e la bassa marea, “respira due volte al giorno”. Pur con qualche ingenuità e qualche didascalismo che affiorano qua e là, come scogli pericolosi, l’idea di cinema del cineasta galiziano è personale e riconoscibile, e affascina per la capacità di costruzione pittorica dell’inquadratura. Nell’ultima parte, quando tutto si colora di rosso (la “Lùa vermella” del titolo), assistiamo all’immagine più bella di questo affascinante lavoro: la diga viene aperta, e il flusso d’acqua che irrompe da essa si trasforma, con un lento movimento di macchina che cambia solo la prospettiva senza modificare l’immagine, in fiamme guizzanti che aggrediscono gli alberi sulle rive. Difficile da spiegare a parole, Patiño ci riesce con un puro artificio cinematografico. Davvero notevole.

Kill It and Leave This Town

Kill It and Leave This Town

Spostiamoci in Polonia, incontrando un vero e proprio capolavoro dell’animazione europea: quattordici anni di lavoro, un compendio di vita vissuta, rimpianti e storia reimmaginata del proprio Paese. Tutto questo, e molto altro, è “Kill It and Leave This Town” di Mariusz Wilczynski, giunto a Pesaro dopo il passaggio in prima mondiale all’ultima Berlinale. Utilizzando, a detta dello stesso cineasta, “un’animazione tradizionale composta da disegni a mano su varie misure, colorata a mano, a volte applicando digitalmente le superfici colorate a mano sul disegno finito, e trasponendo digitalmente sui disegni elementi ripresi dal vero (pioggia, lampadine accese, luci al neon)”, Wilczynski realizza il suo personale Amarcord, creando nuovi incontri con i nonni defunti, con un amico musicista che non c’è più (e le sue canzoni punteggiano brillantemente l’opera con una sorta di rock/blues bagnato nell’acido), antropomorfizzando gli animali e compiendo con gli uomini il processo contrario, disegnando una Lodz, sua città d’origine, a metà tra un incubo espressionista e una sarabanda fantastica il cui solo limite è quello dell’immaginazione. Tanti artisti polacchi regalano la voce ai (non)personaggi, alcuni dei quali, Andrzej Wajda su tutti, hanno lasciato questa Terra prima della fine del lavoro. Un film, dunque, più unico che raro, una visione artistica profonda e visionaria, un magma purulento di dolori, tragedie e sfondi psichedelici virati al negativo: segnatevi questo titolo e cercatelo in futuro, non ve ne pentirete. Probabilmente è Mubi la piattaforma giusta che potrebbe ospitarlo, prima o poi.

A metamorfose dos pássaros / The Metamorphosis of Birds

A metamorfose dos pássaros / The Metamorphosis of Birds

Chiudiamo questa prima, lunga parte, con il film vincitore del premio Miccichè, l’opera che la Giuria composta da Renato Berta (storico direttore della fotografia, tra gli altri, per Malle, Rohmer, Godard, De Oliveira, Straub-Huillet e, in Italia, Martone e Mereu), Vinicio Marchioni Virgilio Villoresi ha designato come la migliore del lotto: “A metamorfose dos pássaros / The Metamorphosis of Birds” di Catarina Vasconcelos. Opera battente bandiera portoghese in maniera evidente, per lo stile adottato oltre che per i contenuti: cinema “di parola”, un lungo flusso epistolare accompagnato da immagini non sempre direttamente collegate al testo in voice over, cariche di riferimenti pittorici e figurativi, con un gusto “arty” che può irritare per il suo compiaciuto calcolo estetico ma anche ammaliare (è il caso nostro e della Giuria) per la programmatica organizzazione e il ferreo controllo sui materiali. La condizione femminile, il retaggio coloniale, la dittatura di Salazar, un affresco multiforme che si poggia sulle spalle dei grandi maestri iberici del passato, Manoel De Oliveira su tutti. Il film prosegue, con la vittoria pesarese, un già eccellente percorso festivaliero: esordio nella sezione Encounters di Berlino 2020, poi vittoria al Festival di Vilnius. Per un esordio nel lungometraggio di una talentuosa documentarista, con retaggio di provenienza più artistico che cinematografico, davvero niente male. È chiaro ed evidente che Berta, in questa tipologia di cinema, si sia sentito a casa.

[continua]

 

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