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Peter Cincotti: “Goodbye Philadelphia” e il formaggio spalmabile

Non capita tutti i giorni di chiacchierare con qualcuno che si ammira così tanto, e quando l’intervista prende forma con così poco preavviso e tante incertezze sul luogo e l’ora esatte, l’eventualità stessa diventa qualcosa di magnifico e terrificante al contempo. Eppure eccomi lì, nel torrido pomeriggio di una domenica a Bari, dopo aver guidato per centinaia di chilometri in ottima compagnia, a varcare la soglia di un hotel del centro ed accogliere con profonda gratitudine l’atmosfera innaturalmente fresca della lobby, mentre attendo di venire introdotta nel bistrot dove “Mr Cincotti sta rifocillandosi”. Non potevo immaginare che di lì a poco avrei svelato un grande arcano della discografia del cantautore. O quasi.

Quando, accompagnata dal tour manager e un altro collaboratore, entro nel bistrot, Peter è in piedi vicino al bancone, di spalle, pantaloni e t-shirt, una di quelle persone dall’aspetto immancabilmente signorile. Ci sente arrivare chiacchierando, si gira, si fa avanti e tende la mano con un sorriso: “Angelica, piacere!”. L’inflessione nella pronuncia è davvero simpatica, mi indica un tavolo, ci sediamo. Mi viene offerto un caffè che non finirò mai di bere, sono troppo impegnata a cercare di far partire un fidato registratore in ottime condizioni che all’improvviso non so più far funzionare. Colpa certamente del caldo.

Qualche domanda di circostanza, e poi inizia la nostra chiacchierata.

Questa non è di certo la prima volta che sei in Italia, ma probabilmente a seguito della collaborazione con Simona Molinari ora ottieni più attenzione, magari c’è una nuova parte di pubblico ai tuoi concerti attirata proprio da ciò che hanno ascoltato a Sanremo, ma la tua musica è piuttosto diversa…
Sì, molto diversa da ciò che avete ascoltato a Sanremo. È stato interessante vedere come le persone mi conoscano per ragioni differenti, alcuni dai miei primi album, altri per “Goodbye Philadelphia“, altri per Sanremo. È un pubblico molto variegato!

So che già ieri sera ti sei esibito, con un’orchestra. Nel video delle prove pubblicato su internet ascoltiamo anche canzoni più vecchie.
Sì, è il primo show in cui mescoliamo insieme tutte le canzoni, il che è molto divertente, non l’ho mai fatto prima. Ce ne sono da ciascuno dei miei quattro album, e non l’avevo mai fatto prima perché i miei cd sono così differenti che normalmente la band con cui ho suonato in un tour non era necessariamente la stessa con cui ho inciso un altro disco, mentre ora l’orchestra ha permesso di collegare tutto, ed è stato assolutamente interessante, ieri sera ci siamo divertiti!

Ho visto che stavolta sul palco con te ci sono persone con cui avevi collaborato agli esordi, come Barak [Mori, ndt]…
Barak! Si! [Ride]

… mi è stato detto che avevate suonato insieme proprio ai tempi dei tuoi primi lavori, come è stato trascorrere il tempo con degli amici qui in Italia? Il tuo primo show che vidi era nel 2008 e lui già non era con te sul palco.
Ah Ah Ah! È spassoso, davvero! Avevamo girato tutto il mondo per i miei primi due album, quindi è davvero grandioso. Lui può suonare qualsiasi cosa! Lo vedrai stasera!

In un’intervista tempo fa presentavi “Metropolis” come un “concept album”, nel quale ogni traccia è come se fosse un quartiere di una città. Avevi in mente New York in particolare, o si tratta piuttosto di una metafora, una realtà più universale?
No, non pensavo a New York nello specifico. New York è in alcune delle canzoni, in quanto influenza… credo sia inevitabile. Ma “Metropolis” riguarda piuttosto una sorta di città futuristica che non esiste per forza, una visione strana e distopica di ciò in cui New York o qualsiasi altro posto potrebbe trasformarsi un giorno.

E da dove hai tratto ispirazione?
Non saprei, un lato oscuro del mio cervello? (Ridacchia,ndr) Vidi una foto in bianco e nero, di una città raffigurata in maniera contorta, e per qualche ragione mi ha fatto pensare a ciò che poi è finito nella canzone. Non avevo familiarità con il film di Fritz Lang, l’ho visto solo dopo aver scritto la canzone, e quando l’ho visto è stato strano, c’erano molte somiglianze concettuali: ogni cosa è capovolta, la visione dei ricchi e dei poveri… e non c’è stato un grande cambiamento da quando Lang ha realizzato la pellicola, quella rimane tuttora una visione molto futuristica.

Nel cd è evidente questa tematica di fondo: nel tuo album le canzoni sono tra di loro molto diverse, eppure unite da un senso di coesione. Come arrivi a pensare a tante scene diverse per poi unificarle in un concetto che le abbracci tutte, come fossero unite da un fil rouge?
Non saprei. Ho scritto “Metropolis” nel corso di molti anni. E per i primi due anni circa non sapevo esattamente quale fosse la traiettoria creativa, semplicemente… scrivevo. Poi, ad un certo punto di questo processo cominci a vedere che certe canzoni si ricollegano ad altre, e il tema di fondo comincia a prendere forma. Questo prima che scrivessi la canzone “Metropolis“, poi quando ho notato la connessione tra i pezzi già realizzati ho visto l’immagine di quella città, quindi ho scritto la title track, e ho sentito di avere un album. Da quel momento ho iniziato a scrivere il resto delle canzoni attorno a quel concetto, in maniera del tutto opposta alla composizione più casuale dei primi tempi. Quindi è qualcosa che prende forma nel corso del tempo, e ne è passato molto tra la pubblicazione di “East Of Angel Town” e l’ultimo cd, per cui mi sono trovato a scrivere di moltissime cose diverse.

E di tutte ciò che componi, quante tracce nascono già come le ascoltiamo nel cd, quante magari ne lasci da parte per un po’ e le riprendi in mano anni dopo, altre ancora rimangono abbandonate?
Di solito per quanto riguarda ogni singola canzone, intendo la sua struttura.. nel momento in cui scrivo è già completa. Ogni volta ho una visione in mente e poi si tratta solo di svilupparla, svolgerla. In questo disco in particolare c’è stato una procedimento di produzione più complesso, perché include molte sonorità che non uso normalmente ed è stato eccitante esplorare questa possibilità, ha portato anche a modificare talvolta la visione iniziale, non tanto però la melodia o il testo: una volta realizzati, quelli rimangono intatti.

[PAGEBREAK] Come hai appena detto, in questo album anche più che nel precedente, si nota una maggiore stratificazione di elementi, sono tracce in qualche modo “complesse”, eppure quando sei venuto ad Aprile per il tour europeo, a pochi giorni dalla prima data annunciasti che sul palco sareste stati in due, tu e George Orlando (che tra l’altro è davvero bravissimo)… ed io un po’ mi preoccupai, pensavo: “Come farà senza batteria?”
[Mi interrompe con una risata] Anche io ero preoccupato!

Beh, ma ne è venuto fuori un ottimo spettacolo! Come è stata l’accoglienza da parte delle varie platee, della critica, se ne hai lette? Personalmente, ne scrissi in maniera entusiasta.
[Si fa curioso]A quali show eri presente?
[Stranamente ci metto qualche secondo prima di ricordare] Napoli e Roma. [Mentre lui ripete la mia risposta, e sembra soppesarla, improvvisamente mi assale un ricordo, e mi rivolgo anche al manager e l’altro signore in ascolto, che di tanto in tanto avevano fatto eco alle nostre risate].
In effetti a Napoli è successa una cosa troppo divertente che devo raccontarvi: una mia amica arrivò in ritardo, e ottenne un passaggio per gli ultimi metri da una coppia di signori che asserivano essere tuoi cugini…
Ahahah really? Sounds like Naples!” [E vedo che comincia a ricordare]

… Sì, erano impazienti di conoscerti e riuscirono ad incontrarti alla fine dello show, in teatro. Ma ti succede spesso?
Sì!! Me li ricordo, erano simpatici! Succede solo quando sono a Napoli o nei dintorni, vedo tutti i miei parenti.

Beh, poi qualche giorno fa sei andato a visitare Cervinara, vero? Hai pubblicato la foto sui social network, descrivendola in perfetto italiano. Farina del tuo sacco?
Sì, sono stato a Cervinara, e… sono stato aiutato, con l’Italiano. [I tre si scambiano sguardi divertiti]

Ma quindi, come va con la nostra lingua?
Pian piano ci sto lavorando, dovrei avere più tempo per esercitarmi, ma ci sto lavorando.

E che mi dici dei gesti? Sai che noi italiani diciamo metà delle cose gesticolando…Ahahah, no quelli non li conosco bene, al massimo solo la versione Newyorchese !

[PAGEBREAK] Sappiamo che hai composto musica, oltre che per i tuoi cd, anche per cinema e teatro… quanto sono diverse tra loro queste esperienze?
Moltissimo! Tra ciascun progetto e il prossimo c’è un gran divario: perlopiù ho sempre scritto le canzoni dei miei album, ma c’è stato, e anzi è ancora in corso, il progetto di un musical per il teatro. Ed è diverso perché scrivi per dei personaggi definiti, c’è già la trama con un suo inizio ed una fine, perciò ti trovi a dover raggiungere un obiettivo specifico, mentre quando scrivi per te stesso non segui le stesse regole.. anche se stavo scrivendo la pièce nello stesso momento in cui creavo “Metropolis”, quindi i due mondi hanno finito per influenzarsi a vicenda.

E cosa preferisci, le regole o la libertà?
Non saprei. A volte le regole sono più semplici, a volte le limitazioni sono liberatorie, paradossalmente. Quando hai la completa libertà di scrivere la tua musica, puoi scrivere, appunto qualsiasi cosa, e fissare la pagina bianca può essere la cosa più difficile, quando invece sai che a un certo punto della pièce il personaggio DEVE dire quella cosa, allora è più facile.

Riguardo questa libertà dello scrivere per se stessi, nel realizzare i tuoi album, sei mai stato forzato in un genere in particolare? Ti hanno mai detto qualcosa come “devi essere un crooner” oppure sei sempre riuscito ad esprimerti esattamente come volevi?
Ho fatto esattamente ciò che volevo, ma inevitabilmente ho ricevuto molte opinioni discordanti, in particolare dalle compagnie di produzione, e lo capisco, perché per loro è un business. Per me, invece, è la mia vita, e sono stato abbastanza fortunato da realizzare gli album che volevo, quelli che sentivo. Certo, ogni mio cd ha rappresentato un rischio per qualcuno, perché laddove il precedente aveva venduto bene, la mia voglia di produrne uno che andava in tutt’altra direzione li spaventava, e lo capisco. Ma io preferisco di gran lunga poter salire sul palco per suonare quello che amo, piuttosto che adeguarmi a delle direttive solo per replicare i dati di vendita dell’album precedente, non lo farei mai. Fortunatamente ho un team attorno a me che mi ha sempre appoggiato… e questi concerti a Bari hanno un significato molto importante per me, perché è il primo passo nel riunire tutto insieme, perché il mio percorso da un album all’altro è stato uno zig-zag, ed ora è come se ci fosse un collante, e ritengo che sia un modo assolutamente interessante di affrontare il futuro.

È stato difficile riarrangiare i tuoi brani in modo da farci stare un’orchestra di 50 elementi?
Beh, avevo già molti spartiti per gli archi, dai alcuni dei miei album, e in realtà ci sono archi in tutti i miei dischi tranne il primo, quindi nonostante gli stili siano differenti, almeno quella parte già c’era. Poi con l’aiuto di Raffaele Minale e l’Orchestra Sinfonica della Provincia di Bari, abbiamo arricchito alcuni di questi arrangiamenti già esistenti, ed è stato stimolante vedere quali altri Raffaele scrivesse in più per intensificarli, e ci siamo divertiti molto… magari questa è stata solo la prima di molte altre volte!

In effetti, considerando “Metropolis“, che vira verso la musica elettronica, deve essere stata una sfida adattarlo per orchestra.
Lo so!! Finora per questo cd non ho fatto un tour nella maniera tradizionale che ci si aspettava.. ma è molto più eccitante per me, l’idea di prendere questo album molto elettronico e farne un primo tour acustico, “you have to be kinda nuts!” [-devi essere un po’ matto- la risata contagia tutti noi] e ora con l’orchestra, 55 persone.. cioè da 2 a 55!

Quindi devi tornare presto con il tour regolare!
Devo, sì, devo farlo! I primi due erano inaspettati.. quello era il mio piano!

Recentemente ho ascoltato un’intervista in cui Sting commentava il fatto che un fan gli aveva detto che una sua canzone, probabilmente “Fields Of Gold”, era diventata la colonna sonora della sua storia d’amore, quando invece Sting stesso diceva che è un brano nato da un momento oscuro. Capita anche a te di riscontrare questo divario tra ciò che tu provi per una tua canzone e il modo in cui noi ascoltatori la percepiamo?
Per alcune canzoni, sì, mi è successo. Non ricordo quali, ma sì.

Proprio oggi chiedevo ad alcune amiche “secondo te di che parla ‘Goodbye Phladelphia’?”, perché tra i tuoi brani è forse quello più astratto, e le risposte sono state molto differenti, anche rispetto a come la immagino io stessa..
È vero! [Sembra rendersi conto solo ora di questo] …Capisco… [Ci pensa su, e poi si fa serio distoglie gli occhi da me, guarda il bordo del tavolino di fronte a sé] … Personalmente si tratta… [Non ci credo! Sta per dirlo? È uno scoop, non ha mai spiegato ‘sta canzone!] … di una mattina, che avevo finito il formaggio spalmabile.
[Abbiamo riso tutti, ma mi è crollato il mondo addosso]

Goodbye Philadelphia” è una di quelle canzoni aperte a molte interpretazioni.

[PAGEBREAK] Qual è la sensazione sul palco?
Dipende dal palco!

In che misura il pubblico influenza la tua performance?
Moltissimo.

Il pubblico che negli anni è venuto ai tuoi concerti è cambiato, lo dicevi anche tu: con la continua evoluzione artistica nella tua carriera, persone che prima non avrebbero comprato il biglietto, lo hanno fatto in seguito e viceversa; anche la nazione in cui ti esibisci deve influire.. addirittura direi che il pubblico di Napoli non è mai simile a quello, non so, di Padova
Assolutamente si, tutto quel tour è stato illuminante, ogni Paese ha costituito un’esperienza unica. Ogni show è diverso, c’è quell’intangibile energia nell’aria che detta molto di ciò che suoni, di ciò che provi, e i musicisti sul palco, il legame tra loro è anche un altro fattore.

E anche il luogo in cui ti esibisci, magari
Oh sicuramente! Ieri sera ad esempio era un posto unico, bellissimo! Ogni venue è sempre sorprendente, ma ieri mi è piaciuto moltissimo.

Stasera ci farai ascoltare qualche canzone nuova, qualcuna che sentiremo nel prossimo cd?
Non so ancora con esattezza cosa sarà il mio prossimo album, ma comunque sì, ho scritto una nuova canzone e già ieri sera l’abbiamo eseguita. Raffaele ha scritto la musica. Ha letteralmente tre settimane di vita, quindi io stesso devo ricordarmi le parole, si chiama “Time Goes By“.

[Io ho questa mente che immediatamente crea collegamenti, spesso inutili, ed ecco che lo interrompo inopportuna:] Ah, come il classico…. [E allora mette le mani avanti lui, fingendosi indignato, e si unisce in coro anche il signore italiano:]

No! Quella è “AS time goes by”, molto diversa, enormemente diversa. A dirla tutta, io nemmeno vedo quale sia il collegamento, guarda.

Beh dai, 4 delle 5 parole.. no aspetta, sono 3…
[Sta proprio sghignazzando, e con lui pure i due compari] Sto scherzando! [Ha le mani protese in avanti e una faccia troppo divertita]

Anni fa, ad un concerto alla Reggia di Venaria, è accaduta una scena strana: conobbi un ragazzo francese che mi disse che aveva iniziato a suonare il pianoforte sei anni prima proprio perché ti aveva visto in concerto ed era rimasto folgorato… quella sera entrò nella stanza dove tu firmavi autografi e lo vedemmo uscire gridando, tutto infervorato!
Oh Wow!

… ti è capitato spesso di incontrare persone che vengono a dirti quanto le hai ispirate e…
E poi dopo avermi incontrato scappano via urlando? [Risata epica collettiva] A volte succede, se voglio che succeda.

… mi riferivo al fatto che tu abbia avuto un impatto tale sulla vita di qualcuno.
Innanzitutto è incredibile e lusinghiero per me, ma è anche una strana sensazione perché, non vorrei dirglielo, a volte lo faccio… ci sono così tanti artisti che possono ascoltare, così tante persone alle quali io stesso sto tentando di assomigliare, e pensare che io sia questo per un’altra persona è strano.

E chi sono questi tuoi punti di riferimento?
“Jeeesus!”, sono tantissimi! …. Tantissimi!

Almeno tre?
Dipende dall’aspetto in considerazione: per quanto riguarda i pianisti, le mie prime influenze sono state il boogie-woogie, da piccolo amavo Jerry Lee Lewis, Fats Domino, Little Richard, ma poi tante epoche diverse… Gli anni Venti, ma anche molti pianisti che sono anche cantanti e cantautori pop, come Elton John e Billy Joel, Randy Newman, che poi mi sono piaciuti per altre ragioni, per le loro canzoni, per l’uso che fanno del piano, non necessariamente lo stile. Quindi dipende. Tra i cantanti/pianisti Ray Charles, Stevie Wonder.. ce n’è un gruppo enorme, Shirley Horn.. ma anche molti musicisti che non siano anche pianisti, ovviamente.

[PAGEBREAK] Molti di questi che hai menzionato sono i nomi che saltano fuori in correlazione al tuo.
Si lo so, il fatto è che non ci sono così tanti pianisti.. se ci pensi bene, negli ultimi cento anni la gente ha fatto sempre gli stessi paragoni. Mentre di chitarristi ce ne sono molti, intendo di chitarristi che siano anche cantanti/cantautori, proprio tantissimi, ma il piano.. sono ancora gli stessi.

Credo che in effetti tu spesso venga paragonato proprio a Elton John e Billy Joel
Lo so, ma alla fine… chi altro potrebbero menzionare? A volte sono paragoni azzeccati, a volte no.

Stavolta sei stato in Italia per un periodo piuttosto lungo, in queste ultime settimane. Sei riuscito a visitare molti luoghi?
Si! Sono arrivato per il concerto con Bocelli, poi con un amico nel sud della Toscana, Capri, tutta la costa Adriatica della Puglia fino a S. Maria di Leuca.. è splendido. E ho visto anche alcuni Trulli!

[Non ho potuto fare a meno di notare che nel nostro pubblico, al menzionare alcuni di questi luoghi, qualcuno rideva sotto i baffi… ma non era affar mio indagare oltre, per cui, a malincuore…]

Beh, direi che è tutto!

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mso-bidi-font-family:"Times New Roman";mso-bidi-theme-font:minor-bidi;

mso-ansi-language:IT;mso-fareast-language:EN-US;mso-bidi-language:AR-SA”>Credetemi, solo altre due volte ho pronunciato un “Grazie a TE! È assolutamente un piacere mio”. Insomma, pur avendo già scambiato brevissime parole col trentenne in questione, è stato in quell’hotel di Bari, esausta, emozionata, divertita, che ho potuto dare uno sguardo oltre al performer e intravedere il genio dell’artista, quello in cui ammetto di aver sempre creduto ciecamente. La pronuncia un po’ strascicata, lo sguardo acuto puntato dritto sull’interlocutore, garbato fin da subito, mentre ponderava la sottoscritta, più partecipe già dopo qualche minuto, quando spiegando la sua musica gesticolava con le dita affusolate (in fondo, c’è un pizzico d’Italia nel suo sangue, no?)… Peter Cincotti è una persona davvero interessante con cui conversare.

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