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Peter Cincotti live al Monk Club di Roma, report Live e scaletta

La prima volta che vidi un concerto di Peter Cincotti, avevo il timore che dal vivo non avrebbe saputo rendere onore alla bellezza delle canzoni incise nel cd. Erano i video dei live che circolavano su YouTube a scoraggiarmi, ma già dopo le prime note ogni dubbio era svanito: dal vivo questo artista rendeva mille volte meglio.

Sono passati tanti anni, tanti concerti e soprattutto sound diversi nella carriera del musicista newyorchese ma ieri sera, mercoledì 14 dicembre, nell’atmosfera intima del Monk Club a Roma, Cincotti ha dimostrato di essere sempre un eccellente artista, capace di improvvisazione da buon jazzista qual è, generoso nel modo in cui si lancia nell’esecuzione, virtuoso nel far volare le dita febbrili sui tasti del pianoforte su cui campeggia il suo nome, abile nel modulare la voce tra falsetti ed acuti di diverse intensità tra melodie blues, ballate romantiche, pezzi infuocati e altri dalle influenze più elettroniche.

C’è però un problema, certamente soggettivo, ma abbastanza condiviso da non essere trascurabile: i suoi ultimi lavori, ovvero le canzoni autoprodotte negli ultimi 3 anni e in parte svelate nell’EP “Exit 105”, si fanno amare con più difficoltà di quelle contenute nei dischi precedenti. Cincotti ha intrattenuto divertentissime e sportive conversazioni con i suoi fan che sui social manifestavano sconforto per la nuova piega della sua musica, ed io stessa mi sono affacciata a questo concerto con una titubanza che mi ha fatto ricordare quella mia prima volta: se però ai tempi di “East Of Angel Town” non avevo dubbi sulla qualità delle canzoni a monte, stavolta non ero così certa.

In questo senso c’è stata una sorta di sorprendente riscoperta: pur continuando a non amare le nuove tracce è ancora innegabile che la loro esecuzione dal vivo le nobilita moltissimo, anche senza la presenza sul palco dei musicisti affiatati che hanno accompagnato Peter Cincotti negli anni passati. Con i ritmi più espansi del live, la rinuncia ad alterare la voce con effetti sonori in favore di una performance più genuina, e la scelta di integrare cori e moduli registrati, ciascuna delle nuove canzoni (tra le quali un paio ancora del tutto inedite) hanno goduto di una tridimensionalità che manca nell’incisione, ma che allo stesso tempo le ha fatte percepire come tutte un po’ troppo simili tra loro.

Una menzione particolare per due dei pezzi inediti: il primo introdotto come “una canzone sull’infanzia, su quel momento inafferrabile in cui perdiamo l’innocenza” dal titolo “Sounds Of Summer”, che ricorda da lontano un’altra traccia di qualche anno fa, la bellissima “December Boys” e nella quale si percepisce la vena malinconica che una tematica del genere, specie se nei ricordi dell’autore scorrono le immagini delle estati passate nella stessa casa al mare dove si è ritirato per comporre il nuovo album. L’altro, il cui titolo dovrebbe essere “The Wannabe”, che parla di persone che vogliono essere come gli altri: ritmo brillante e uno stile vintage, che fa pensare a Buscaglione e ai Blues Brothers… chissà come sarà nell’album!

Il pubblico italiano sarà poi felice di sapere che due canzoni sono interamente dedicate al nostro paese: “Palermo” e “Roman Skies”, quest’ultima scritta “sul sedile posteriore di un taxi, quando ero a Roma qualche anno fa”, e che veniva per la prima volta eseguita proprio di fronte ad un’audience capitolina. Abbiamo apprezzato, ma la reazione davvero entusiasta del pubblico si è manifestata solo (ahinoi) quando verso la fine dello show sono arrivate le canzoni di qualche anno fa, che evidentemente non erano conosciute a menadito dagli astanti, eppure…

La scaletta si è conclusa infatti con l’immancabile “Goodbye Philadelphia”, per la quale già sulle primissime note si è sparso un mormorio di apprezzamento tra gli spettatori (questa sì, era attesa), poi divampato nel sincero entusiasmo che ha accompagnato anche la canzone successiva, richiesta in realtà da una fan, ovvero “Witch’s Brew”, tanto da spingerci a far tornare una seconda volta i musicisti sul palco per la sincopata “Make It Out Alive”, con cui si è conclusa la serata.

Peter Cincotti rimane dunque un artista da conoscere ed apprezzare dal vivo, e chissà, magari il giudizio del pubblico non sarà nemmeno così trenchant riguardo il suo lavoro più recente.

 

Scaletta

Long Way From Home

Fit You Better

Sexy

Story For Another Day

Nothing’s Enough

She Was Made For Me

Roman Skies

Palermo

Half Of You

Sounds Of Summer

The Wannabe

Goodbye Philadelphia

Witch’s Brew

Make It Out Alive

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