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Peter Greenaway al MashRome Film Fest

Si è conclusa venerdì a Roma la terza edizione del MashRome Film Fest, manifestazione dedicata al mush up e alla sperimentazione audio-visiva; come chiudere un evento così singolare se non con una performance altrettanto singolare? E infatti nelll’ultima giornata è intervenuto nientemeno che Peter Greenaway, l’eccentrico regista gallese famoso per le sperimentazioni di cinema e altri media.

La sua lectio magistralis all’Auditorium dell’Ara Pacis è stata seguita da un nutrito gruppo di spettatori tra cui la sottoscritta, che per l’occasione ha goduto di una postazione d’eccezione: la cabina degli interpreti.

Interpreti che si sono misurati col non facile compito di seguire il regista in un mulinello di citazioni e termini tecnici, un compito impegnativo quanto i propositi dello stesso regista, che dagli anni 90 s’impegna a sviluppare «new possibilities»: Greenaway sostiene che la cultura odierna sia basata «quasi esclusivamente sulla testualità», e che sia così impossibile «elaborare nuovi concetti e suggestioni senza ricorrere al supporto verbale».

Per converso viene trascurata l’educazione visiva, con la conseguenza che la maggior parte delle persone è incapace di decodificare le sfaccettature di un oggetto visivo e non verbale, quale può essere un dipinto o una scultura: Greenaway definisce questo fenomeno «visual analphabetism».

In questo discorso generale il regista inserisce un’ulteriore nozione, quella della morte del cinema: tale evento viene fatto risalire al 21 settembre 1983, data in cui la maggior parte delle abitazioni occidentali si munì di televisione e telecomando, dando vita al fenomeno dello zapping. Da quel momento, secondo Greenaway, la nozione di cinema non fu più quella tradizionale: lo spettatore non doveva più limitarsi a osservare ciò che gli veniva presentato ma cominciava ad avere un margine di scelta.

A questo punto partono le clip e il discorso della morte del cinema s’intreccia con la necessità di un’educazione visuale. Il regista, a partire dagli anni 90, decide di liberare i suoi lavori dalle convenzioni dell’inquadratura e del racconto (da lui ritenute troppo artificiali e vincolanti per lo spettatore) per sperimentare nuove forme audio-visive: video-installazioni proiettate su più schermi in simultanea e da diverse prospettive, inquadrature dalla forma irregolare, sequenze video ripetute in forma sconnessa, tutto ciò confluito nel 2005 in quelle che lui chiama «veejay performances», sequenze sperimentali di video e musica proiettate anche nel corso della nostra lectio.

Gli ultimi lavori del regista consistono in composizioni enigmatiche di dipinti, scene tratte dai suoi vecchi film e musica a tratti perturbante, spesso ripetuti in sequenza con cambiamenti minimi e con modalità affini alla video arte. Molto affascinante è stata la proiezione di “9 dipinti classici rivisitati”, nel nostro caso limitati a uno per ragioni di tempo: “L’ultima cena” di Leonardo Da Vinci è stata ricostruita in 3D e rappresentata di volta in volta con modifiche cromatiche, luministiche e prospettiche, un esperimento particolarmente adeguato alle finalità educative perseguite dal regista.

Così , per la soddisfazione degli interpreti, ridotti ormai ai minimi termini, si è conclusa una conferenza densa di contenuti e spunti di riflessione. Sicuramente un’esperienza stimolante e non comune:  la degna chiusura di un festival votato alle sperimentazioni.

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