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Petramante: Leggere parole

Ascoltare i Petramante è un po’ come camminare a piedi scalzi sulla battigia, immergendosi poco a poco nel mare.
Un mare fatto di sensazioni, ricordi, che ti avvolgono tiepidamente e da cui ti lasci trasportare.
All’inizio puoi sentirti smarrito, ma più passa il tempo e più ti senti parte di quello che stai provando.
Mi è successa una cosa simile con “Ciò Che A Voi Sempra Osceno, A Me Pare Cielo”, il secondo album della band umbra.
E mentre mi confronto telefonicamente sul disco con Francesca Dragoni, voce del gruppo, non posso fare a meno di ripensare a quanto la musica sia capace di toccare quei nervi scoperti, quei fili di lana, che sono le nostre emozioni.

Ciao Francesca, benvenuta su Loudvision! Mi racconti un po’ come siete nati voi Petramante?
Certamente. Ognuno ha la sua storia, il bello è che sono tutte diverse, veniamo da esperienze differenti!
Ad esempio Alessandro nasce come batterista classico/jazzista, Simone è sempre stato nel mondo della musica, mentre io ho una storia più recente, sono partita scrivendo canzoni che tenevo per me, non pensando mai a metterle effettivamente in musica. Sono quella dei quattro che ha un approccio diverso alla musica, tecnicamente meno accademico, forse, ma più fatto d’istinti e di sensazioni.
L’idea di fondare il gruppo è nata per caso, è stata una prova, un esperimento, chiamiamolo così.

Anche il vostro nome è frutto del caso? Da dove arriva Petramante? Ha qualche significato particolare?
Petramante non nasce da nulla! (ride)
Volevamo un nome unico, qualcosa che avesse un suono bello, che ci rappresentasse. Così abbiamo scelto Petramante, un nome senza un significato particolare, ma che semplicemente ci piaceva e ci sembrava suonasse bene per quello che siamo. Diciamo che ognuno può rileggerlo un po’ come vuole…

A me avete ricordato “una pietra-diamante”, ossia un diamante grezzo, che come il disco, ascolto dopo ascolto si affina e rivela cose nuove.
Ti ringrazio e mi fa molto piacere, anche Paolo Benvegnù quando ha ascoltato il nostro disco ha detto una cosa simile: più si ascolta, più si sentono dentro cose diverse. È un disco più maturo, diverso forse dal nostro esordio, “È Per Mangiarti Meglio”, del 2009.

Spiegami un po’ com’è venuto alla luce “Ciò Che A Voi Sembra Osceno A Me Pare Cielo”.
La genesi del disco è stata un po’ particolare: noi eravamo fermi da un paio d’anni, nel frattempo stavamo componendo un po’ di cose, ma sono successi degli episodi non proprio piacevoli, nelle nostre vite. Episodi che ci hanno segnato e hanno irrimediabilmente cambiato anche le nostre sonorità, perché le cose ti cambiano e quindi pezzi che prima si adattavano a quello che eri, perdono irrimediabilmente la loro funzione, non erano più aderenti al nostro animo.
Se ne è accorto anche Paolo (Benvegnù, ndr).

Cosa vi ha detto?
Ci ha consigliato di rifare tutto da capo, dopo avere ascoltato con attenzione il disco. Ha detto che avevamo pezzi che non aggiungevano nulla a ciò che avevamo già fatto con “È Per Mangiarti Meglio”. Quindi ci siamo messi con coraggio a riscrivere e per la prima volta non ci siamo mascherati, ma ci siamo completamente dati. Abbiamo assemblato canzoni composte da zero, perché nell’album precedente c’erano brani che già suonavamo live prima di comporre il disco, pezzi già rodati, insomma, e non cose completamente nuove, pure per noi.

Mi sorge spontaneo domandarti come vi siete conosciuti con Paolo Benvegnù e com’è nata questa collaborazione?
Ci siamo conosciuti sul palco, avevamo aperto qualche suo concerto, anche questa collaborazione è nata così, spontaneamente.
Paolo è una persona davvero disponibilissima e generosa, ci ha dato molta fiducia e oltre a produrci, che già di per sé è una cosa molto molto bella, ha suonato anche nel disco.
E si faceva pure un sacco di strada per venire alle nostre prove! Noi veniamo da un piccolo paesino fuori Orvieto e provavamo in una stanzetta, una specie di garage, un buco. Ecco lui puntualmente tutte le settimane arrivava lì e riempiva totalmente la stanza, con la sua presenza e pure con l’altezza! (ride)
Ha visto nascere ogni traccia del disco, ci ha incoraggiati, ha analizzato ogni pezzo consigliandoci passo dopo passo. Davvero il suo aiuto è stato fondamentale.

Il vostro disco è pieno zeppo di fisicità. È come se voi trasmettiate forma, a qualcosa che solitamente forma non ha, le parole.
Sì la fisicità è molto presente nel nostro lavoro, perché appunto pescando dalle esperienze della nostra vita, è impossibile scindere il corpo dall’esistenza, anzi è la sua parte integrante, ti permette di interpretare le cose in maniera meno astratta, più concreta. È dare forma alle cose, sì.

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Come nasce una vostra canzone?
Guarda ho la fortuna di lavorare con musicisti veri e propri, che sono capaci di tradurre le mie “immagini” in accordi, melodie e arrangiamenti.
Io arrivo di solito con qualcosa che mi gira in testa, un abbozzo di canzone chitarra-voce, che collego subito ad un immagine mentale, tipo “ecco questo suona come un’onda del mare che si infrange su uno scoglio, oppure come un signore che passa per la via ecc..”, gli altri membri del gruppo la rielaborano ed esce quello che senti. Una cosa molto buffa di “Ciò Che A Voi Sembra Osceno A Me Pare Cielo” è l’attesa che abbiamo vissuto anche noi, vedendo nascere tutto passo dopo passo, senza aver provato nulla prima, rifinendo, mano a mano quanto emergeva, quanto sentivamo.

La vostra tracklist ha una particolarità: i brani iniziano tutti con un articolo determinativo che ti caratterizza, tipo “La Gonna”, “Le Reliquie” ecc… Come mai? Volevate dare una singola identità ai brani?
Non c’è un motivo particolare, se non la praticità: appena iniziavamo a comporre, a scrivere e a dare identità alle tracce, scrivevamo una parola breve che le identificasse, che ci aiutasse a tenere a mente i concetti che c’erano espressi. Quindi è uscita questa specie di lista della spesa (ride) che ci è piaciuto conservare anche nella versione definitiva del disco.
Alla fine (parlo per me) io non riesco a separmi da nulla, ho proprio un’affezione verso gli oggetti, ci sono legata. Quindi non riesco a buttare via nulla a cuor leggero, nemmeno i titoli delle canzoni! (ride)

Sì, credo di capire, un oggetto rappresenta un po’ una sicurezza contro la precarietà delle cose. Sono piccole sicurezze che ci permettono di stare a galla.
Sì esatto, perché – adesso ti dico una frase banale – possiamo andare a letto la sera e non svegliarci più al mattino seguente. Le cose cambiano, molto più velocemente delle persone. Io ho bisogno di avere un appiglio, gli oggetti appunto, che sono un modo per ravvivare la memoria e per trasmetterla. Contro la precarietà della vita, la conservazione.

È un pensiero molto bello, che condivido. È Amore per le cose. E si risente anche nel disco.
Ecco sì, anche se nel disco non ci sono canzoni d’amore, l’Amore è una componente molto forte delle nostre vite e per riflesso si sente anche in quello che componiamo.

Io non sono riuscita a darvi una definizione, per me siete indefinibili musicalmente parlando (e forse è meglio così). Tu come definiresti la musica dei Petramante?
Ah sì, ho letto la recensione e ci ha fatto molto piacere, Simone l’ha pubblicata nella sua pagina personale, gli è piaciuto molto il tuo averci definiti indefinibili (ride).
Guarda personalmente non so se sia un limite o cosa, perché puntualmente capita, che dove siamo richiesti come gruppo che suona musica d’autore/cantautoriale, siamo troppo “rock”, in contesti invece più rock, siamo troppo cantautoriali. Quindi forse una definizione ci farebbe bene per schiarirci un po’ le idee! (ride)
Di solito quindi noi diciamo che facciamo musica cantautoriale, con una vena più feroce.

E infine, se dovessi dare un colore alle vostre sonorità?
Come ti ho detto prima, dato che le nostre canzoni partono da una serie di immagini mentali, per me non è facile darti un colore, un giudizio preciso. Più che un colore, la nostra è quindi una musica d’immagini e di immaginari vari, diversi, sempre nuovi, colorati.

Dopo quasi un’ora di chiacchiere e confidenze sul disco, saluto Francesca che ha saputo sì rivelarmi qualcosa in più sul suo gruppo, ma soprattutto ha condiviso con me, perfetta sconosciuta, ricordi ed impressioni in modo gioioso e spontaneo.
È proprio bello trovare questo riscontro umano e positivo nel mondo musicale.

Non ci resta che augurare ai Petramante un grosso in bocca al lupo!

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