Home > Rubriche > Eventi > Philip Gröning presenta il film

Philip Gröning presenta il film

Non è certo un film manifesto contro la violenza sulle donne, tuttavia “La moglie del poliziotto” del regista tedesco Philip Gröning, premio speciale della giuria alla 70esima Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, ha portato al cinema un pubblico eterogeneo e attento, suscitando un dibattito costruttivo su questa dolorosa tematica, che va a costituire un “sommerso” preoccupante sotto la superficie patinata e dinamica del ritratto familiare nella società contemporanea.

Il film non è ancora uscito, ufficialmente in sala lo vedremo all’inizio del 2014, tuttavia la distribuzione, la Satine Film, ha adottato una strategia di sensibilizzazione oculata e mirata attraverso “micro-interventi ” locali, con una serie di proiezioni che hanno coinvolto studenti e professori, organizzate in collaborazione con le associazioni e le istituzioni pubbliche e private impegnate nella lotto contro la violenza domestica. Un pubblico di adulti e ragazzi ha potuto confrontarsi con il regista, che non si è sottratto all’incalzare delle domande, anzi si è lanciato in nuove interpretazioni sul suo stesso film, a cui prima non aveva mai pensato. Non era certo scontata una risposta così partecipata da parte del pubblico delle anteprime italiane, 175 minuti e 59 capitoli di poco più di una manciata di minuti ciascuno richiedono un certo grado di attenzione (e di pazienza) e la scritta, a suggello di ogni capitolo, “Anfan Kapitel/Ende Kapitel” (“Inizio Capitolo/Fine Capitolo) può apparire un po’ pretenziosa se non addirittura disturbante. Un’implosione della struttura narrativa classica che proietta lo spettatore tra le mura domestiche di questa famiglia di provincia, padre madre e figlia che canticchiano allegramente filastrocche e poi si trascinano l’un l’altro in una spirale di brutale umiliazione. Gröning costringe lo spettatore ad assistere con freddezza ai muti avvenimenti che portano alla catastrofe, attaccandosi con la videocamera ai corpi per addentrarsi sempre di più nei meccanismi malati di una relazione affettiva.

Philip Gröning è un nordico signore molto cortese, che conserva un’aura di mistero dietro il volto sempre molto serio e concentrato. Lo incontriamo a Roma, in una gelida giornata, limpida e ventosa come il testo e il sottotesto estetico dei suoi film: una superficie dall’immagine “cristallina” e quasi banale, e un sommovimento drammatico in cui si agitano le pulsioni umane più bieche. Il regista ha appena ultimato le riprese del suo ultimo film, che si intitolerà “My Brother Robert is an Idiot” e uscirà nel 2015. Che il titolo non vi tragga in inganno, «non è una commedia», ci tiene a precisare Gröning con un sorriso malizioso. Dopotutto, abbiamo imparato che genere di film aspettarci da un autore severo come lui.

«Volevo fare un film sulla questione del tempo ma sapevo che era difficile. Così ne ho fatti due: il primo è “La Moglie del poliziotto” e l’altro l’ho finito cinque giorni fa; parla di due gemelli di diciannove anni che, nel momento di separarsi per andare all’università, preparano l’esame finale della scuola di filosofia sulla questione: “cos’è il tempo?” Possiamo dire che il mio nuovo film chiuderà il cerchio aperto da “Il grande silenzio“. Pensandoci bene, anche “La moglie del poliziotto” può essere collegato all’origine del cerchio, a “Il grande silenzio”, perché dove quello indaga la relazione tra uomo e Dio, questo indaga la relazione tra uomo e donna, e l’amore dei genitori verso la propria figlia».
[PAGEBREAK] Quanto è stata meditata la scelta di distruggere i tradizionali canoni narrativi attraverso la frammentazione in capitoli, come schegge di vita di una famiglia apparentemente tranquilla?
Il film non ha una sceneggiatura. Abbiamo scritto tutto giorno dopo giorno, scena per scena. La divisione in capitoli, invece, è stata pensata all’inizio. Mi sono lasciato prendere molto dall’improvvisazione. Ad esempio, il primo capitolo, cioè la scena del bosco, è totalmente casuale. Ero andato a fare jogging ed ecco che mi ritrovo in questo bosco fantastico, ed in quel momento ho “saputo” che quella sarebbe stata la scena iniziale del film. Gli attori hanno avuto poco tempo per prepararsi alle riprese, dieci giorni. Al montaggio poi mi dedico uno o due anni, per portare la struttura ad un punto in cui finalmente funziona.

Come mai ha scelto di rappresentare la violenza in un modo insinuante, taciuto più che urlato?
La mia è una parabola, non un film realistico. Il mio intento è quello di porre allo spettatore la domanda che ti pone la parabola: “di fronte alla storia che ti viene raccontata, come ti comporteresti tu, nella tua vita?” A fronte del mio obiettivo, ho fatto molta ricerca e mi sono documentato molto presso i consultori. Qui ho ascoltato tante persone che avevano subito violenza, e anche quelle che l’avevano perpetrata, e mi sono reso conto che la mia testa era piena di cliché dati dalla tv. Non volevo mostrare la violenza fisica, a quello ci pensa già la tv. Volevo mostrare come la violenza, questa relazione distruttiva tra uomo e donna, fosse anche una relazione d’amore profondo, certo terribile, negativo, avvelenato. Allo stesso modo ero interessato a preservare la relazione tra la madre e la bambina, rappresentabile attraverso una struttura astratta, quella di due linee perfettamente intrecciate che portano a due sorgenti diverse: la distruzione per la donna, e la scoperta del mondo e di se stessa per la bambina.

Lei ha affermato che in questo film amore e violenza sono terribilmente e pericolosamente intrecciati. Cos’è, per lei, che lega l’amore e la violenza?
Per rispondere a questa domanda bisogna parlare degli uomini e del loro essere violenti. L’amore è un sentimento che ti fa mettere in gioco, e molti uomini hanno paura di questo. Ho parlato con diversi autori di violenze domestiche, e sono rimasto colpito dal loro non sentirsi all’altezza del rapporto con le compagne: non si reputavano capaci di vivere l’amore. Al tempo stesso volevano essere uomini perfetti, sulla base degli stereotipi che quotidianamente ci vengono propinati dai media. Ma così non avevano modo di essere se stessi. Nel momento dell’aggressione invece si sentivano se stessi, si sentivano realizzati. Anche il protagonista del mio film non sopporta l’amore, perché l’amore ti fa entrare in una “relazione pericolosa”, ti costringe a venire allo scoperto e mette in gioco soprattutto l’idea che “l’altro” ha di te. Alcuni questo non lo possono sopportare, ne sono terrorizzati. Così è per il mio protagonista, perché il giudizio degli altri mina il suo “personaggio”, l’idea di lui socialmente accettata dalla comunità civile in cui vive. Lui non si vede come personaggio violento, si ostina a vivere la felicità di qualcun altro, e questo non fa altro che aumentare la sua frustrazione. Mi sono convinto che la scena finale in cui urla “Io, io, io” sia il segno di una solitudine ineluttabile e definitiva.

Scroll To Top