Home > Zoom > Piano sul Pianeta: Ascoltare i silenzi

Piano sul Pianeta: Ascoltare i silenzi

Piano sul Pianeta (malgrado tutto, coraggio Francesco!)” è un’opera di “confine”, sulla sottile linea di demarcazione tra lucidità e follia, “sani”, “malati” e quelli che fanno finta di essere “sani”, documentario e fiction, cinema e sua negazione in quanto linguaggio. Fabrizio Febbraro ha esplorato e mappato l’ex manicomio Santa Maria della Pietà, alla periferia nord di Roma, in un viaggio attraverso il concetto di prigionia mentale, e sul bisogno di andare fuori, soprattutto fuori di sé, inteso come unica libertà possibile per l’uomo. L’uomo non sa gestire la propria libertà e si costruisce continue prigioni: l’unico modo per scandagliarle, sembra suggerirci il regista, è andare a fondo nel silenzio della vita che se potesse urlerebbe tutto il proprio disagio.

Presentato all’ultimo Torinofilmfestival, “Piano sul Pianeta” è il secondo capitolo di una trilogia che indaga il rapporto tra l’uomo e lo spazio come introiezione della propria interiorità, del proprio sentire. Il primo film, “Je suis Simone (la condition ouvrière)”, attraverso l’esperienza in fabbrica diella filosofa Simone Weil, ha esplorato un paesaggio, l’Ile Seguin, l’isola dove un tempo era situata la fabbrica della Renault, oggi cantiere per il futuro quartiere residenziale dell’arte e della scienza. Con il terzo salperà in mare in compagnia di Ishmael, alla ricerca di Moby Dick.

“Piano sul Pianeta” è dedicato a Robert Flaherty, all’idea di un cinema partecipativo e necessario. Ci presenta alcuni internati, che si trovano in una sorta di limbo: non possono né uscire dal recinto di ferro che li separa dagli altri, né entrare nel manicomio, ormai abbandonato. Non comunicano: ognuno è chiuso nel suo dolore che sembra atavico, quasi fosse nato col mondo, gli alberi e le stelle. Si capiscono, ma non hanno la forza di aiutarsi. Ferraro cerca di ascoltare le “voci di dentro” attraverso un lavoro sul fuori campo, suggerendoci che quello che viene lasciato fuori è più potente in quanto maggiormente allusivo.

In uno splendido bianco e nero, in un luogo metaforico, si svolge il nulla narrativo del film. Astratto e autocompiaciuto della propria rarefazione, il film ci presenta una serie di personaggi che vorremmo conoscere, ma di loro percepiamo soli il dolore, attraverso lunghi ed estenuanti primi piani, che però risultano stolidi, perché non ci fanno conoscere nulla, e anzi suscitano nello spettatore un certo pudore. Cos’è che li tormenta? Qual è il loro disagio? E il loro disagio è anche il nostro, solo che noi siamo abbastanza sovrastrutturati da credere di essere più liberi, mentre siamo solo inconsapevoli della nostra prigione? Sono domande che lo spettatore si pone, alle quali però non fa riscontro nessuna analisi, se non inquadrature forzatamente poetiche e simboliche. Si percepisce solo un dolore sordo che ottunde.

Scroll To Top