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“Piccola patria” di Alessandro Rossetto

Un ritratto crudele e realistico della provincia veneta. Questo è “Piccola patria” di Alessandro Rossetto, in concorso nella sezione Orizzonti a Venezia, quella che ha come Presidente di Giuria il maestro Paul Schrader. Di film che si calano in profondità nella contemporaneità senza nemmeno la maschera da sub non ne abbiamo visti molti in questa 70ma edizione del Festival, e quindi giorno dopo giorno questo film acquista sempre più consistenza.

Una prima parte che è un continuo affondare il bisturi in una realtà di paese assolutamente insopportabile per quanto è galleria di mostri piccoli e grandi, e di vittime piccole e grandi. E una seconda che dovrebbe virare verso il cinema di genere e invece continua a girovagare tra le fattorie, le roulottes e l’impressionante fatiscenza degli ambienti. A un certo punto appare una pistola, che non farà quello che tutti ci aspettiamo. Ma noi, in realtà, non attendiamo altro.

Un’asciugatina al montaggio e una calibrata alla seconda parte della sceneggiatura lo avrebbero reso perfetto, ma riconosciamo a Rossetto di aver provato a raccontare il lato oscuro del Triveneto, la vera piccola patria del leghismo più oscuro, l’equivalente cinematografico di quel sud degli Stati Uniti che continuano a veder rappresentato al cinema, anche in questo Festival. Perché non siamo capaci di rendere consuetudine cinematografica quello che Pietro Germi con il suo “Signore e signori” diceva già molti anni fa? Abbiamo parlato (ma non di Germi) con il regista Alessandro Rossetto:

Il suo film è continuamente in bilico tra l’affresco antropologico e il film di genere. Quale dei due aspetti le interessava di più?
Sicuramente l’affresco, era l’obiettivo da raggiungere. Però con strumenti di cinema di genere e un certo approccio da documentario.

Lei si diverte a sorprendere lo spettatore tradendo la regola non scritta che una pistola che entra in scena DEVE sparare. È vero che lei ha girato più finali oltre a quello montato?
È verissimo, ma lei come lo sa? (me l’aveva rivelato un attore poco prima n.d.r.) Ne ho girati altri tre. Questo si è energeticamente imposto durante le riprese, non saprei dire il perché, non saprei individuare la dinamica precisa. Èandata così. Il finale in qualche modo “aperto” si sposa bene con l’assenza di sociologismo che troviamo in tutta l’opera: io mostro, non ho intenzione di spiegare.

Ha dovuto lavorare molto con il montaggio per arrivare alla “verità” di alcune scene?
No, diciamo che avevo il film in testa. Abbiamo girato a volte versioni diverse di una scena, ma molto del girato è finito nel film, il film è piuttosto lungo del resto. Io sono comunque un grande fautore della scrittura al montaggio, e questo di certo non vale solo per me. Io e il mio montatore abbiamo una tecnica ormai consolidata che ci permette di “spremere” il materiale, di capire in quale posto collocare quella sequenza o anche semplicemente quello sguardo.

Un’ultima domanda sulla colonna sonora. Per noi è stata una folgorante scoperta quella dei canti alpini che accompagnano le riprese aeree del film. Mi è sembrato un tentativo di ricreare le atmosfere di Philip Glass in opere come “Koyaanisqatsi”.
È esattamente l’atmosfera che volevo ricreare ed il film a cui mi sono ispirato. L’operazione postmoderna di fondere immagini odierne con questi canti tradizionali era progettata. Sono comunque riletture degli anni Settanta di brani folk della tradizione, soprattutto i testi sono aggiornati. Se segui il testo, e per i non veneti non è facile, capisci che ogni pezzo è legato al momento preciso del film in cui l’ho inserito.

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