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Piccoli fenomeni crescono

Riusciranno i nostri eroi a tradurre dal vivo il sound così complesso e originale dei loro album? È questa la domanda che assilla chi si appresta ad assistere ad un live del terzetto di Portland. Nella fattispecie, il concerto in questione si svolge in un vero e proprio ristorante londinese, l’Hoxton Bar & Kitchen, dotato al suo interno di una sala concerti di dimensioni contenute ma ottima quanto ad acustica e atmosfera, perfetta per serate elettrizzanti a stretto contatto con le band del momento (i New Pornographers, per fare un nome, vi hanno suonato di recente). La serata è aperta dai Velofax, giovane band londinese che propone l’ennesimo rock new-wave con decise sonorità dance un po’ alla Bloc Party; ma i ragazzi sono solidi e capaci quanto basta per scaldare il pubblico, e i CD sampler gratuiti che distribuiscono a fine concerto vanno via come il pane.
Poi tocca ai Menomena, annunciati da un diluvio di strumenti, pedaliere e apparecchiature bizzarre che vengono piazzate sul palco: testimonianza tangibile di quella complessità e di quella sovrapposizione di suoni che caratterizzano gli album e che evidentemente i tre ragazzi dell’Oregon ci tengono a riprodurre anche dal vivo. La domanda iniziale si ripropone allora con maggior forza. E si aggiunge anche un’altra perplessità: come faranno a suonare tutta quella roba se sono solo in tre?

La buona notizia è che, a fine concerto, le domande hanno trovato una risposta. La cattiva notizia è che questa risposta non è ahimè delle più entusiaste. Com’è noto, le composizioni dei Menomena sono delle perle rare nel panorama indie-rock attuale, caratterizzate dalla stratificazione di numerosi loop, sovrapposti anche con l’ausilio di un particolare software creato dal gruppo stesso, a formare brani sorprendentemente coerenti e riusciti, a cavallo tra sperimentazione e orecchiabilità, tra elettronica e melodia. Si tratta insomma di un sound rigoroso e costruito, che gioca sulla ripetizione, sull’accumulo, sullo spiazzamento; per essere efficacemente riprodotto dal vivo, un materiale simile avrebbe bisogno o di musicisti tecnicamente sopraffini o almeno di artisti di grande esperienza capaci di proporre una performance magari più sporca ma esplosiva ed entusiasmante. E se i Menomena non sono certo virtuosi (né provano ad esserlo; imperfezioni e imprecisioni non mancano), non sono nemmeno troppo maturi come performers, per cui non riescono ancora a fornire una valida alternativa live al sound dei loro album. O meglio, ci riescono solo a tratti (nei pezzi più vecchi e nei nuovi cavalli di battaglia quali “Wet And Rusting” e “Pelican”), lasciando intendere che tra qualche anno le cose saranno certo maturate e migliorate.
Non che tutto sia da buttare, anzi; i pezzi rimangono bellissimi e i tre ragazzi, emozionati e cordiali, sono un piacere da guardare mentre tentano di districarsi tra mille strumenti. È impossibile non applaudire Justin Harris che suona il sax mentre contemporaneamente si adopera a pestare il suo bass pedal, o Brent Knopf perso tra tastiere e campionatori, o Danny Seim che aggredisce la batteria in piena trance. Ma i loro singoli contributi suonano troppo spesso come slegati dall’insieme della canzone, le incertezze tecniche fanno sentire il loro peso, e quel miracolo di coesione che rende così interessante l’album “Friend And Foe” si ripete soltanto a tratti.
In definitiva, una performance apprezzabile da parte di uno dei gruppi più interessanti in circolazione, ma la sensazione è che i Menomena debbano uscire dalla loro sala prove, dove si sono rinchiusi per tanto tempo portando a perfezione la loro particolarissima tecnica compositiva, e farsi le ossa dal vivo. Il processo di maturazione è appena iniziato: affrettatevi a vederli in concerto adesso, perché tra qualche anno potrebbero essere diventati troppo bravi per salette piccole e raccolte come quella dell’Hoxton!

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