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Piccolo mare italiano

È stato l’Auditorium Parco della Musica ad ospitare nella mattinata di martedì 20 ottobre la proiezione in anteprima di “Marpiccolo”, il film di Alessandro Di Robilant in concorso nella sezione Alice nella Città in occasione del Festival Internazionale del Film di Roma e di prossima uscita al cinema. La pellicola tratta dal romanzo “Stupido” di Andrea Cotti è stata oggetto di discussione duranta la conferenza stampa cui era presente il regista Alessandro Di Robilant, il protagonista Giulio Beranek e gli interpreti Anna Ferruzzo, Selenia Orzella, Valentina Carnelutti e Giorgio Colangeli. Ad intervenire anche il produttore Marco Donati.

Puoi inquadrare la situazione di Taranto, dell’Ilva e della criminalità?
Alessandro Di Robilant: La location è entrata abbastanza casualmente nelle nostre teste, quando abbiamo scritto il film non c’era una città specifica. Ma c’era l’esigenza di cercare una città poco sfruttata cinematograficamente e, se si esclude Winspeare, Taranto non è molto sfruttata. È una città storica, greca, ma soffocata da una fabbrica. Ha due anime e per questo è cinematograficamente molto interessante.

Come è venuta fuori questa storia così intensa?
La storia è venuta fuori dal romanzo “Stupido” di Andrea Cotti (edito in Italia da Rizzoli, ndr). La trama di base nasce da quel libro, poi Cotti e Vasoli la hanno sviluppata in un copione e abbiamo unito la storia di questo ragazzo pieno di rabbia e di vita a quella del quartiere che abbiamo scelto. Gli sceneggiatori hanno riscritto il copione dopo essere stati a Taranto e aver parlato con la gente di quel quartiere.

Non è un film ottimista. Il finale ha una parte onirica che è però di facile comprensione.
La versione in cui Tiziano muore è quella onirica, è la conclusione più probabile, quella che lui si aspetta se non se ne va da lì.

Avrà un circuito nelle scuole?
Me lo auguro.

A differenza di “Gomorra”, ho trovato questo film pieno di speranza, di una rabbia in positivo. Mi ha colpito questa oasi in mezzo al delirio di città dove vivono, un istituto di rieducatori come dovrebbero essere.
Non corrisponde esattamente alla realtà del carcere che abbiamo utlizzato, ma è anche vero che nelle città piene di difficoltà c’è ampia possibilità di incontrare uomini eccezionali. Io di luoghi pieni di difficoltà, retti dalle spalle di uomini invisibili di gran buona volontà, ne ho visti tanti. Spesso gli tocca lavorare da soli e non vengono ringraziati per quello che fanno.

Era già presente nel libro tutta questa speranza?
Il libro all’inizio era più nero, ma poi gli sceneggiatori, confrontandosi con la realtà di Taranto, hanno gradualmente cambiato i toni. Non è vero quello che solitamente si crede: che in questi luoghi di disagio esista gente che rasenta i muri, consapevole tristemente della propria situazione. Esiste un’umanità attiva, molto solidale, soprattutto la comunità femminile. Quelle che mostro nel film sono le donne di Taranto: sono donne straordinarie, capaci di reggere questioni molto dure da affrontare.

Nel film si dice che l’Ilva produce il 10% dell’inquinamento dell’intera Europa…
Non vogliamo erirgerci a coloro che possano influenzare l’opinione pubblica, ma questi sono dati che non ci siamo inventati, sono dati reali. Poco tempo fa ho letto che, per emissioni di diossina, Taranto risulta la terza del mondo, dopo una città cinese e una in Pakistan, e sicuramente è la più inquinata d’Europa. Ci sorprende che la Comunità Europea non sia più severa, che non prenda alcun provvedimento al riguardo.

Come si capisce tutto questo stando a Taranto?
Se lei viene da fuori, lo sente respirando, se ne sente l’odore e se ne vede il colore. La città è cosparsa di una polvere rossa che arrossa tutto.

Più che l’istituto di rieducazione, il vero carcere qui sembra Taranto stessa…
Il film racconta che questo è ciò che succede, che per costruirsi una vita Tiziano se ne deve andare, ma può anche significare che è oggi l’unica maniera. Lui ha assoluto bisogno di dare un taglio alla sua esistenza, il che non significa però non voler tornare mai. Deve mettere una fine a quello che è successo fino a quel momento. Per la realtà dei fatti, l’esperienza che abbiamo avuto è quella di una città che ha perso molta fiducia. I mali della città sono lì e noi che siamo esterni non abbiamo avuto l’impressione che vi sia un interesse particolare da parte delle istituzioni di risolvere il problema.
Non so se oggi vi siano le premesse per cambiare.

A parte Taranto, questa mi sembra una storia di formazione, di crescita e di riscatto…
Infatti il libro nasce dal racconto di una storia difficile, ma di quartieri difficili in Italia ce ne sono tanti. Nel libro la città non viene mai specificata.
[PAGEBREAK] Ai due giovani protagonisti: i vostri personaggi vogliono raggiungere la stessa meta, ma per vie molto diverse…
Selenia Orzella: Quello che mi piace del mio personaggio è la sua forza. Lei vuole venir fuori dalla situazione in cui vive, ma non solo per sé; ha la forza di tirar fuori anche Tiziano da tutto ciò, quindi è molto più forte di tutti gli altri. Ma ancor di più mi piace la sua doppia anima: vive la sua storia d’amore anche con molta dolcezza, con molta tenerezza.

Giulio Beranek: Il mio personaggio è realissimo, per quanto riguarda il comportamento per un ragazzo di Paolo VI (il quartiere tarantino in cui il film è ambientato, ndr) è molto più difficile uscirne e cercare di staccarsi dalla realtà. L’unica soluzione per chi abita in alcuni quartieri è davvero solo quella di andare via. Chi ha certi problemi, per non stare a contatto con determinate persone e situazioni, deve andare via, almeno per un po’. Secondo me però, anche per migliorare la situazione, dare più possibilità di uscire da certe situazioni, invece di farli andare fuori, i bravi ragazzi. bisognerebbe farli rimanere a Taranto, dar loro delle possibilità reali, così un giorno saranno loro i dottori e i professori in città. Se se ne vanno i buoni, la situazione non cambierà mai.

In Italia però, alla luce di quanto pubblicato dalla Polizia a Napoli, per esempio, si sta cercando una via per trovare un altro modo di sconfiggere certe situazioni… E anche i personaggi adulti, a loro modo, lo testimoniano.
Valentina Carnelutti: Per quanto riguarda il personaggio dell’insegnante, la Professoressa Costa, ci sono due elementi principali su cui ho voluto puntare. Il primo è la fiducia nella cultura come possibilità di cambiare le cose, e la consapevolezza al fine di non farsi prendere in giro. L’altro ha a che fare con la pratica, con la facoltà di un’insegnante di praticare il suo mestiere. Per questo le possibilità sono sempre di meno. Oggi gli insegnanti sono oberati di lavori e cambiamenti, penso che concordiamo tutti che l’insegnamento vive un momento di gran difficoltà. Io avevo quattro frammenti per far passare la necessità del mio personaggio di comunicare che la cultura ha un grandissimo valore. Allo stesso modo credo che nella vita di un insegnante come di un genitore non ci siamo molte possibilità, ma in quelle poche che si hanno va incanalata l’energia per trasmettere la comunicazione, il messaggio.

Anna Ferruzzo: A proposito di Maria, la madre del protagonista, credo che la decisione di Tiziano di andar via derivi anche dal suo fallimento. È una donna sola, forte, che nonostante tutto trova il tempo di coalizzarsi con le altre donne del quartiere e di fare gesti significativi, alla fine però anche lei e suo marito si piegano alla legge non scritta del quartiere. Tonio entra anche in quella casa, ed è il culmine che fa partire Tiziano. A volte è necessario tagliare il cordone, perché quando vivi in un contesto familiare così, sei abituato a certe cose. Quindi allontanarsi permette poi di riavvicinarsi con altri occhi. In contesti particolari, l’allontanamento fa parte del concetto di crescita.

Giorgio Colangeli: Credo che il film sia coraggioso, non tanto perché mostra quello che non funziona, quanto perché si spinge molto su quello che funziona, è coraggioso nel far vedere che c’è tanta vitalità, che in carcere puoi incontrare qualcuno che ti rimette a posto. Questo ci responsabilizza, ci fa capire che di là, nei posti “difficili”, non ci sono persone che sono poi così debilitate dalla situazione da non poterci instaurare un rapporto. Sono lì e aspettano, sono vivaci, sono pronti al dialogo. Quella di Tiziano non è una fuga, è un viaggio, come un Erasmus, come se dovesse imparare un’altra lingua. Lui deve conoscere altre realtà per comprendere poi meglio quella che lo circonda. È come il presbite che si allontana per vedere meglio.

Di Robilant, avendo lavorato già al Sud, con il sottovalutatissimo “I Fetentoni”, che Italia viene fuori da questo piccolo caleidoscopio tarantino?
Alessandro Di Robilant: Io sono spinto dall’amore per il Sud, l’ho sempre amato ed è il luogo dove mi trovo meglio. Al sud riconoscono i rapporti umani ed è quello che personalmente mi è sempre mancato. Il quadro che mi posso esser fatto di Taranto è che lo annovero come un altro luogo dove ho lasciato un pezzo di cuore e nel quale vedo i problemi del Sud, che alla fine si somigliano.

Come ha lavorato sui due giovanissimi attori?
Ho lavorato con gran facilità. Ritengo che uno dei lavori che un regista dovrebbe saper fare è intuire prima di iniziare a girare quello che si trova davanti: se quella persona porta con sé quello che stai cercando. Giulio aveva con sé un bagaglio incredibile: viene da una famglia internazionale, non provinciale, abituata a stare insieme con ogni sorta di provenienza. Un ragazzo così devi solo metterlo a suo agio. Anche Selenia porta un bagaglio interessante, fatto di disciplina e serietà. A dodici anni è andata via di casa e si è fatta sei anni di collegio da sola. Cercavo bagagli da sfruttare in loro e ne ho trovati un bel po’.

Il costo di un film del genere?
Marco Donati: Il film è un low budget, è costato un milione e trecentomila euro, l’Apulia Film Commission ha partecipato, poi la Rai e il Ministero dei Beni Culturali. Siamo partiti senza il finanziamento, ma credo che il progetto fosse nato sotto spoglie felici. Dal 2005 siamo riusciti a finirlo nel 2008, non è male, siamo sotto la media.

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