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Piccolo scenario per una grande serata

In un Latte+ sold out cominciano la serata i Jakob, band strumentale che rappresenta l’ideale partner degli Isis, con una musica ricca di sfumature, che fonda il proprio credo sull’importanza del creare sempre un’atmosfera, dalla più tranquilla e sognante a quella più tesa e burrascosa. Interessante, si tratta sicuramente di una band da ascoltare in tranquillità, stesi su un prato in un qualche posto dimenticato da dio.

Ancora rilassati e cullati dai Jakob, ecco salire sul palco i The Austerity Program, che rappresentano di fatto la vera sorpresa della serata. Chitarrista/cantante, bassista e una drum machine violentissima: questo è quello che si presenta di fronte ai nostri occhi. Già dal prologo “Noi siamo i The Austerity Program, siamo felici di essere qui, non parliamo in italiano e infatti non so cosa sto dicendo…” si intuisce la personalità del cantante, tale Justin Foley, che si dimostrerà presto un autentico “profeta” del palco, in grado di ipnotizzare tutto il pubblico presente con il suo particolarissimo modo di “vivere” la musica.
Inizia così un concerto fuori dal normale, dove punk grezzo si mischia all’elettronica più impazzita e sincopata, con una pesante predominanza del basso, distorto e marcio fino all’osso. Ognuna delle sei canzoni eseguite rappresenta una piccola perla di pazzia: poco importa se il cantante a tratti stona, Justin offre una prestazione animalesca (completamente sudato dopo 3 minuti della prima canzone), gesticolando, enfatizzando l’inizio di ogni parte pesante con urla molto distanti dal microfono, ma distintamente udibili da tutto il Latte +.

L’ammirazione per questi due pazzoidi si mischia all’ilarità e alla sorpresa per le continue bordate di suono che investono il locale, come se niente e nessuno potesse fermarli. Addirittura, quando nell’ultima canzone il bassista Thad Calabrese viene “abbandonato” dalla sua strumentazione, Justin decide di prendere il basso, attaccarlo ai suoi effetti e continuare la canzone da solo, ottenendo un suono (se possibile) ancora più grezzo e pesante, chiudendo così una prestazione memorabile, che, seppur opinabile dal punto di vista tecnico, è assolutamente da applaudire per l’incredibile attitudine dimostrata dal duo di New Jersey.

Spaesati ma contenti, si prende un bel respiro e si chiudono gli occhi nuovamente: salgono sul palco gli Isis. Paradossalmente, la prestazione dei cinque artisti è così grande e totale che di parole ne servono davvero poche: semplicemente Isis. Questo forse basta a far capire come siano riusciti a ricreare perfettamente quell’atmosfera sognante, ma anche estremamente malinconica, radicata in ogni composizione, dove ogni nota eseguita risuona tra le mura di un locale completamente catatonizzato e rapito dalla potenza e dalla forza sprigionata da Aaron Turner e soci.

È incredibile constatare come non ci sia una figura che domina sulle altre: ogni singolo componente rappresenta un tassello fondamentale del mosaico musicale creato dalla band di Los Angeles, come se ogni membro della band cadesse in uno stato di trance dall’inizio alla fine del concerto. Vengono quindi eseguite canzoni fantastiche come “Holy Tears”, “Not In Rivers, But In Drops”, “Wrists Of Kings”,”Carry”, senza parole, non un thank you, nulla. Pura musica essenziale, un’esperienza unica che incanta e lascia il segno.

Parlare della prestazione tecnica risulta oltremodo superfluo, perché ci troviamo di fronte ad una band ormai ineccepibile, forte di una sezione ritmica perfetta (un plauso al batterista Aaron Harris, che, con il suo stile potente ma sempre delicato rappresenta l’ideale interpretazione della filosofia Isis) e di un suono d’insieme che sa abbattere mura, ma anche accarezzare dolcemente le orecchie di chi, estasiato, ascolta.
Si chiude così una bellissima serata, ed è imperante la sensazione di aver assistito a qualcosa di grande… gli Isis a Brescia, ma stiamo scherzando?

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