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Piero Cassano: La vera musica non è un talent show

In occasione della prima audizione nazionale di “A Vivavoce” cui parteciperanno cantanti, cantautori, gruppi musicali, strumentisti solisti, compositori e autori, abbiamo intervistato telefonicamente Piero Cassano che, insieme a Fabio Perversi e Nuccio Cappiello farà parte della giuria. Piero è tra i più conosciuti compositori italiani, nonché storico membro della band Matia Bazar. Abbiamo iniziato questa lunga chiaccherata, devo dire piacevole, e Piero è stato così gentile da dirmi “diamoci del tu”.

Ciao Piero, tu sarai nella giuria di “A Vivavoce”. Raccontaci un po’ come si svolgeranno le audizioni..
Tengo a precisare subito una cosa. Qui non stiamo parlando di talent. Non si tratta di una giuria come quella di X Factor o Amici. Non ci sono dei giudizi da dare “tu sei dentro”, “tu sei fuori”. Quello che noi cerchiamo di dare, attraverso la nostra ormai vecchia professionalità e attraverso il mondo musicale vissuto, parlo per me e per Fabio Perversi la cui esperienza ci accomuna nei Matia Bazar, sono dei consigli. Non siamo lì per alzare la paletta rossa o verde affinché uno possa andare avanti in quello che è il suo credo e il suo talento artistico. Per ciò che riguarda me, i consgili vengono da tutte le mie esperienze, dai primi Matia Bazar, a Eros, Mina, Anna Oxa e altri artisti di fama internazionale. In maniera molto seria vogliamo limitarci nella nostra professionalità a dare dei consigli, quindi anche suggerirea chi magari non è molto portato per la musica di farlo non come lavoro ma considerarlo più un hobby. Una persona non deve essere cullata dalle false illusioni. Spesso noi troviamo proprio nei vari talent ragazzi che, per 2-3 mesi, sono sottoposti continuamente alle telecamere, alla tv, e poi? Di tutti quelli che tu vedi, ma anche che arrivano alla finale di questi talent, quanti poi proseguono nella vita artistica? Io direi nessuno. Negli show televisivi i ragazzi sono un po’ delle cavie, degli strumenti finalizzati a un evento televisivo. Io mi ricordo in maniera molto forte di Giusy Ferreri. Di Chiara che ha vinto X Factor quest’anno, io la ricordo perché lei adesso fa una pubblicità televisiva. Ma non ho visto il suo talento messo a dura prova o quantomeno finalizzato a poter creare una carriera. Se la carriera di Chiara dovrà essere quella di rappresentare una marca ben precisa in tv per uno spot televisivo, allora abbiamo preso un po’ in giro tutti quelli che pensavano di fare una cosa e poi si ritrovano a farne un’altra.

Quali consigli puoi dare a un giovane artista che vuole inseguire il suo sogno e diventare un cantante?

Bravissima. Questa è una bellissima domanda. Io ne posso parlare perché dall’alto della mia età ho avuto tantissime esperienze, e chiaramente intendo dire che spesso sono gli stessi genitori a spingere un ragazzo perché magari hanno più bramosia di lui del successo, ovvero non vogliono altro che vedere il figlio in televisione. I genitori sono quelli che non danno libera espressione al talento del figlio. Tu devi accostarti all’arte, qualunque essa sia, con la giusta considerazione di poter e doverla fare con delle basi sane. Un ragazzo deve avere la cultura musicale, deve avere un suo gusto personale da poter proporre. O ancora, nei talent non ti devono dare la canzone da interpretare punto e basta. Alle volte sbagli. Rischi di dare a un cantautore la canzone di un interprete e ad un interprete rischi di dare la canzone di un cantautore. Insomma si va a generare un casino incredibile. Noi vogliamo essere dei consiglieri di quella che potrebbe diventare la vita reale artistica dei ragazzi, ponendoci di fronte a loro e discutendo del loro quotidiano, che non è solo do re mi fa sol. Per tanti di loro è la scuola, è il lavoro, il confrontarsi con le tematiche di tutti i giorni, comprese quelle della famiglia nella quale loro vivono. Un giovane deve essere, quindi, messo nella condizione di fare musica perché effettivamente è una sua ragion di vita. Non è ragion di vita, invece: voglio avere assolutamente successo perché così potrò andare a fare le serate, comincerò a guadagnare qualche soldo. Basta, qui bisogna essere seri, dare i giusti indirizzi e dire a chi ha le giuste capacità: “ok, tu hai le carte in regola per proseguire”. Non sono in grado di entrare nell’anima di un ragazzo che vuol cantare o che scrive canzoni per poi dovergli affibbiare delle canzoni che magari non gli appartengono né come testa, né come cuore, né come anima, né come modo di vita nel quotidiano.

Quindi anche la scelta di restare al di fuori della tv è collegata al fatto che prima dicevi riguardo ai giovani che nei talent sono una sorta di strumenti?

Certamente. Noi vorremmo cercare dei giovani dandogli una mano per quello che il mercato discografico oggi si può permettere. Giovani che hanno difficoltà ad avere un approccio con la musica. Se io vado a partecipare ai talent, io finisco nel meccanismo televisivo. La televisione brucia, la televisione consuma velocemente. Lo vedi anche attraverso le pubblicità. È rimasto ancora il vecchio spot del Mulino Bianco, dopo decenni con la stessa musica. Tutte le altre come quelle della Vodafone, ad esempio, sono pubblicità che dopo sei mesi cambiano . Tutto tende a essere bruciato. Sulla base di questi ultimi 5 anni di talent mi chiedo quanti progetti di questi ragazzi, arrivati anche in finale, ne sono venuti fuori. Non sto parlando dei giurati, sto parlando della televisione che sta prendendo in giro questi giovani che hanno voglia di manifestare il loro talento. Purtroppo, devo dire, la strada più breve è proprio quella di partecipare a questi talent. “A >Vivavoce” non è un talent, è un’audizione che permette di valutare, a tutto tondo, il tuo mondo musicale.

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Per quanto riguarda il tuo successo musicale cosa ci dici? Hai collaborato con Eros Ramazzotti, Mina, Anna Oxa.. Com’è stato collaborare con questi artisti e scrivere per loro?
Con Eros ho girato il mondo perché eravamo solo noi due e andavamo all’avventura, partivamo dall’Italia. A scrivere le canzoni di Eros eravamo in tre: io, lui e Adelio Cogliati. Eliana permettimi, e non grazie alla televisione, ma ci siamo fatti un c**o di quelli enormi! Noi alle 4 del mattino spesso eravamo ancora negli studi di registrazione a fare provini, a scrivere più di 30 canzoni per poi sceglierne 10-12 che andavano a finire sui cd di Eros. Io ho lavorato con lui, ho prodotto i suoi album per la bellezza di sette dischi, quasi più di 100 canzoni. Tutto quel lavoro, quella fama mondiale che Eros ha ottenuto è perché veramente ci siamo fatti un mazzo incredibile. Nessuno ci ha regalato niente. Abbiamo fatto tesoro anche dei tanti sbagli che abbiamo commesso. Tesoro che noi oggi, io Fabio e Nuccio Cappiello, vogliamo mettere a disposizione dei tanti giovani che avranno voglia di venirci a trovare a “A Vivavoce”.

Tra tutti gli artisti con cui hai collaborato, c’è un cantante con cui hai sentito immediatamente un’affinità musicale e qual è la canzone che ti ha dato più soddisfazioni?
Con Eros ho certamente un’affinità musicale che va da “Le Cose Della Vita” a “Musica È”. Con Anna Oxa ho un feeling particolare su una canzone che ho scritto appositamente per lei che si chiama “Quando Nasce Un Amore. Con Mina ho trovato particolare feeling su una canzone che ho scritto insieme a Massimiliano Pani e suo figlio. Pensa che a distanza di anni anche questa canzone è stata inserita in uno spot televisivo che è “Devi Dirmi Di Si”, finalizzato alla carta di credito “Si”. A me piacciono determinate tipologie di canzoni. Eros avrà le sue preferite, ad esempio Anna aveva una sua canzone preferita che era “Oltre La Montagna”, una canzone che ha preso poi un’artista sudamericano, e ne ha fatto un successo planetario con addirittura più di 2 milioni di copie vendute. Sai, sono un po’ tutti figli tuoi. Ad esempio, c’è una canzone che mi piace da morire che ha scritto Fausto Leali che si chiama “Canzone Amara”. La mia vita artistica, nella quale io mi riconosco più come autore che altro, mi ha portato a scrivere ad esempio una canzone per i cartoni animati che si chiama “C’Era Una Volta.. Pollon”.

Cosa ci dici sull’esperienza, come hai appena accennato, nel comporre sigle di cartoni animati?
È un’esperienza che devo tantissimo logicamente all’interpretazione di Cristina D’Avena. Poi, ad una collaborazione di un’autrice e produttrice televisiva che si chiama Alessandra Valeri Manera, la quale ha composto il testo di queste sigle televisive. Io mi sono avvicinato più per sperimentazione. Volevo capire se ero capace di fare un qualcosa che mi faceva quasi sorridere. È questo il bello. Ed è la stessa cosa che io chiederò ai giovani che verranno “A Vivavoce”, ovvero sperimentare, mettersi in gioco, perché magari loro pensano che una cosa sia giusta, e invece non lo è così tanto e se ne possono accorgere col suggerimento di qualcuno, che come me e come gli altri giurati è in grado in fornirgli grazie all’esperienza. Noi non vogliamo dare voti. Vogliamo dare consigli.

Tra l’altro tu hai anche collaborato con alcuni artisti latino-americani come Patricio Sousa e Ricardo Montaner. Ha trovato differenze tra la loro musica e quella italiana?
Si perché l’uomo latino-americano ha “un alma particolar”. Da noi, oggigiorno, se tu parli di una storia d’amore sei “old”. Questo perché, probabilmente, anche i giovani vivono i sentimenti in una maniera molto frettolosa come ormai è diventata la quotidianità di ognuno di noi. Abbiamo modificato un po’ la nostra cultura, quella che abbiamo imparato dalla famiglia, dalla scuola. Intendo dire che i sentimenti nel popolo latino-americani sono sempre rimasti quelli molto tradizionali, molto legati agli amori, ai travagli degli amori. Loro difficilmente cantano un amore felice. L’amore felice non ha bisogno di molte spiegazioni. È felice punto e basta! Loro, invece, cantano gli amori tragici, gli amori combattuti: chi si lascia, chi si uccide per amore. Scrivere musiche e melodie in quel contesto, di conseguenza, deve essere qualche cosa che si va a fondere con quella che è un po’ una loro mentalità di vita e di approccio alla vita. Diversa da quella che abbiamo un po’ noi europei.

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I Matia Bazar hanno avuto diverse variazioni al loro interno nel corso degli anni. Cosa è cambiato tra il tuo arrivederci del 1981 e il ritorno nel ’99?

Sicuramente io ho lasciato il mondo Matia quando era ancora molto pop. Poi, loro nel periodo in cui io non ci sono stato sono diventati un gruppo di sperimentazione totale. Nei miei primi anni, invece, il basso era il basso. C’è stata una vera e propria trasformazione di mondo. Io credo che i primi Matia Bazar fossero molto pop e all’interno del gruppo vi era un filo conduttore interno che consisteva nel vivere insieme la quotidianità, e quindi cantare e suonare costantemente insieme. Successivamente, invece, l’avanzare così forte della tecnologia ha portato in loro una voglia di sperimentare dove tu non hai più bisogno di avere lì il gruppo. Tu oggi sei in grado mediante una tastiera di riprodurre la batteria, il basso, la chitarra, un’orchestra di 60 elementi. Ai miei tempi non c’erano strumenti o agenti esterni che ti permettessero di realizzare una canzone. Quando io sono uscito, c’è stato un ricorso da parte loro alla grande tecnologia e anche a bravi arrangiatori quali Colombo, Celso Valli, Maurizio Bassi. Due fasi veramente molto diverse tra loro. Quando io sono rientrato nel ’99, questi anni 2000 nei Matia hanno riportato una commistione tra i due mondi: quello che è stato mio all’inizio dei Matia, e il mondo che è stato di Giancarlo Golzi quando io ero fuori dal gruppo. Questi due mondi affini sono potuti diventare uno intersecato all’altro grazie all’intervento della gestione dei macchinari e dei nostri mondi da parte di Fabio Perversi, il giovane dei Matia Bazar.

La tua carriera nel mondo della musica ha inizio negli anni ’70. Nel corso di tutti questi anni pensi di aver raggiunto tutto il successo che desideravi? O al meglio non c’è mai fine?

Io sto producendo un gruppo insieme a Fabio Perversi che se tu avrai occasione di poter andare a sentire ti pregherei di sentirlo. Si chiamano “Sulutumana”, ovvero sul’utumàna che vuol dire “sul divano”. È un termine italianizzato del dialetto comasco. Io credo che non ci sia limite al meglio. Ti ho parlato di loro perché il titolo dell’album che io e Fabio abbiamo prodotto per i “Sulutumana” si intitola “Non C’è Limite Al Meglio”. Quindi, rispondo alla tua domanda portandoti come esempio questi ragazzi. È chiaro che dopo tantissimi anni, ovvero dalla metà del ’75 fino ad arrivare ad oggi, potresti sentirti realizzato. Ma proprio perché questo è un lavoro che tu devi fare perché fa parte del tuo Dna, come cercheremo di far capire anche ai ragazzi a “A Vivavoce”, non c’è un punto in cui ti fermi. Questo è un lavoro che non va fatto per il raggiungimento di un fine particolare, come il successo, o per sentirti appagato perché hai scritto una gran bella canzone. Quando ne hai scritta una il successo deve essere la spinta successiva affinché tu possa continuare, non per raggiungerne uno nuovo, ma per migliorarti. Non c’è limite al meglio per chi come noi esiste da tanti anni, ma non perché divorati dalla voglia totale di una gloria eterna ma semplicemente perché fare musica è una ragione di vita. Bisogna, quindi, ricercare sempre il meglio, esperienza dopo esperienza.

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