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  • A Pigeon Sat on a Branch Reflecting on Existence

    Diretto da Roy Andersson

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“A Pigeon Sat on a Branch Reflecting on Existence” è l’ultimo capitolo della “Trilogia vivente” di Roy Andersson: il regista mira ad una rappresentazione della vita nella sua grandiosità e nella sua meschinità, in chiave filosofico-grottesca, con innumerevoli riferimenti colti, di cui alcuni impliciti (il teatro dell’assurdo di Beckett) e altri esplicitamente dichiarati, come “Don Chisciotte” di Cervantes, “Uomini e topi” di John Steinbeck e “Delitto e castigo” di Dostoevskij).

In un non precisato paesaggio occidentale dalle sembianze vagamente post-apocalittiche, vagabondano, come novelli Don Chisciotte e Sancho Panza, un venditore di oggetti inutili con lo scopo di far divertire la gente e il suo migliore amico ritardato mentale.

Un viaggio attraverso diverse epoche coesistenti in uno stesso spazio, inquadrato quasi sempre frontalmente e a camera fissa, come una scena teatrale, e allestito come un quadro di Hopper. Più che di epoche storiche, si tratta di un’intera stratificazione culturale (quella occidentale) trasfigurata su un piano surreale, che sembra seguire un’intrinseca e ordinata logica nel suo essere totalmente incoerente.

Tuttavia una filosofia c’è, il non-sense è come un sofisticato giocattolo meccanico molto in voga negli ambienti aristocratici della mitteleuropa, che affascina per la sua ambiguità di senso. È una riflessione sul carattere grandioso, che insinua dubbi sulla follia come carattere instrinseco della natura umana? E ancora, è una riflessione sull’identità culturale sulla vanità dell’umana gloria e sull’involontario e irresistible senso del comico che scaturisce dalle piccole meschinità, dalle banalità dell’esistenza?

Pro

Contro

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