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  • Pinocchio

    Diretto da Matteo Garrone

    Data di uscita: 19-12-2019

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La nuova versione cinematografica del “Pinocchio” di Collodi realizzata da Matteo Garrone arriva al cinema con l’ambizione di portare a compimento la sfida lanciata senza grande successo da “Il racconto dei racconti” (2015), ovvero conquistare il favore del pubblico con un fantasy all’italiana.

Rispetto al film ispirato ai cunti di Giambattista Basile, per “Pinocchio” si punta meno sull’aura di film d’autore: nessun passaggio ai festival (i titoli più recenti di Garrone, da “Gomorra” in poi, erano invece stati tutti presentati e più di un’occasione premiati a Cannes), uscita strategica nel periodo di Natale (ben 600 sale dal 19 dicembre, che aumenteranno nei giorni festivi), un cast che mette insieme tanti volti popolari e una locandina che grida «La favola più amata prende vita» (Pinocchio peraltro non è formalmente una favola, ma sorvoliamo) e piazza sopra al titolo, in modo un po’ ingannevole, il grosso nome di Roberto Benigni – che il suo Pinocchio l’aveva portato al cinema nel 2002 − relegando quello di Garrone, più piccolo, subito sotto.

Per il regista romano, che ha una formazione da pittore, la fascinazione nei confronti del romanzo di Collodi è innanzitutto figurativa: «Ho iniziato a disegnare Pinocchio quando avevo sei anni», racconta in conferenza stampa. E oggi che ha l’opportunità di disegnarlo sullo schermo cinematografico, lo fa tenendo come riferimento il tratto marcato ed espressivo di Enrico Mazzanti, illustratore della prima edizione.

Fin dalle prime scene in cui il pezzo di legno nella bottega di Mastro Ciliegia (Paolo Graziosi) dimostra di non essere un pezzo di legno qualsiasi, il “Pinocchio” di Garrone ci immerge in una dimensione familiare: il paesino, gli artigiani, l’osteria, il cibo, la povertà, il freddo… In questa familiarità sta il punto di forza del film, che coglie in pieno e reinventa tutta l’italianità archetipica del testo di Collodi: sono giusti e popolari i volti di Mangiafuoco (Gigi Proietti), del Gatto e la Volpe (Rocco Papaleo e Massimo Ceccherini), e di Geppetto (Roberto Benigni, la cui adesione intellettuale al progetto appare entusiasta). Sono giusti i luoghi, i paesaggi, i colori (Garrone cita l’influenza dei Macchiaioli), le creature magiche (il lavoro del character designer Pietro Scola e del truccatore Mark Coulier è notevolissimo). Sono volti e luoghi nostri, li riconosciamo, sono parte di noi e della nostra cultura da sempre.

Questo senso di familiarità produce però anche l’unica, ma non trascurabile, debolezza del film: “Pinocchio” non sorprende mai. Scena dopo scena, quadro dopo quadro, gli eventi e i personaggi si susseguono, con poche variazioni, secondo la scansione in capitoli pensata da Collodi nel 1881. Garrone, che per la sceneggiatura si è avvalso anche della collaborazione di Massimo Ceccherini, non è comunque un regista invisibile: sceglie dove posare l’accento (il desiderio di paternità di Geppetto, l’ingenuità dei bambini violata dagli adulti, la scuola come esperienza punitiva), addolcisce un po’ l’anarchia del burattino, e realizza singole scene di grande forza evocativa. Il suo “Pinocchio” però ci conduce dritti dove ci aspettiamo di arrivare, accompagnati da una colonna sonora, di Dario Marianelli, gradevole ma convenzionale, e da interpretazioni tutte ben centrate ma anche molto lontane da quello stile a metà tra l’iperrealismo e l’effetto di straniamento che ha caratterizzato e reso unica buona parte della filmografia di Garrone.

Già nel “Racconto dei racconti” la recitazione rientrava dentro canoni più impostati e letterari, ma lì c’era il filtro della lingua inglese: con “Pinocchio” il distacco rispetto a film come “L’imbalsamatore”, “Primo amore” o anche “Gomorra” è più evidente, e se un attore come Benigni, pur restando Benigni, trova il modo di essere convincente, un’attrice come la francese Marine Vacth (la Fata adulta) si arena al livello della banalità. Un interprete banale, in un film di Garrone, non l’avevamo mai visto.

Uno spazio per giocare con la figura dell’attore in modo più libero, Garrone riesce però a ritagliarselo lo stesso: se nel “Racconto dei racconti” c’erano i circensi, nel mondo di Pinocchio gli attori sono i burattini, quelli che recitano nel teatro di Mangiafuoco e che lo riconoscono subito come un loro simile. Oggetti manovrabili ma dotati di coscienza propria, maschere che mantengono l’identità di scena anche quando sono a riposo nel carro, sottoposte alla volontà del burattinaio ma portatrici di desideri e sentimenti individuali. Geppetto ne resta subito affascinato, al loro arrivo in paese, e noi insieme a lui.

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