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Piotta: La grande onda che ritorna a Piazza San Giovanni

Nel backstage del Primo Maggio abbiamo incontrato anche Piotta, nome d’arte di Tommaso Zanello. È la sua terza volta sul palco di San Giovanni e il rapper ci ha raccontato che, come sempre, l’esibizione al Concertone è una bella emozione e un’occasione per raccontare le storie che ci riguardano, come quella del lavoro e della società che ci circonda. Piotta ci ha parlato anche del suo nuovo progetto teatrale, “Freedom”, in collaborazione con Gherardo Colombo.

Ecco cosa ci siamo detti..

Su questo palco un ritorno ma anche un’opportunità per lanciare i tuoi concerti..
Il terzo ritorno, in attesa del quarto. È sempre un piacere, un onore, salire su questo palco per quello che rappresenta, per gli artisti che ci sono, per la musica che si ascolta. Tutti quelli che ci salgono sono musicisti con la m maiuscola sia nei suoni che nei contenuti. Sono felice di esserci anche in questo 2014 a presentare un progetto particolare per me in quanto si, c’è il lato musicale che è quello che eseguo io, ma c’è anche il lato più in prosa, teatrale, che è quello invece gestito, narrato, spiegato da Gherardo Colombo. Lo spettacolo che si chiama “Freedom” e che stiamo portando in tutta Italia, spiega quelli che sono i valori e lo spirito della nostra Costituzione. Lui lo fa con la sua storia personale, io con le mie canzoni e le mie rime, a volte lanciando argomenti che poi spiega Gherardo, a volte chiosando un po’ in rima quello che è il suo percorso narrativo.

L’idea è che per fare qualcosa per la musica bisogna rischiare in proprio e bisogna fare, ed essere artefici anche del lavoro degli altri.
Si, purtroppo ormai non solo per la musica devi rischiare in proprio, ma per qualsiasi attività. Sicuramente, in questo momento di crisi e di cambiamento è un male perché mette ansia, e oggettivamente c’è poca liquidità in giro. Sono molte le aziende che saltano, i disoccupati, i posti che mancano e siamo qui anche per raccontare tutto ciò. È una festa del lavoro, ma in realtà in un periodo in cui il lavoro non c’è, quindi è una speranza di una festa del lavoro dove si possa festeggiare a tutto tondo per 365 giorni l’anno.
La musica è un’opportunità dove rischi in prima persona da sempre, pertanto il lato positivo è che tutto questo l’avevi già messo in conto all’inizio, e non c’è quel dramma psicologico di perderlo o di attutirlo. Per chi magari non ha fatto questi conti perché ha giustamente studiato e fatto un percorso istituzionale, perderlo di colpo è il baratro poiché sei già grande e non c’è nessuno che ti ascolta e risolve i tuoi gravi problemi economici e della famiglia che tu hai costruito.

Tra l’altro linguaggio rap e dell’hip hop è un linguaggio che non tramonta, anzi sta vivendo una nuova stagione..
Si, diciamo la seconda grande stagione. Io, Frankie, Caparezza, Neffa, gli Articolo 31, abbiamo fatto un po’ da pioneri. Adesso ci sono tanti ragazzi in gambissima e giovanissimi come Rocco Hunt o Clementino, che la portano avanti con grande capacità e con un grande contenuto, con particolar riferimento proprio a loro. Essendo ragazzi del Sud rappresentano l’opportunità che può dare la musica, non solo lavoro a te, ma anche a quelle persone a te vicine e si spera anche lontane nell’aumentare del volume di lavoro.

C’è un ingrediente che tu ritieni necessario spendere per smuovere la musica verso una direzione diversa?
Dipende, perché una certa musica, a mio gusto, va già nella direzione giusta. Quella che non ci va è libera di non andarci. Il bello della vita è quello: ognuno fa ciò che vuole basta che sta bene con se stesso, e soprattutto racconta se stesso e le storie che vive in prima persona, senza finzioni un po’ troppo pop.

Quindi più autenticità..
Secondo me si. Io penso di averlo già fatto, e sicuramente lo continuerò a fare. Poi, gli altri sono liberi di muoversi come meglio credono. Non riesco veramente ad essere giudice di nessuno, specialmente in un campo come l’arte che è anarchia più assoluta, e tale deve rimanere.

Oggi ci sono anche altri eventi, non solo il Primo Maggio a Taranto, ma anche quello ai Castelli. Tu come mai hai scelto il Primo Maggio qui a San Giovanni?
Non sono io che ho scelto lui, ma è lui che ha scelto me. Io suonerei tutti i giorni, tutto l’anno, e se fossi stato Padre Pio anche in più posti contemporaneamente. Ma il dono dell’ubiquità non ce l’ho, quindi oggi sto a Roma e auguro un grosso in bocca al lupo a tutti i colleghi, gli amici, di tutti i Primo Maggio d’Italia e credo che portiamo avanti gli stessi valori, ognuno con un cast differente.. ma in realtà molti di noi siamo amicissimi da lunga data e sicuramente da parte mia non c’è nessun derby.

Da romano cosa pensi della situazione dell’Angelo Mai?
Penso che è stata grave. È grave. La speranza c’è che si possa risolvere, ma il timore, vista anche l’importanza strategica del luogo è che poi, purtroppo, non possa risolversi esattamente in quel luogo, come fu con il vecchio Angelo Mai. È un luogo che culturalmente ha dato tanto e credo che ancora possa dare. Tanti colleghi amici, artisti, scrittori, aveva trovato nell’Angelo Mai un punto di riferimento, magari anche solo per ritrovarsi la sera per scambiarsi due chiacchere.. Tante idee sono nate lì, tante storie sono state raccontate come le raccontiamo su questo palco. Era uno spazio libero, e quando la libertà viene messa a tacere è sempre un male collettivo.

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