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Piove sulla pioggia d’aprile

Gli Anathema risultano a mio parere più presenti degli headliner, in questa umida sera dove la musica deve parlare la lingua dell’emozione. Della pioggia, ne è consapevole anche Vincent Cavanagh; in parte contrariato per il ruolo di opening act – con conseguente setlist nella forma abbreviata – e per le piccole dimensioni del palco, ma ritrova coraggio grazie alla stoica resistenza del numeroso e attento pubblico che ha accettato di restare fuori ben oltre le sette di sera per lasciar fare al gruppo il dovuto soundcheck. Vinnie ce ne è grato. E lo dimostra. Ancora una volta, l’ennesima, le aspettative non vengono deluse. Ancora una volta, l’ennesima, gli Anathema offrono al pubblico uno spettacolo vibrante, toccante, che s’è mosso direttamente dall’anima più profonda dei Britannici, giungendo a noi attraverso ogni singolo passaggio strumentistico.

Un Vincent coinvolto, di disarmante bellezza ed esondante carisma, fa l’impossibile affinché nulla di quella che è la straripante emotività di questa serata non vada perduto, non si liberi vanamente nell’aria; ad aiutarlo, un Daniel concentratissimo, apparentemente più freddo e razionale, che meno pare perdere il controllo di sé ma che spinge fuori dalla sua chitarra lo spessore d’un dramma appassionato in ogni canzone. Impeccabile come in una studio session, puntuale su ognuna di quelle sfumature emotive che sembrano uscire dall’irrepetibilità d’un’interpretazione. Esecuzioni nitide ed perfette, performance degne di lode, ottimi suoni, cristallini e potenti. Lo spirito è quello giusto, di un’attitudine consapevolmente sciolta, ma patetica e presente, in nulla artefatta… Al più, fatta ad arte, e fatta d’arte. Senza convenevoli, apre lo spettacolo il tipico crescendo elettrico-soft, la piena calda di suoni che lentamente sviluppa carica musicale senza smarrimento d’intensità, né soluzione di continuità nell’amalgama e canalizzazione del suono basso-chitarre con arrangiamenti: una sorprendente “Fragile Dreams”, risalente all’era “Alternative 4″, ri-modellata sulle fattezze minimaliste e pulite del Natural Disaster-sound. Una sentita rivisitazione dilatata e struggente. Prosegue il momento ormai irrinunciabile nella scaletta di ogni concerto, per piacevolezza e per la leggerezza dei suoni che evoca sin dal primo refrain: “Balance”, un decollo assoluto dell’anima dal vivo, aggressiva ed accattivante, la prima a scatenare Vinnie nella parte elettrica tra tensioni vocali al limite della rottura di nervi e maltrattamenti alle sei corde che hanno fatto bagnare mezzo pubblico femminile.

Sorprendente quanto, a tutti gli effetti, l’oramai talentuoso cantante (progressi solidi e convincenti rispetto allo stesso uomo di cinque anni fa) viva a livello estremo la musica che riversa oggi nel pubblico, molto più di quella manieristica gothic dei primi tempi. Inseparabile proseguio, “Closer” permette alla band di respirare, e a Vinnie di fare l’irrinunciabile show dell’effetto vortice noise al termine del brano, intrallazzandosi con il pedale distorsore. E di dimostrare ancora una volta la perfezione di nervi saldi e stato emotivo negli accordi e negli arrangiamenti, disciplinati, sinuosi ed armoniosi; di dimostrare il come l’apparente minimalismo di “A Natural Disaster” sia in realtà una marea solo inizialmente trascurabile e piacevole, ma dalle sorprendentemente tracimantincontenibili crescite. Per nulla minimale, pure, la sorpresa della serata: “Lost Control”, di nuovo dal lontano “Alternative 4″, introdotta come la grande assente della scorsa data al Transilvania; inaspettata e spettacolare quanto vissuta fino al crollo di nervi e alla consapevolezza tragica sprigionata dalla quadriade-triade di pianoforte che ne costituisce il leit motiv. Lasciata a casa Lee Douglas, “Judgement” trova degne rappresentanti in “Pitiless”, insidiosa e tesa come mareggiata e tempesta. In “Forgotten Hopes” e “Destiny Is Dead”, le cui note rischiavano di scivolare fin troppo piacevolmente. In “One Last Goodbye”, della cui travolgente intensità non finirò mai di stupirmi. In una “Judgement” introdotta dai primi accordi di “Goodbye Cruel World” (cover pinkfloydiana che gli Anathema fecero nei tempi antichi per la “X Peaceville Compilation”), insolitamente popolare tra il pubblico, che in questo momento decide di cantare insieme alla formazione di Liverpool.

Ma proprio mentre il Transilvania Live si aspetta l’isterica accelerazione finale, esplode nel medley “Panic”, uno di quei brani che o ti trascina nelle sue visioni sovrapposte e sovraccariche, o ti espelle dalla continuità sentimentale per colpa del suo temperamento nervoso. Aderisce al sublime, invece, “Release” che si carica in apertura d’un’elettricità quasi invisibile, che da una luce fioca e calda, tra il rosso e l’arancione, esplode poi in un’insostenibile bagliore gialloverde, acciecante ed inaspettato… Piccola parentesi pinkfloidiana, tanto ovvia quanto la loro personalissima attinenza e devota somiglianza a chi, visibilmente, tanto ormai ispira questo Combo inclassificabile ed al di fuori (sopra?) d’ogni genere. L’arte e gli artisti offrono per epilogo “Flying”, musicale, d’un’impressionabile sensibilità nei vertici di patetico tormento e drammatico patimento; congedandosi con la promessa di nuove finestre sull’emozione per l’anno prossimo. Quale volete possa dunque essere, il giudizio di un’esibizione d’assoluta, innegabile perfezione sotto ogni punto di vista, formale e sensibile? Rosichino pure gli assenti, e si rodano dentro, profondamente.
[PAGEBREAK] Pubblico delle grande occasioni questa sera per l’accoppiata vincente Anathema-Porcupine Tree, un’affluenza totalmente inaspettata dal sottoscritto, tant’è che giungo al Transilvania live pochi minuti che venga chiuso l’ingresso per sold out! Entro nel confortevole calduccio del locale, piacevole solo per qualche minuto (fuori diluviava!), giusto il tempo di acclimatarsi che la temperatura diventa fastidiosa, e mi accorgo che gli Anathema sono già oltre la metà del loro set. Riesco dunque solo godermi un breve stralcio di show, composto dalle varie “Forgotten Hopes”, “One Last Goodbye”, “Lost Control” e la finale “Flying” che chiude il breve, ma alquanto intenso show della band dei fratelli Cavanagh. Nessuna sorpresa dunque, ma uno show come al solito particolarmente intenso e trascinante, da parte della band albionica, attesa per un nuovo full-leght album il prossimo autunno.

Breve cambio di palco, accompagnato dalla geniale idea di accendere il condizionatore d’aria (era ora!) per dare quel minimo di refrigerio possibile, e alle 21.15 Steven Wilson (immancabilmente scalzo) & Co. danno il via a “Deadwing”, title track dal nuovissimo album dei Porcupine Tree. Un lavoro attesissimo dai die hard fans della band inglese, e anche da coloro che han scoperto i porcospini con il precedente “In Absentia”, album che ha sdoganato irrimediabilmente la band di Steven Wilson all’audience metallica. Ed è proprio il folto pubblico di giovani metallers contrapposto ai vecchi progsters a risaltare questa sera al Transilvania Live, segno che i Porcupine Tree di oggi riescono ad unire un pubblico alquanto trasversale quanto a gusti musicali. “Deadwing” prosegue sulla falsariga del gigantesco predecessore, recuperando la verve melodica e il gusto rock/pop di “Lightbulb Sun” e “Stupid Dream”, tanto che il nuovo materiale nel corso del concerto si incastra perfettamente con la vecchia produzione.

Gli estratti dal nuovo disco, la sinuosa e incalzante “Deadwing”, le delizie armoniche di “Lazarus” (subito contrappuntata da “The Sound Of Muzak” (accolta fragorosamente dal pubblico come tutti gli estratti da In Absentia), e “Halo” riescono a legarsi alle mitiche “Hate Song”, “Shesmovedon”e “Even Less” senza sfigurare affatto. E se pezzi quali la già citata “Halo” o “Mellotron Scratch” su disco paiono in sostanza ordinaria amministrazione per i Porcupine, dal vivo assumono maggiori connotati e forza espressiva, grazie alla forza ritmica del placido Colin Edwin e dello strepitoso drumming di Gavin Harrison, per non parlare poi della straordinaria “Arriving Somewhere, Not Here”, uno dei maggiori highlight del concerto di stasera.

Non manca un tuffo nel passato remoto con una manciata di estratti da “Up The Downstairs”, (il cui remastering è di imminente uscita), ossia “Fadeaway” e “Burning Sky” che vanno a rispolverare il passato psichedelico progressivo dei Porcospini, ma neanche questa volta nessun pezzo dal mitico “Signify”, ampiamente snobbato in queste ultime due tournee. L’algido Steven Wilson questa volta sembra scrollarsi di dosso la sua proverbiale aurea enigmatica e si dimostra particolarmente gasato dal feedback del pubblico durante l’esecuzione delle immancabili “Blackest Eyes” e “Trains”, brano che va a chiudere un’ora e quaranta di show impeccabile e privo di sbavature. Di certo non la migliore performance mai vista da parte dei Porcospini, formalmente ineccepibile da sfiorare la prevedibilità, ma alquanto “hot” per via di un pubblico, a differenza del passato, veramente delle grandi occasioni, assoluta sorpresa di questa serata.

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