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  • PJ Harvey – A Dog Called Money

    Diretto da Seamus Murphy

    Data di uscita: 21-05-2020

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In occasione del lancio di WANTED ZONE, nuova piattaforma digitale realizzata da Wanted Cinema in collaborazione con Mymovies  – che si propone di dare diffusione e rilievo ad opere inedite particolarmente apprezzate dalla critica nei maggiori festival internazionali – il 21 maggio verrà proposto in anteprima “PJ Harvey – A Dog Called Money”, documentario diretto dal fotoreporter Seamus Murphy, che segue le fasi di composizione e registrazione di The Hope Six Demolition Project, nono album in studio della cantautrice britannica.

Chi ben conosce la vita, l’arte e la musica di quello strano e meraviglioso essere che va sotto il nome di Polly Jean Harvey (e che avrà sicuramente storto il naso alla riduttiva definizione di “cantautrice”) sa bene qual è stato il lungo ed impegnativo processo dietro la realizzazione di questo disco, un vero e proprio lavoro a quattro mani con il regista Seamus Murphy, con cui aveva iniziato la collaborazione già ai tempi di Let England Shake (uno dei dischi del  millennio).

Harvey ha seguito Murphy (o viceversa) nei suoi viaggi nelle zone devastate dalla guerra, in Kosovo ed in Afghanistan, scenari ormai invasi dalle macerie, dove un’umanità spezzata si aggira in cerca di speranza, marchiata da indicibili sofferenze, fino ad arrivare a Washington D.C., dove nelle stanze del potere si decide della vita e della morte di queste persone, ma se ci si sposta appena nei quartieri periferici, ci si ritrova in un inferno di povertà, violenza e discriminazione.

La camera di Murphy filma immagini di grande intensità emotiva, restituendo bellezza e dignità ai paesaggi devastati, mentre PJ prende nota di personaggi, scene, frasi e suggestioni che andranno a prendere forma definita nelle composizioni del disco.

Il filo conduttore è quindi la musica, vista come elemento di unione e resistenza, in un mondo sempre più diviso e devastato da conflitti. Che siano i canti tradizionali in un tempio sikh, una messa gospel nella chiesa battista della comunità di Anacostia, o un’improvvisazione rap sul ciglio della strada declamata dal giovanissimo spacciatore locale (che ha un cane di nome Money, da qui il titolo), la musica ha il potere di elevare lo spirito, di lenire e sublimare le sofferenze, a qualsiasi latitudine.

C’è un’ immagine, su cui Murphy si sofferma per svariati minuti, che racchiude l’essenza del personaggio PJ Harvey. Durante una funzione in una chiesa battista, tra i banchi, persone di colore di grossa stazza si agitano scalmanati quando il canto Gospel intonato dal sacerdote è al suo apice. Tra quei banchi, elemento estraneo eppure perfettamente integrato dell’inquadratura, la piccola bianchissima ed eterea Polly Jean, immobile ma attentissima: è lei stessa l’elemento che rende la sua musica così indefinibile, eppure in qualche modo familiare. Durante le registrazioni, la band (ormai collaudatissima tra cui figura anche, orgoglio nostrano, Enrico Gabrielli nella sezione fiati) suona qualcosa che non si distacca molto dal blues e dal gospel, ma è un suo piccolo intervento strumentale, una linea vocale melodicamente sghemba, che portano le composizioni in direzioni del tutto inaspettate.

Allora, questo “A Dog Called Money” è anche un viaggio nel percorso creativo di una delle più grandi artiste del nostro tempo, che ci permette di dare uno sguardo nella “bottega”, così come hanno fatto in tanti ai tempi delle sessioni di registrazione (nel 2016) del disco, tenutesi per 5 settimane in una camera nei sotterranei della Somerset House a Londra, a cui il pubblico poteva accedere apertamente come ad un’installazione artistica. La stanza era dotata di vetri unidirezionali, per cui il pubblico poteva vedere ciò che avveniva all’interno, ma la band non poteva vedere loro. Esattamente la sensazione che si ha guardando questo lavoro.

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Contro

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