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Place Vendome: Michael Kiske, l’eretico del metal

La storia del metal tra fine anni ’80 e inizio anni ’90 passa anche dalla sua ugola. Con l’ingresso nella band di Michael Kiske gli Helloween diedero alla luce il doppio “Keeper Of The Seven Keys”, un album tanto importante sulla storia del gruppo e del metal in generale che quasi vent’anni dopo le zucche sono andate a rispolverarlo (o riesumarlo?) sperando forse in un effetto taumaturgico. Quanto a Kiske, una volta uscito dalla band nel 1994, ha cercato tra mille difficoltà di seguire una sua via solista, dove la voglia di affrancarsi sempre di più dal metal si è rivelata inversamente proporzionale al successo degli album sfornati. Chi si aspettava da lui un Keeper2 gli ha voltato ben presto le spalle, altri non hanno avuto modo nemmeno di conoscerlo. E così alla fine le cose più rilevanti sono finite con l’essere alcune collaborazioni fatte nell’alveo del tanto ripudiato metal: Gamma Ray, Timo Tolkki, Avantasia, Edguy. Ora ritorna sulla scena come cantante di un progetto fortemente voluto dal presidente della Frontiers Records, Serafino Perugino. Nei Place Vendome Kiske può sfoderare al meglio la sua vena melodica, anche se non mancano momenti aggressivi e decisamente hard rock. Infine, c’è un nuovo album solista in dirittura di arrivo. Abbiamo parlato di tutto ciò direttamente con lui.

Di cosa ti stai occupando in questo periodo?
Sto lavorando al mio album solista. Ormai è tutto pronto a livello di composizione, dobbiamo solo finire le registrazioni. Sarà un album molto melodico, con parecchie chitarre acustiche e cose del genere. Sono certo che sarà la cosa migliore che io abbia mai fatto, il mio songwriting sta migliorando di giorno in giorno. Dovrebbe essere finito per i primi di febbraio o giù di lì, anche se per la pubblicazione dipenderà dalla Frontiers. Prendi per esempio l’album dei Place Vendome: era pronto per maggio, ma è stato poi pubblicato a ottobre.

Conoscendoti immagino sarà ancora una volta diverso dalle precedenti uscite…
Assolutamente sì. È quello che cerco di fare sempre, è proprio questa la cosa bella di fare un nuovo disco: l’esplorare nuovi territori e fare qualcosa che prima non avevi fatto. Non sarà ovviamente tutto acustico, ci saranno anche chitarre elettriche, ma non così heavy come si possono sentire nel CD dei Place Vendome. Sarà più sul rock che non sull’hard rock.

Quindi non avrà nulla a che fare con il sound di Place Vendome?
Direi di sì, ma in realtà dipende dai brani. In alcune canzoni il mio songwriting non è così diverso da quello dei Place Vendome. Alcune canzoni sono molto vicine al mio modo di intendere la musica, per esempio “I Will Be Waiting”. Nel complesso penso che questo progetto sia stata un’ottima cosa per molti motivi. Tanto che faremo un altro album, penso che cominceremo a lavorarci a partire dall’inizio del prossimo anno.

Questa volta pensi di essere coinvolto anche nel processo di scrittura o di fare ancora tutto “da lontano”?
Se me lo chiedono… Sono convinto che tutto il progetto Place Vendome dipenda soprattutto da Serafino Perugino, è lui che ha avuto l’idea. L’estate scorsa ha avuto la mia mail da un mio grande amico, Sandro Giampietro, che ha suonato anche le chitarre sull’album “Supared”, e così mi ha contattato chiedendomi se ero interessato. Mi ha presentato l’idea come qualcosa orientato sul genere Journey e Foreigner. Alla fine ne è uscito qualcosa di molto diverso. Quando ho sentito le canzoni nella loro versione demo e quando le ho cantate, avevano un feeling decisamente differente. È stato piuttosto strano perché io inciso le parti vocali pensando a un tipo di canzone e alla fine ne è uscita un’altra, ma in realtà il tutto suona bene lo stesso.
[PAGEBREAK] Sei stato ospite in parecchi dischi in passato, ma non ti è parso strano invece fare parte di un progetto organico senza aver contribuito alla composizione dei brani?
È stato comunque interessante. In passato ho prestato la mia voce in svariati progetti ed è totalmente diverso rispetto a quando il progetto è tuo dall’inizio alla fine, ma è ugualmente interessante. Inoltre può essere un’ottima occasione per imparare qualcosa, perché ti può capitare di lavorare con un compositore che scrive meglio di quanto avresti fatto tu. Mi piace molto ed è molto rilassante: non devo preoccuparmi di tutta la parte produttiva e realizzativa, tutto ciò che devo fare è cantare. In questo caso è stato doppiamente facile e comodo perché ho fatto tutto nel mio studio di casa, basandomi sui demo tape che mi avevano mandato. Non ho fatto altro che cantare, mandare loro il CD con le parti pronte e loro hanno fatto tutto il resto. Più facile di così…

Non è stato in qualche modo straniante lavorare da solo senza aver mai incontrato nemmeno una volta gli altri membri della band?
No, mi è piaciuto. Non ho avuto alcun tipo di pressione. Quando lavori in studi professionali costosissimi, devi ottimizzare tutto e spesso ti ritrovi con un programma di lavoro massacrante per evitare che i costi lievitino. Hai addosso la pressione di fare tutto nel minor tempo possibile. Lavorare nel tuo studio di casa è tutta un’altra cosa. Leggevo un libro o magari giocavo alla PlayStation e poi, quando sentivo che era il momento giusto, scendevo in studio e registravo. Non c’è paragone. Credo che in questo modo ne guadagni la qualità finale del prodotto, perché la magia nella musica molto spesso è data dal momento che riesci a cogliere, quella giusta vibrazione di quel particolare istante che riesci a prendere e immortalare sul CD. In questo modo ho avuto la possibilità di cantare solo quando sentivo che ero nelle condizioni migliori.

C’è qualche possibilità di vedere i Place Vendome su un palco per qualcosa dal vivo?
Questa è una cosa che mi chiedono sempre. Il problema è un altro. Sono ormai quattordici anni che sono lontano da un palco e i primi passi per un ritorno in quella dimensione vorrei farli con il mio materiale e non con un’altra band. So che i Place Vendome avrebbero la possibilità di proporsi live, la Frontiers è molto soddisfatta del risultato dell’album. Non conosco le cifre ma so che ha venduto bene. Quando le cose vanno così bene, fare dei concerti può essere lo sbocco naturale. Probabilmente accadrà dopo il secondo album, ma se me lo chiedi, personalmente io preferirei fare prima qualcosa come solista, con il mio materiale. Ho bisogno soprattutto di trovare un mio nuovo pubblico con le mie cose. Il ché è molto difficile perché quando hai avuto successo, e molto, con un altro tipo di musica, tendono a vederti sotto quell’ottica e chiederti sempre quello.

Quella di cercare un nuovo pubblico al di fuori dell’ambito metal mi pare sia stato il problema maggiore con il quale ti sei dovuto scontrare nel cercare una tua via solista, è così?
Questo è il problema principale di ogni musicista che inizia una carriera solista dopo aver avuto successo con un altro progetto. Nel passato, a ogni disco che ho realizzato, la promozione è stata molto facile. Interviste, recensioni, tutto quanto era veicolato attraverso riviste della scena hard rock e metal. Così è molto facile per la casa discografica, dato che non deve fare nulla. Per me diventa però impossibile trovare un nuovo tipo di pubblico. Perché questo accada devi investire nella promozione, esattamente come faresti per un debuttante assoluto. Questo è il problema più grosso che ho avuto in passato ed è il motivo per cui ho avuto una pausa così lunga. Ho lavorato sempre di più per migliorarmi e trovare una nuova via. Ecco perché preferirei tornare su un palco prima con le mie cose.

Le case discografiche da questo punto di vista sembrano essere davvero sorde…
Quando firmi un contratto tendono a proporti e rivolgersi a quel pubblico verso cui hai già avuto successo, per giocare sul sicuro, ma è il modo sbagliato. Perché, naturalmente, alcuni di quei fan apprezzeranno le cose che sto facendo ora, ma saranno molto pochi. Tutti gli altri non ameranno per nulla quelle cose, le riterranno spazzatura, un tradimento. E quindi è molto importante per me che una nuova etichetta lavori per trovarmi un nuovo pubblico perché la mia musica è molto diversa adesso. Sono sicuro che la fuori c’è un pubblico in grado di apprezzare ciò che faccio adesso, il problema è che loro non sanno che io esisto.
[PAGEBREAK] Ti è mancata in questi anni la dimensione live?
Ovvio, soprattutto i primi tre anni con gli Helloween sono stati veramente eccitanti. Ovunque andassimo, che fossero gli Usa o l’Inghilterra o il Giappone o l’Italia, insomma, qualunque posto, è sempre stato grandioso. Non credo ci sia nessun musicista che non ami essere all’apice del successo e girare il mondo suonando davanti a un pubblico sempre entusiasta. Inoltre suonare dal vivo è sempre il punto di arrivo finale della musica. Lo studio è solo una parte dell’arte: la parte creativa, il cercare di immortalare il momento, di cogliere i giusti suoni. Ma alla fine non c’è nulla di più emozionante e intimo del suonare dal vivo davanti a un pubblico che ti ascolta. Il problema è che nella mia situazione non è mai stato facile. Sono una persona molto diversa da quello che ero un tempo e sono anche un frontman molto diverso da allora. Ho bisogno un pubblico che venga a sentirmi per la mia musica: sarebbe veramente frustrante salire sul palco e sentire gente che ti chiede solo canzoni degli Helloween. Non rinnego quei dischi, continuo a credere che siano grandi dischi e grandi canzoni. Erano davvero freschi, ingenui e naive in qualche modo, ma anche molto positivi. Posso capire benissimo che molta gente amerebbe sentire cose di quel tipo, ma se devo fare musica onestamente, devo seguire quello che sento dentro e oggi non è più quel tipo di musica.

Hai appena firmato un contratto con la Frontiers. Ti è stato richiesto qualcosa a livello stilistico?
Serafino è il tipo di persona a cui piace parlare di musica e avere un certo controllo sui musicisti, abbiamo avuto delle vere battaglie via mail. Ovviamente lui ha cercato di mettermi in una certa direzione. Nel caso di un progetto come i Place Vendome, non ci sono problemi, non è musica scritta da me e mi adeguo, questo è un tipo di situazione nella quale posso arrivare a dei compromessi. Se il progetto è mio è diverso: non posso scendere a compromessi su quello che scrivo, perché sono convinto che la migliore musica che un musicista possa comporre sia quella che esprime ciò che ha dentro. Questo significa essere totalmente liberi.

Che poi molte esperienze dimostrano che è impossibile programmare un successo…
Questo è sempre stato il problema dell’industria musicale e se le case discografiche lo capissero non sarebbero in una situazione schifosa come quella in cui versano oggi. Non si può programmare un successo. C’è gente che, supportata da milioni e milioni spesi in promozione, riesce a reggere tre o quattro dischi, ma non è qualcosa che possa durare. Nella storia della musica chi ha lasciato veramente un segno è gente come i Beatles che scriveva quello che voleva, senza essere indirizzata dalla propria etichetta. Guarda Johnny Cash, che è ancora oggi nelle classifiche. Se andassi da Johnny Cash a dire “devi fare questo o quello” ti prenderai giusto un bel vaffanculo. O i Rolling Stones: fanno quello che vogliono e la casa discografica segue il loro percorso. Per gente come me, che ha questo tipo di attitudine, è sempre più difficile trovare un contratto perché le etichette vogliono controllare e indirizzare la musica che fai, come con le teenage band: le mettono in piedi loro, scrivono loro le canzoni che devono cantare e le guidano in tutto. Per quanto mi riguarda questo tipo di musica è totalmente disonesta, è solo una moda, un prodotto studiato a tavolino. Anche io ovviamente devo vendere i miei dischi, ma deve essere la mia musica, quella che mi viene dall’anima e la casa discografica deve occuparsi di trovare il mercato che può accogliere la mia proposta. Questa è la maniera in cui dovrebbe funzionare, è quello che è successo con gli U2: erano già famosi prima ma il disco che li ha fatti diventare dei fenomeni è stato “The Joshua Tree” e soprattutto “With Or Without You”. Quella canzone era qualcosa di completamente diverso da tutto ciò che andava in quel momento ed è per questo che è diventata così grande.

Tra l’altro credo che questo sia il problema principale della scena metal. Dischi fotocopia che non dicono nulla di nuovo, quando addirittura non scimmiottano apertamente successi di 15 o 20 anni fa. Cosa ne pensi?
Questa è una della ragioni per cui la odio tanto. C’è gente che distruggerebbe i miei dischi semplicemente perché non suonano come qualcosa degli Helloween, ma io non voglio suonare come gli Helloween, io voglio fare la mia musica. Trovo che non ci sia nulla di peggio che detestare il lavoro di qualcuno semplicemente perché non è quello che ti aspettavi da lui. Io non amo particolarmente il jazz ma non mi metto al tavolino a scrivere male di chi fa jazz solo perché non lo capisco, sarebbe da immaturi. Non sopporto queste crociate ideologiche, sono credente e voglio essere un buon cristiano e sinceramente non sopporto tutta questa merda che si trova spesso nel metal, satanismo ed esaltazione del male. Il peggio, però, è che questa musica ormai è falsa nella maggior parte dei casi. La cosa che più mi disgusta è quanta poca creatività ci sia, quanto molti ormai non si preoccupino che di dare in pasto al pubblico e alla critica il disco che questi si aspettano. Ma così facendo non potrai che replicare lo stesso disco all’infinito.
[PAGEBREAK] Ma non è sempre stato così. Cosa è cambiato?
Negli anni ’80 era tutto diverso. La scena era davvero viva, ogni mese avevi cinque nuove band che nascevano, c’era una creatività enorme e con moltissimi generi diversi, pur restando sempre nell’ambito rock. E se guardi alle classifiche di allora, anche se si trattava di musica heavy, i dischi si vendevano ed entravano nelle charts, gli Iron Maiden erano primi negli Stati Uniti gli Helloween erano numeri uno in Germania e cose di questo tipo. La musica deve essere vera e molti oggi sembrano esserselo dimenticati. Per me questo è il motivo principale per cui il mercato è nella merda oggi, non per i CD masterizzati. È chiaro che copiando i CD si danneggi la carriera dei musicisti, perché se non vendi dischi perdi il contratto, ma se fai qualcosa che colpisce davvero, credo che il tuo album verrà comprato, per supportarlo e fare in modo che tu ne faccia un altro.

Torniamo al lavoro solista che stai completando. Hai fatto tutto da solo o ti sei avvalso di qualche collaboratore per la scrittura?
A differenza di quanto accaduto in passato ho fatto tutto da solo. Ho sempre lavorato con ottimi musicisti che erano anche ottimi autori, come Ciriaco Taraxes. Al momento di produrre l’album, se mi veniva proposta una canzone che era meglio di quelle che avevo scritto io, sarebbe stato stupido non accettarla. All’epoca ero alla ricerca di un buon songwriting, in passato magari non mi concentravo molto su questo, quanto su altre cose, come mettere in piedi una band e cose del genere. Ora sono molto più sicuro di me stesso, ho la testa più libera da molte cose e posso lasciar fluire meglio quello che ho dentro. La musica deve venire dal cuore. Questo sarà un album mio al 100% tanto che lo chiamerò Kiske.

Quasi come se fosse un nuovo, o addirittura il tuo vero inizio?
In realtà per me è sempre un nuovo inizio, è nella mia natura, con la mia voglia di cambiare e la mia necessità di avere ogni volta qualcosa di nuovo. È questo quello che mi mantiene eccitato nel fare qualcosa, che mi spinge a scrivere nuove canzoni. Il processo creativo per me è qualcosa di strano: sono stato anche due o tre anni senza scrivere una sola canzone e poi improvvisamente senti che è il momento giusto e scrivi di getto. In particolare ai tempi dei primi due album, “Istant Clarity” e “Readiness To Sacrifice” non mi importava granché, ero fuori dalla band e passavo ore e ore leggendo libri, a centinaia: di filosofia, religione, cultura. Sono stato assorbito totalmente ma ovviamente avevo un contratto discografico in essere e si aspettavano da me dei dischi, così quello che dovevo fare l’ho fatto ma non è un caso che per il primo album ci sono voluti tre anni. Ero molto distratto, non ero lì al 100%. Il primo album per il quale ero veramente ansioso e coinvolto è stato Supared.

Che tra l’altro non è uscito a nome Kiske. Come mai quella scelta? È stata un’idea tua o della casa discografica?
Quello è fondamentalmente un album solista, tanto che di fondo ci hanno lavorato le stesse persone che erano presenti sui primi due album. Ci siamo presentati così perché in quel momento la mia intenzione era quella di creare una band. Purtroppo non ha funzionato. Mi sono reso conto che non puoi fare un gruppo a tavolino: anche se metti insieme degli ottimi musicisti non è detto che le cose funzionino, è una questione di chimica. Servono due o tre persone che creino il nocciolo attorno al quale tutto si sviluppa. Nei Beatles erano Lennon e McCartney, negli Aerosmith Perry e Tyler. Sono loro che fanno la band. Anche negli Helloween erano Kay e Weiki e per un certo periodo io. È questo il motivo per cui alla fine ho sciolto i Supared: semplicemente non funzionava. Se oggi incontrassi qualcuno e con quella persona verificassi che si sviluppa un feeling giusto per creare qualcosa di interessante, formerei una band, ma non sarò più io a cercare di farlo: se capita, capita.
[PAGEBREAK] Mi hai parlato di centinaia di libri letti sulla religione e filosofia. Quanto rientra tutto questo nei testi che hai preparato?
Moltissimo. Sono un persona molto credente, anche se non sono molto vicino alla chiesa. Mi sono avvicinato alla religione in una maniera strana se vuoi, ovvero da un punto di vista filosofico, in particolare studiando l’antroposofia di Rudolf Steiner. È stato lui a convincermi dell’esistenza di Gesù Cristo. È evidente che quando scrivo testi che parlano della vita, di quando cerchi di vincere le tue paure o parli del tuo interiore e del tuo rapporto con la vita stessa, tutto questo non può che entrarvi. Non parlo di spazzatura del tipo “Gesù ti ama”, la mia visione, il mio credere, la mia fede la metto nelle liriche in una forma decisamente diversa, come fossero figure, è come se dipingessi con le parole. Molti di questi testi possono significare tutto o nulla perché sono molto astratti, infatti non credo che molta gente potrà capirli fino in fondo, probabilmente soltanto io so cosa vogliono veramente dire. Ma questo non è male perché così in essi ognuno può trovare ciò che vuole.

Quale musica ascolti oggi?
Soprattutto musica classica. Non posso vivere un solo giorno senza Bach o Mozart. Amo anche Beethoven e Richard Wagner, anzi, è proprio grazie a lui che anni fa mi sono buttato sulla musica classica. Poi adoro Johannes Brahms, la sua musica è molto complicata, usa molte formazioni diverse di musica da camera, cose molto complicate, ma mai senza un’anima. Non sono interessato alla musica troppo intellettuale, deve esserci una struttura, anche complessa se vuoi, ma alla base si deve sentire un feeling.

Niente di contemporaneo?
Forse non ci crederai ma amo i Corrs. L’ultimo DVD live unplugged è splendido secondo me. È musica triste ma bellissima, dove si sentono profondamente le radici del gruppo. Mi piace Alanis Morissette e naturalmente i Beatles.

Ho letto in una tua intervista di una tua passione per i Blackmore’s Night di Ritchie Blackmore. È vero?
È stato Bruce Dickinson a farmeli conoscere. L’ho incontrato una volta e stavamo parlando di musica e ideologia e cose del genere e lui mi ha parlato dei Blackmore’s Night. A quel punto io ho detto che non avevo mai amato particolarmente Blackmore e i Purple, ma lui mi ha avvertito che era qualcosa di totalmente diverso. Ho ascoltato l’album dell’epoca (“Fires At Midnight” – ndr) e c’era solo una brano che non mi piaceva, con una base dance piuttosto stupida. Il resto era fantastico.

Forse Blackmore ha fatto più o meno quello che vorresti fare anche tu, nel senso che il suo cambio è stato talmente radicale che è riuscito a conservare qualche fan dei Purple ma soprattutto si è creato un pubblico tutto suo e nuovo.
Be’, devo dire che lui è decisamente più radicale di me. C’erano delle canzoni già ai tempi degli Helloween, come “Future World”, “Dr. Stein” o “I Want Out” che non erano veramente canzoni heavy metal, avevano chitarre rock’n’roll, pop-rock. Se prendi una canzone come “I Will Be Waiting” o la stessa “Place Vendome”, secondo me non sono così lontane da quel feeling, potrebbero stare benissimo in un album degli Helloween, è la band che fa la differenza. Era quello che accadeva anche ai miei tempi negli Helloween con le mie canzoni: le scrivevo e poi quando le portavo in sala prove gli altri ci lavoravano sopra fino a farle diventare brani degli Helloween, con un sound che in qualche modo era necessario. Questo è ciò che è diverso ora: scrivo il materiale e poi accada quel che accada, non penso a una direzione precisa.

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