Home > Recensioni > Place Vendome: Streets Of Fire
  • Place Vendome: Streets Of Fire

    Place Vendome

    Loudvision:
    Lettori:

Choices I’ve made did seem right at the time

Guardando il video-clip di “The Guardian Angel” che i Place Vendome hanno realizzato per promuovere il loro nuovo “Streets Of Fire”, secondo capitolo della loro carriera, si rimane un po’ spiazzati. In effetti è un po’ difficile immedesimarsi in quella figura in bianco e nero, cappellino di lana e occhiali scuri a mascherina, messa davanti al microfono, che sembra quasi essersi ritrovato lì per caso e che canta come non potendo fare altro; ma lo fa quasi regolasse i conti con sé stesso. Può apparire anche un po’ spaesata, questa figura cupa e goffa, dalla voce ancora cristallina anche se inspessita dal tempo.

Poi trascorrono i minuti della composizione, caruccia, all’uopo gentilmente concessa dal nuovo golden boy dell’hard melodico, Magnus Karlsson, e quasi in conclusione arriva un gesto, solo un piccolo cenno che d’un tratto salva il video e l’opera cui appartiene la canzone da cui è stato tratto.

È un sorrisino semplice, dall’aria vagamente mascalzona del ragazzino che l’ha fatta grossa, che si è divertito a fare la marachella: cantare un classico mid-tempo tra AOR e hard rock con tastiere e chitarre, a sostenere melodia e armonizzazioni, che anche se non più efferate, in ogni caso sono lì. Con buona pace degli esperimenti finto pop (comunque giustamente mai, e nemmeno ora, rinnegati) sui quali quel “ragazzino” ci ha messo voce e nome, in questi anni.

È quell’espressione incredula ed entusiasta a far capire che forse Michael Kiske, la figura di cui sopra, icona ormai fisicamente irriconoscibile ma dalla classe vocale emozionante (per i cor’ gentili di stilnovistica memoria in ascolto, ovviamente), abbia davvero l’entusiasmo necessario e la voglia di esserci ancora, come venti anni fa.
E in effetti sono ventidue anni giusti giusti.
Basta quel sorrisino per cacciare via i sospetti di pura speculazione fine a se stessa, a far dimenticare il sapore e l’odore di plastica che le composizioni qui presenti spesso potrebbero emanare.

Basta quello sguardo complice dietro le lenti scure per far dimenticare i deja-vu qua e là disseminati, e capire che può esserci onestà anche in un disco… così. Che di nuovo non ha nulla e che come distintivo ha solo Kiske, in cui tutte le canzoni si rivelano coinvolgenti ed evocative solo per chi avrà il cuore sufficientemente permeabile all’emozione più neomelodica (permettete il parallelo) che l’AOR può oggi regalare. E almeno per loro, questo sarà un album da non dimenticare.
È bastato quel gesto a far capire che, benché di riscattare anni di gavetta paradossalmente venuti dopo il successo internazionale non se ne parla neanche questa volta, l’importante oggi potrà esser anche il semplice divertimento e intrattenimento.
Nonché l’emozione di ascoltare una delle migliori voci del rock duro e zone limitrofe degli ultimi 30 anni.
Non è poco, ma dovrà in ogni caso bastarvi per andare d’accordo con “Streets Of Dream”.

Scroll To Top