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Plastic Made Sofa: Lucertole nel deserto

Plastic Made Sofa, band nata nella bergamasca e arrivata a grandi traguardi già dai primi tempi, sono reduci dall’uscita del loro ultimo disco, “Whining Drums”(qui trovate il video di “Lizards On A Wire).
Venerdì 30 maggio i baldi musicanti si esibiranno all’Edonè di Bergamo (evento facebook a questo link) e in occasione del live noi abbiamo scambiato due parole con loro.

Partiamo con una domanda classica: qual è l’origine del vostro nome? 
Risposta classica, tutto nasce da un sbronza.

Pensate che la vostra lunga gavetta nelle province lombarde vi abbia arricchito in maniera particolare? 
Per una band indipendente come noi che canta in inglese in italia la gavetta non finisce mai, siamo il proletariato del panorama musicale e ne andiamo fieri. suonare dal vivo è quello che da un senso al nostro fare musica, che ci fa sentire vivi e ci da l’adrenalina e la voglia di continuare a scrivere, che ci arricchisce continuamente concerto dopo concerto, non importa dove e come, se davanti a dieci o mille persone.

Avete all’attivo due dischi completamente diversi l’uno dall’altro, frutto di scelte coraggiose. Da dove è nato questo cambio di rotta? 
Non sono d’accordo sul completamente diversi, certamente diversi ma una matrice comune è data dai riferimenti ai tanto amati anni sessanta che pervadono entrambi gli album. Sicuramente quello che ha fatto la differenza nella stesura di questo secondo album è stato un approccio più maturo e consapevole accompagnato da una ricerca sonora che forse era un po’ mancata nel primo album, scritto e registrato in modo più istintivo.
La scelta più coraggiosa è stata sicuramente quella dell’autoproduzione, ma oggi a distanza da qualche mese posso dire che è stata una scelta vincente che ci sta regalando il doppio delle soddisfazioni.

“Whining Drums” è un viaggio non solo sonoro che collega est e ovest. Come vi sentite nel trovarvi nel mezzo? 
Dici bene, secondo noi l’essenza di “Whining Drums” è quella di un rock aperto alle contaminazioni che trova nella psichedelica il suo filo conduttore.
Si tratta di un album che racconta il nostro desiderio di estraniarci dalla realtà di tutti i giorni, di metterci in viaggio con la mente e dare una raffigurazione di posti lontani attraverso la nostra musica. 

Come è successa la scoperta delle sonorità indiane e l’avvicinamento al sitar, con l’ovvio paragone all’analogo viaggio indiano dei Beatles? 
Da qualche anno ho la fortuna di viaggiare parecchio per il mondo e ogni volta mi porto a casa uno strumento del posto. e ho scoperto quanto è bello contaminare la musica rock con elementi provenienti da culture lontane dalla nostra. Con il sitar è stato amore a prima vista, uno strumento unico al mondo per carattere e personalità. Paragonare chiunque ai beatles sarebbe un’eresia ma sicuramente la prima volta che ho sentito suonare un sitar è stata ascoltando “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club”.

Che cosa avete scoperto nei deserti del nordamerica? 
La sorpresa più grande è la sinergia che si crea in modo naturale tra te e il tuo strumento quando ti ritrovi in mezzo al nulla in uno spazio aperto come il deserto, quasi come se scrivere musica diventasse un’azione sulla quale non hai controllo e tutto quello che ti resta da fare è seguire il flusso e lasciarti trasportare dalle vibrazioni che sono nell’aria.

Che altri viaggi avete in programma? 
Ora che il disco inizia a girare parecchio in Italia siamo pronti per ampliare i nostri orizzonti, sicuramente iniziando dal resto dell’europa. spero si possa muovere qualcosa già dalla prossima stagione.

Un’ultima domanda: come vedete il panorama musicale bergamasco attuale? Avete notato dei cambiamenti? Voi come vivete la scena locale?
Negli ultimi anni la sensazione è che il movimento della musica dal vivo stia crescendo soprattutto grazie ai giovani e ai locali che coraggiosamente decidono di dare spazio a proposte indipendenti. Sento una grande voglia di ripartire dal sottobosco e di valorizzare proposte fresche, genuine e fatte in casa, il rapporto tra band e pubblico si fa sempre più stretto, la distanza tra chi è sul palco e chi sta sotto sempre più sottile. Trovo che la mia città sia cresciuta molto in questa direzione e ne sono felice.

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