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  • Platitude: Nine

    Platitude

    Data di uscita: 07-06-2004

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Debutto con maturità

“Nine” è il secondo lavoro dei power metallers sinfonici svedesi Platitude, abbastanza maturo, dalla tecnica impeccabile, compatta e massiccia. Attivi dal 1995, forti di una gavetta alle spalle fatta di quattro demo e un album passato quasi inosservato, arrivano alla fatidica opera seconda con tutta la necessaria esperienza.
Il power metal sinfonico che viene proposto in “Nine” aggredisce frontalmente con una ritmica incessante e molto tecnica, poi scivola in virtuosismi solisti o in momenti intensi di armonia contrappuntistica (ne sia un esempio il lavoro incantevole nell’intermezzo strumentale nella canzone “Falling”). Le chitarre costruiscono un fraseggio continuo, sanno ben inserirsi nei tempi non facili, interpretano con capacità espressiva i vari mood, dal sincopato al riffing power roccioso, agli assoli prog. La batteria di Marcus è varia, detta i tempi in modo impostato e impersonale, dando forse un tocco troppo classico. Ottimo il vocalist Erik, dotato di un’estensione vocale rimarcabile, di un timbro sempre interessante ed emotivo, e della giusta potenza quando serve. “Halcyon Days”, la quarta traccia, è un esempio di gradevolezza del suo timbro su scale tonali medio-alte, e di come moduli la potenza per cavalcare il riffing cadenzato di chitarra/basso, stemperandosi poi con feeling nostalgico nel ritornello. Nella successiva “Catch 22″ si è accolti da un acuto che quasi raggiunge le altezze di Eric Adams; poi la trama chitarristica si infittisce con riff che si rincorrono, ed Erik già impegnato a dare un tocco sempre vario ad ogni strofa, dosando lo spessore con maestria per creare e sciogliere tensione. Il brano rallenta sul ritornello che si dipana in semplici arpeggi; viene qui rivelato lo scheletro melodico su cui si regge il tutto. Il seguito farà sicuramente la gioia dei progsters con assoli tecnicamente perfetti installati su un buon tappeto di tastiere. A dire il vero queste sono l’unico enigma del disco. Del settetto ben due sono i tastieristi, che tuttavia passano molto in secondo piano, essendo il songwriting basato primariamente sulla ritmica delle chitarre. Tornando al disco: momenti più atmosferici vengono regalati da “Avalon Farewell”, nella quale sottolineo la pulizia del lavoro dei due chitarristi, altruisti e senza manie di protagonismo proprio dove l’emozione e una certa lentezza servono a erigere una musica mai banale e sempre gradevole all’orecchio.
Non servono ulteriori indicazioni: “Nine” è un album scritto con coerenza, che non teme cadute di stile o brani più deboli di altri. Resto in attesa della prova in cui produrranno qualcosa di memorabile nel mondo del symphonic-power e non solo. Sento che saranno in grado di stupire, vista la loro giovane età e i margini di miglioramento. “Nine”, intanto, è un buon acquisto parlando sia di musica in senso lato che di power-prog.

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