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Play minstrel play…

XIV secolo: tra i corridoi del castello rieccheggia una chitarra. Inseguo il suo suono e arrivo alle porte di un maestoso maniero, fatto di torri, drappi, fiaccole. Questo è ciò che si intravede se si socchiudono gli occhi di fronte alla leggiadria e alla magia silenziosa dei Blackmore’s Night. In realtà è il Teatro Ciak di Milano che li ospita. Ma il palco è addobbato come una vecchia nave alla volta delle Americhe.

I costumi della bella Candice, colorati e pieni di vento, si sollevano al suo canto. Lei è solare, leggera, formosa. Soprattutto molto lontana dalle grinfie del rock. Lei è l’antirock. La fuga del marito Ritchie Blackmore dal suo passato con i Deep Purple e i Rainbow, e l’approdo sulle sponde di una musica d’altri tempi, rinascimentale.

Ma è una fuga che non porta molto lontano: anche se il vecchio Blackmore si addobba a paggio e si atteggia come un giovane menestrello di corte, le sue dita non tradiscono. Riportano sempre là, nell’estro convulsivo che lo ha caratterizzato per tutta una vita. Le sue mani scivolano e si riconosce il tocco. Un pizzicare le corde che ti entra nello stomaco, una velocità che trattiene il respiro.

E così scorrono l’eroica “God Save The Keg”, l’epica “Locked Within The Crystal Ball” quasi dal sapore Mike Oldfield, con nuove strumentazioni e arrangiamenti maestosi; “Toast To Tomorrow” che vede Blackmore e Night in veste di conduttori di danze popolari, piccolo scorcio di vita russa in un giorno di festa attorno al fuoco. E ancora “Renaissance Faire” come danza tradizionale rinascimentale, “Under A Violet Moon” per celebrare ancora la notte e la luna, “Peasant Promise”, una melodia tradizionale inglese che si traduce in un pezzo da cinematografia fantasy.

E nel romantico alternarsi di brani lenti e pizzicati, ecco “Home Again” che solleva il pubblico dalla propria adorazione e lo getta sottopalco in una ridente danza di gruppo. Chiude la celebre “The Clock Ticks On” dal primo album. Un inchino fugace e nessun bis. Il pubblico abbandona triste e deluso la sala. Come da molti anni a questa parte, Ritchie lascia parecchie domande senza risposta. Ma lascia anche e soprattutto nel cuore di tutti noi la consapevolezza che i sogni possono trasformarsi in realtà. E la realtà in sogno.

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