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Pocket Chestnut: Pocket Jalfrezi

La foto è di Giuseppe Fabriz. L’intervista, invece, è molto lunga. Ma se arrivate fino in fondo potrete leggere una ricetta preparata appositamente per noi dai Pocket Chestnut. Oltre a scoprire, tra le righe, la ricetta di uno dei dischi dell’anno. Colta la metafora? In ogni caso, non ve ne pentirete.

Buon giorno, Pocket Chestnut! Ora che siete i prediletti di LoudVision, non possiamo far altro che intervistarvi. Ma comincerei con una domanda su di voi in generale. Quello che si sa già, ovvero che avete un debole per il dialetto veneziano, non ci fornisce molti chiarimenti su chi siate né su come vi sia venuto in mente di formare il Megazord dei Pocket Chestnut. Vi va di darci qualche informazione sulla vostra storia?
Tum: Ciao Laura! Iniziamo dai dettagli di spessore. Non direi che abbiamo un debole per il dialetto veneziano in senso lato. Esiste un esclamazione “mestrina” che però ha influenzato la nostra estate del 2005. Il 7 agosto del 2005 ad Urbino pioveva forte e sul palco di Frequenze Disturbate c’erano gli Yo La Tengo. Io, Pol, Ema e Teddy eravamo al centro della bolgia, indossavando buffi impermeabili usa e getta. Ad ogni pausa tra un brano e l’altro, un ragazzo davanti a noi urlava a squarciagola le seguenti parole: “Portogruaro! Venesia in Serie A! Ghe Sborooo Dai!!!”. Da quel momento la nostra vita non è più stata la stessa! Ora non indossiamo più impermeabili monouso e qualche volta stiamo pure sopra ad un palco, di certo non abbiamo smesso di predicare il verbo “ghesborista” dell’evangelista indie-veneto! Primo o poi lo incontreremo e ci indicherà la via del ritorno alla sanità mentale.

Un’altra questione interessante è quella dell’eredità che raccogliete: da una parte avete il rimedio della nonna lombarda, ma le vostre sonorità la farebbero sembrare più una nonna della California, o al massimo una nonna dello Stato del Rhode Island. Come vivete il vostro rapporto con la tradizione, statunitense o italianissima che sia?
Tum: La mia nonna era di San Daniele del Friuli, “A Bell Tolls” parla del giorno del suo funerale immaginato nella località montana dove è nata. Mi incuriosiscono molto i “personaggi di paese”, gli uomini duri che al funerale si tolgono il cappello e le donne anziane che si agghindano smaccatamente e si sforzano a non parlarti in dialetto per farsi capire. La provincia è la provincia, di qui e di la dall’oceano, è dove sono nato e dove torno spesso malvolentieri, ma torno.
Pol: Tra le nonne lombarde e quelle californiane non c’è poi così tanta differenza: al massimo, quelle californiane si fanno qualche lampada in più. La tradizione alla quale in maniera più o meno indiretta ci rifacciamo è piuttosto comune, visto che la musica americana da queste parti si ascolta più o meno da quando venne varato il piano Marshall. E il rapporto con una tradizione d’importazione lo viviamo bene, senza complessi, perfettamente consci di essere italiani e vivere in Italia pur cantando e suonando in inglese. Noi non siamo Nando Moriconi. Il maccarone lo distruggiamo anche senza che ci provochi…

Sempre per rimanere in tema di tradizione, parliamo un po’ del vostro super-riarrangiamento di “Long Black Veil”: come l’avete scelta? Quale versione della canzone avete preso come riferimento? Il vostro album ha un lato piuttosto oscuro, ma quello di “Long Black Veil” è indubbiamente il capitolo più cupo: c’è un filo conduttore che lega i brani del disco?
T.: Ti confesso una cosa di cui potrei vergognarmi tantissimo, non conoscevo quella canzone e quando l’ho cantata non avevo mai sentito nessuna versione. Eravamo in Valtellina a registrare le batterie, era già mattina e io e Pol continuavamo a riascoltare le stesse tracce da ore. Pol a un certo punto ha iniziato ad insistere e mugugnava le parole di “Long Black Veil”, poi ha tirato fuori il testo e me lo sbandierava in fissa davanti al naso. Quando ho scoperto di che pezzo si trattava ho detto “Oh, mioddio!”, ma era troppo tardi.
P.: La prima volta l’avevo sentita in “Kicking Against The Pricks”, il disco di cover di Nick Cave, che ne ha realizzato una versione talmente cupa da fare sembrare la nostra “(You Gotta) Fight For Your Right (To Party)” dei Beastie Boys. Poi ho sentito tutte le altre, da quelle – tantissime – di Johnny Cash e quelle di Bob Dylan, e mi sono convinto sempre più che si trattasse di una gran bella canzone. L’ho proposta a Tum – come ha raccontato lui – a tradimento, una notte, mentre eravamo in montagna. Erano le tre di notte, e abbiamo tenuto le prime take di voce e chitarra. “Long Black Veil” è una canzone talmente bella che ti permette di essere originale, nell’interpretazione: non abbiamo sentito il bisogno di rifarci ad un versione precedente perché quello è un pezzo che si fa suonare da solo. Per il resto, sì, è vero, c’è un lato oscuro in “Bedroom Rock’n’Roll”, ci fa piacere che tu l’abbia notato: niente di troppo conturbante, per la verità, dato che non sacrifichiamo animali e non ci facciamo di psicofarmaci, almeno per ora. Solo come tutti abbiamo giorni buoni e giorni meno buoni, anche quando registriamo i dischi…

Più in generale, ogni tanto vi divertite a suonare cover? Vogliamo nomi e titoli!
T.: Adoro il sito Chordie.com Suono spesso le canzoni degli Eels. Ogni tanto suoniamo live “Girl of my dreams” di Hayden e “Here” dei Pavement che per inciso viene cantata dall’amico avvocato Paolo, detto lo scandinavo. Ma il mio sogno sarebbe rifare “Little Red Rooster” di Howling Wolf… Così pe’ provocà.
P.: Potremmo stare qui delle ore a parlartene. Io mi limito a dire di essermi rotto le palle di fare le cover che ci si aspetta da un gruppo indie-folk. Mi piacerebbe rifare “Waterfalls” delle TLC, per esempio, che secondo me è una bellissima canzone. E che, come tutte le canzoni bellissime, è facilissima da suonare.

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La cameretta del titolo: il vostro è un inno malinconico a un’età passata alla quale rivolgersi con nostalgia o quello del cosiddetto “indie da cameretta” è uno stato mentale permanente?
T.: La mia cameretta è il posto più mio del mondo, tutto può succedere qui. Ogni tanto mi prendo un giorno di ferie per passarlo qui e guardare tutti gli oggetti che si sono depositati sulle mensole in questi anni e che raccontano storie incredibili se li sai ascoltare.
P.: È un posto da quale prima o poi bisogna uscire…
T.: No, Pol! Stasera sto a casa.

Praticamente, il vostro album ha due anime: lo-fi/indie rock e folk. C’è chi di voi spinge più in una direzione, chi nell’altra?
P.: In verità c’è molto equilibrio, dato che i nostri ascolti sono molto simili. Le venature più acustiche sono “colpa” della cameretta: all’inizio, quando io e Tum ci siamo trovati a scrivere le canzoni, eravamo nel mio soggiorno (che diventava la camera da letto di Tum quando si fermava a dormire da me), e usare la chitarra elettrica con distorsori e tutti il resto non avrebbe fatto felici i miei vicini ecuadoregni. Che, avendo oltrettutto una band di bachata, avrebbe potuto rispondere per le rime. Un po’ come gli Aerosmith e i Run DMC nel video di “Walk This Way”. Sarebbe stato bellissimo, a parte l’abbattimento del muro che avrebbe fatto cadere le mensole…

Non che sia l’unico tema del disco, né è il principale, ma da “Bedroom Rock’n’Roll” emerge una visione molto poco idilliaca dell’amore. Quasi se ci si chiedesse: ne vale proprio la pena? Qual è la vostra risposta?

T.: Assolutamente sì! L’importante è non guardarsi indietro con rimpianti e portarsi a casa quanto di buono le passioni ti possano insegnare. Credo che in tutti i love si nasconda un po’ di pain e viceversa, ma alla fine poi… i conti tornano quasi sempre.
P.: Ne vale sempre la pena, non a caso il nostro motto (e ritornello in “Love/Pain”) è “sbattitene il cazzo e tuffati nell’amore”.

Io una volta vi ho accostati all’antifolk, ma magari volete mandarmi a cacare per il paragone. Qui avete l’occasione di farlo, e anche di parlarci del vostro rapporto con l’antifolk, se ne avete uno.
T.: Adoro Adam Green e la sua spontaneità della prima ora. Se ci fossimo formati 10 anni fa a NYC, non ci saremmo sicuramente persi le open mic night del Side Walk, un circolo di freaks meraviglioso. La compilation Antifolk Vol 1 continua a darmi sempre grandi emozioni.
P.: No, affatto, anzi ne siamo lusingati. E in ogni caso, anche se il paragone ci avesse infastidito, non ti avremmo comunque mandato a cagare, perché di gente che manda a cagare altra gente che scrive i propri pareri da queste parti, di questi tempi, ce n’è fin troppa.

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Preferite suonare in un contesto in cui il pubblico comprende dei fedelissimi che vi conoscono bene (o, se non altro, apprezzano il genere che fate), o preferite non pensare a un pubblico di riferimento? Qual è la migliore folla che vi siete trovati davanti finora?
T.: Suoniamo ovunque senza problemi, ma abbiamo fatto un paio di concerti nelle case di ragazzi di Milano conosciuti su internet ed è stato splendido. Ci piace sgranocchiare patatine tra una canzone e l’altra e non sentire la pressione degli orari di soundcheck. Il più bel concerto indoor ad oggi lo vince Neverland a Solza (BG), un posto stupendo, quasi surreale.
P.: La situazione migliore è quando ti accorgi di star facendo passare una bella serata a chi hai davanti, soprattutto se chi è tra il pubblico non ti ha mai visto prima. Che siano 500 persone o 5 non importa.

Quali sono le tre ultime uscite italiane che vi sentireste di consigliare?
T.: Il country dei cuginetti italo-sfizzeri Lonesome Southern Confort Company, l’asse Londra/Bergamo dei compagni di merendine Daisy Chains, i viaggi mentali che faccio nei paradisi esotici di Giorgio Tuma.

E infine, ce la passate un’altra ricetta?
T.: Certo che sì, ma quando lo fai ci devi invitare a suonare in cucina da te! La preparazione è lunga e mettiamo in scaletta anche le cover.
Eccoti il Pollo Jalfrezi, un nome che mi fa sempre riderissimo, non so perché…

Ingredienti per 4 persone:
3 cucchiai di olio di semi
1 cipolla grande finemente tritata
3 spicchi d’aglio pestati (se hai Pol tra gli ospiti evita o esce a prendersi un pizza)
1 cucchiaio di concentrato di pomodoro
2 pomodori pelati e tritati (mi raccomando a come li peli)
1 cucchiaino di curcuma in polvere
1/2 cucchiaino di semi di cumino in polvere
1/2 cucchiaino di semi di coriandolo in polvere
1/2 cucchiaino di peperoncino in polvere
1/2 cucchiaino di garam marsala
1 cucchiaino di aceto di vino rosso
1 peperone rosso tritato
125 g. di fave
500 g. di petti di pollo cotti
sale
ciuffi di coriandolo per guarnire

Preparazione:

1. Fai scaldare a fuoco vivo l’olio di senape in un largo tegame per circa 1 minuto. Unisci olio di semi – sbasa la fiamma né – poi fai soffriggere la cipollazza violenta e l’agliozzo fino a dorarli tenacemente.
2. Sbattici dentro il concentrato di pomodoro, los pomodori pelati, la curcuma, il cumino ed il coriandolo in polvere, il peperoncino, il garam marsala e l’aceto di vino rosso; poi fai soffriggere il mischione finché il composto non risulta fragrante e di odore avvincente.
3. Unisci il peperone e le fave al composto nel tegame e fate cuocere la poltigliaccia per 2 minuti, finché il peperone non è appassito, svenuto nel composto dai colori impressionisti.
4. E adesso piazza dentro il pollame e regola di sale a piacere. E il momento di cuocere a fuoco basso per 6-8 minuti, finché il pollaccio non si è riscaldato a dovere e le fave non son diventate belle tenere. Servi guarnendo con ciuffi di coriandolo e stendili tutti!
Ocio Laura che al posto delle fave (che sono decisamente rock) puoi pure usare anche ingredienti più folk come fagioli, patate o zucchinacce.

Grazie di tutto, fate i bravi e scusate per le domande lunghissime.
Tum e Pol in coretto falsettato: “Gheeeeeeee Sbooooooooooooorooooooooh!!!”

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