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Poesia folk

Quando Scott Matthew sale sul palco del Circolo degli Artisti sono quasi le undici. È la sua seconda volta qui, ma molte cose sono cambiate dall’aprile del 2008. Quest’estate era già stato ospite a Ferrara della rassegna “Ferrara Sotto le Stelle” dove aveva riscosso grandissimo successo. Il suo secondo album, “There Is an Ocean That Divides”, ha ricevuto ottime critiche sul web, e la gente ha (più o meno…) smesso di scambiarlo continuamente per il quasi omonimo Scott Matthews.

Il cantautore australiano, che si era già fatto notare nel 2006 con la colonna sonora di Shortbus (come il collega Jay Brannan) e l’anno successivo con il suo primo LP che riprendeva con nuovi arrangiamenti gran parte dei brani già composti per il film, suona un folk cantautorale delicato e struggente, che per melodie e liriche richiama paragoni con i ben più affermati Antony e Bonnie “Prince” Billy.

Sul palco, a Roma, ci sono lui e una band di tre elementi: tastiere, basso, violoncello. Lui, l’aria da freak con barba incolta e occhi enormi, voce calda e sorriso gioviale, non si fa pregare ulteriormente e inizia a suonare. Quasi per miracolo un religioso silenzio cala immediatamente in platea: il pubblico del Circolo degli Artisti solitamente non è noto per la sua educazione, ma stasera è esemplare. Persino la bizzarra performance di “Estasy” viene seguita con interesse e curiosità.

Ma torniamo al Nostro: i brani sono brevi, piccole perle rese uniche dagli arrangiamenti acustici e dalla grande sintonia che si respira fra i membri della band. La scaletta dedica grande spazio all’ultimo album, eseguito quasi per intero, e riserva qualche sorpresa: nei due richiestissimi encore presenta una canzone fresca di composizione e due splendide cover di Radiohead e Neil Young. Forse non il concerto della vita, ma dopo il delirio dei Jesus Lizard era proprio quello che ci voleva.

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