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L’idea di un remake di “Point Break”, sulla carta, non era tanto campata in aria. In fondo, anche il primo “Fast & Furious” potrebbe, in un certo senso, essere considerato una sorta di remake.

Il film di Kathryn Bigelow, che ha segnato una generazione, è sicuramente uno di quei film imprescindibili per tutti gli amanti del poliziesco a dell’action: un vero film di culto, ma che potrebbe apparire incredibilmente datato ad un adolescente di oggi, abituato ormai ad un tipo di cinema d’azione basato sull’elevata spettacolarità e l’esagerazione.

Ericson Core, già direttore della fotografia di quel primo “Fast & Furious”, deve aver pensato che i tempi fossero maturi per attualizzare “Point Break”, prendendo come vero termine di paragone non l’originale ma i vari “Fast & Furious” di Justin Lin o James Wan e altre produzioni ad alto tasso di adrenalina. Con questa strategia potenzialmente vincente, Core è riuscito a sbagliare tutto.

La storia ripercorre a grandi linee quella del film originale, trasformando Johnny Utah (Luke Bracey), da ex quarterback, in un poli-atleta estremo molto noto su YouTube. Deciso a cambiare vita a causa di una tragedia personale, è ora un agente dell’FBI in prova che deve indagare su strane rapire avvenute a Mumbai e in Messico. Riconoscendo uno schema preciso nelle azioni criminali di quelli che pensa siano atleti estremi che stanno cercando di seguire le otto prove (una sorta di cammino spirituale) dell’attivista Ono Ozaki, il giovane agente riesce ad infiltrarsi nel gruppo capeggiato da Bodhi (Édgar Ramírez).

Sostituire il surf con molteplici discipline estreme dà l’occasione a Core di girare una quantità esagerata di stunt mozzafiato eseguiti da veri atleti, che però non funzionano come dovrebbero: non così divertenti come le scene d’azione dei già citati “Fast & Furious”, né coinvolgenti come la sequenza con i paracadute del modello.

Il film manca di reale tensione, i personaggi di carisma, ma problema principale è certamente la totale assenza di chimica tra i due protagonisti (che, ricordiamolo, era il punto di forza del film con Keanu Reeves e Patrick Swayze, che ha definito il concetto di bromance ancor prima dell’esistenza della parola stessa).

Inoltre, in un periodo in cui la presenza femminile negli action sta diventando sempre più forte e rilevante, “Point Break” fa un passo indietro, includendo una solo personaggio femminile, Samsara (Teresa Palmer), totalmente accessorio.

Il film si riduce così ad una serie di sequenze spettacolari ma fredde, costruite intorno ad una sceneggiatura ridicola e intervallate da dialoghi noiosi e irritanti. Può sembrare irrilevante, in un film del genere, ma Core e lo sceneggiatore Kurt Wimmer prendono tutto dannatamente sul serio: scelgono di parlare del rapporto Uomo-Natura con un approccio filosofeggiante ben lontano dal semplice amore per la libertà e la voglia di autodeterminazione del Bodhi di Swayze. I personaggi del nuovo “Point Break” non compiono crimini per finanziare il loro stile di vita ai margini, ma sono finanziati da un ricco ereditiere per compiere imprese volte a – non si capisce bene con quale criterio – salvare il Pianeta.

“Point Break” risulta così un film vuoto e irritante che cerca di essere profondo come il discorso sulla pace nel mondo di una reginetta di bellezza: non si esulta, non si applaude, non si ride, ma ci si annoia molto. Se cercate una distrazione prima del prossimo “Fast & Furious”, lasciate perdere.

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