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Poker d’attori

Dopo l’esordio col western australiano “La Proposta” e la trasposizione da Cormac McCarthy riuscita a metà e che pure nello scenario ricordava una sorta di western apocalittico, John Hillcoat torna al cinema con una storia che si può intendere come un nuovo ibrido del più classico dei generi americani. Ambientato sul finire degli anni Venti, ispirato alla vera vicenda dei fratelli Bondurant, il film racconta il Proibizionismo in una contea rurale della Virginia e dello scontro tra tre fratelli produttori di alcol e l’agente Rekes, che più che far rispettare la legge sembra giunto per sostituirsi egli stesso alla criminalità con metodi efferati, segno di una malvagità deviata.

In questo senso, “Lawless” segue un po’ troppo il tracciato manicheo del cinema classico, dipingendo da un lato una famiglia che fa ricorso alla violenza suo malgrado e cerca di controllarla invece che istigarla, e dall’altro un presunto capo della giustizia le cui azioni dipendono da un sadismo deviato più che dalla volontà di far rispettare la legge. Ad accrescere il senso di inadeguatezza è proprio il personaggio interpretato da Guy Pearce sempre tirato a lustro, senza sopracciglia e in una caratterizzazione troppo sopra le righe che alla fine soffre di bidimensionalità.

Si potrebbe andava avanti, elencando i difetti del film ma si perderebbe solo tempo. “Lawless” non è il capolavoro che il cast (e anche il regista) poteva farci sperare, ma proprio in merito ai suoi interpreti riesce a portare a casa uno spettacolo non indifferente, che pur nei difetti tiene incollati allo schermo sino alla fine. Hillcoat sembra qui più un solido mestierante che un autore, la sua regia si vede poco, preferisce lasciare quasi tutto nelle mani dei suoi attori. Ma è fortunato, perché si trova davanti un cast di tutto rispetto, nella versione originale dominato dai silenzi, dalle poche parole con forte accento e i mugugni di un gigantesco Tom Hardy. Non gli è da meno Jason Clarke, anche più taciturno; insieme costituiscono una coppia perfetta da vecchi leoni coriacei. La scelta vincente della regia di Hillcoat è stata quella di sfruttare l’inferiorità istrionica di Shia LaBeouf rispetto a questi due mastini, convogliandola in parallelo al carattere dei loro personaggi: il più giovane della nidiata, meno austero e controllato (e anche meno coraggioso) che ambisce con tutte le sue forze ad emulare i fratelli, chiusi in una sorta di mitica cassaforte di invulnerabilità (uno reduce da una guerra, l’altro da una malattia mortale) come quelli maggiori.

Il resto lo fanno le donne, interpretate da Mia Wasikowa e Jessica Chastain, vale a dire due delle massime espressioni dell’istrionismo femminile contemporaneo, interpreti di personaggi forti nello spirito più che nel fisico, senza essere figurine di un femminismo che poco c’entrarebbe col luogo e il tempo analizzati dal film, ma che pure guardano in una tensione emulativa all’equilibrio degli opposti (indipendenza e fragilità femminile) che era stato della Feathers di Angie Dickinson in “Un Dollaro D’Onore” di Hawks.

La principale difficoltà del film è la sua incostanza nella scelta del tono, indeciso tra storia e mitologia, tra epica dei personaggi e loro smitizzazione, per cui i suoi picchi sono da associarsi principalmente (se non del tutto) al carisma del suo cast che riesce a coprire un tracciato traballante con la sola forza della loro presenza.

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