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Porcupine Tree: A beautiful incident with…

Incontriamo Steven Wilson qualche ora prima del concerto al Gran Teatro a Padova; le premesse erano di una giornata uggiosa, l’austero tour manager Dave Salt ci preannunciava un tempo massimo di un quarto d’ora. Poi la giornata si apre, nel momento in cui Steven Wilson ci dice che c’è tutto il tempo per fare anche mezz’ora d’intervista. Infine ci intratteniamo col gruppo per quasi un’ora, facendoci forza su di noi per levare il disturbo ma convinti che se si fosse voluto, sarebbe potuto continuare. Onore e merito a una grande mente, che ci ha concesso questa bellissima intervista.

Sei soddisfatto di come sono andate le vendite di “Insurgentes” a otto mesi dall’uscita?
Soddisfatto… In realtà bisogna focalizzare due punti di vista: il primo che analizza il numero freddo di copie vendute e la risposta è “ni”, dato che si tratta di un prodotto non destinato a un “consumo familiare” ma piuttosto complesso e che certamente non gode appieno del trademark dei Porcupine Tree. Alla fine ci ho rimesso anche dei soldi perché molto impegnativo dal punto di vista della gente coinvolta, fra molte location in giro per il mondo, produzione, mixaggi. Secondo l’altro punto di vista, che analizza invece la mia voglia e volontà di farlo e la risposta è assolutamente si, fare un album solista ti dà la possibilità di esprimere te stesso e fare ciò che realmente vuoi e ti passa per la testa: metal, ambient, pop, industrial, e quant’altro. Ecco, lì mi sento me stesso.

E per l’accoglienza per il lancio di “The Incident”?
Ad oggi sono molto soddisfatto del lavoro della Roadrunner. Certamente il loro compito, rispetto al mio solo album che parte da una base zero da un punto di vista di conoscenza e pubblico, è un attimo più facile visto che i Porcupine Tree possono contare su una storia e un seguito ben diversi. Ugualmente posso dire che fanno un gran lavoro. Storicamente si tratta di una etichetta metal e se vogliamo dirla tutta non hanno grandissimi mezzi da investire e sta proprio qui la loro forza perché comprendono appieno l’importanza dei fan. Con la nostra vecchia etichetta c’era gran dispendio di mezzi (promotion, commercial radio, video, passaggi su Mtv), ma il tutto rimaneva un po’ fine a se stesso. Roadrunner parte da presupposti più reali, cioè la base esistente di fan, per crearne di nuovi. Premono per aumentare il numero di concerti, per instaurare un meccanismo: il vecchio fan porta l’amico, l’amico apprezza ciò che sente e allo show successivo porta l’amico dell’amico e così via, una sorta di passaparola che parte da un solido live act, ed è questo il motivo per il quale molte metal band hanno un gran seguito. La forza della Roadrunner è averlo capito e di usarlo.

Ascoltando l’album ci è sembrato di tornare un po’ al passato, un mix tra le atmosfere cupe di “Signify” e la svolta heavy di “In Absentia”, applicato al sound odierno assolutamente straordinario che vi caratterizza. Può quindi essere considerato il punto di arrivo di una prima parte di carriera come band, che ne apre una successiva?
Per noi si tratta del decimo studio album (considera quindi anche i suoi primi lavori come one man band come lavoro di gruppo, ndR); oggi il nostro approccio è più rilassato rispetto al passato, nel senso che all’inizio bisognava lavorare per cercare di trovare un’identità, una coesione e un’unità di intenti per tracciare la nostra strada da percorrere. Di cui ogni album ne suggella effettivamente una tappa. Ognuno di noi ha le sue idee e il nostro lavoro è fonderle, darne un senso unitario. Quindi la risposta alla tua domanda è entrambe le cose, ma ciò non significa che abbiamo esaurito tutto: state certi che vi sorprenderemo ancora.

Parlando dei testi “The Incident” vuole essere una tua autobiografia trasportata e applicata alla soggettività di ognuno di noi? Qualcosa che prima o poi colpirà e cambierà ogni individuo?
“The Incident” è una sorta di ricognizione dei fatti della vita… Penso che anche un buon songwriter, così come un buon scrittore, non possa trattare di un qualunque argomento (sci-fi, vita, politica, ecc.) senza metterci un qualcosa di autobiografico. Ma la cosa importante è rendere credibile una storia e l’unica maniera per farlo è raccontare la realtà. “The Incident” non vuole essere per forza un singolo accadimento, ma comunque un punto dal quale non si torna indietro, sia esso negativo o positivo. Un mio Incident positivo per esempio è stato quando ho lasciato il mio lavoro di tecnico del computer per abbracciare la carriera di musicista. L’album è un mix di mie esperienze personali, alcune positive e altre negative della vita, ma non solo: il mio obiettivo è anche quello di sensibilizzare verso altri tipi di Incident che oggi quasi non fanno più notizia (come lo sfruttamento minorile, le situazioni dietro violenze ed omicidi, ecc.), ed infine autobiografico nella voglia di avere interessi molteplici che possano portare a un accadimento dal quale non si torna indietro.

Rispetto a “Fear” che era un concept solo nei testi, “The Incident” lo e’ anche nella musica. Può essere considerato da questo punto di vista un tuo ulteriore attacco al mondo iPod, peraltro già da te preso di mira in “Insurgentes”, contro il sistema delle playlist che spezzano l’unitarietà del lavoro di un album?
Tutto sommato la mia intera carriera si può considerare un attacco, non solo al sistema iPod, ma alla mentalità di ascolto shuffle/playlist. Io ho pensato e approcciato quest’album nella stessa maniera in cui penso a un film o a un libro. Non leggo prima il capitolo tre, poi il settimo, poi il decimo; quando prendo un libro parto dall’introduzione e arrivo alla fine e ne gusto le emozioni, gli stati d’animo e gli eventi che via via si susseguono. Lo comprendo e lo vivo, ed è esattamente quello che ho cercato di fare in quest’album. Perderne un minimo pezzo lo trovo fastidioso e non solo per il lavoro che c’è dietro la stesura, ma anche perché non si concede così ad un’emozione di vivere e trasmettersi. Nella mia generazione il problema era minore perché avevamo il caro vecchio vinile, dove l’unico movimento che si faceva era cambiare lato, e come compendio ci si gustava la copertina: la si esplorava in ogni angolo alla ricerca di tutto quello che poteva svelare qualcosa sulla musica e su chi l’aveva fatta. Le nuove generazioni invece sono invase da una sorta di tecnologia low cost a portata di tutti: TV, PC, videogames, iPod. E sia chiaro che io non sono contro l’avanzamento tecnologico, ma ravvedo il problema della frammentazione di interessi che porta al decadimento della motivazione. Se noti, non c’è dedizione di un tempo serio per qualcosa: cinque minuti davanti alla TV in cui l’unica cosa che fai è zapping con il telecomando da un canale all’altro, dieci minuti davanti al PC, altri dieci con la console da gioco, senza mai che nessuna di queste attività abbia comunque un preciso punto di partenza ed un altrettanto preciso punto di arrivo. Tutto ciò elude un reale senso di concentrazione o di interesse. Esiste qualcosa di più reale dei reality o dell’iPod ed il mio obiettivo con i miei show ed i miei lavori è di offrirvi qualcosa di vero, tangibile. E su questo argomento non ci basterebbe la giornata quindi la risposta è: si è un ulteriore attacco! (risate, ndR)
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Da “In Absentia” in poi la cura per l’elemento visivo è divenuta sempre più presente nei tuoi lavori e la collaborazione con Lasse Hoille è di conseguenza intensificata. Quanto pensi che possa rafforzare le tematiche della tua musica oggi e quanto possa esserne un elemento di distrazione?
Non penso possa essere un elemento di distrazione, o comunque il mio obiettivo è farne un ulteriore elemento di approfondimento e di accompagnamento; la mia idea sarebbe proporre l’ascolto di un album come se si fosse al cinema, dove le immagini scorrono una dopo l’altra. Con Lasse poi è per me molto facile lavorare perché siamo in assoluta sintonia. Quando scrivo parole e musica ho in testa anche l’immagine che vorrei dare a queste. Lasse una volta ricevuto il materiale da me lo traduce in visioni ed accade sempre che siano esattamente quelle a cui avevo pensato io. Una traduzione che avviene con assoluta naturalezza e semplicità perché c’è una forte empatia tra noi. Si può dire che lui completa la parte di me che artisticamente avrei più difficoltà ad esprimere, è la mia visual side… Ho un grande amore per il cinema e con Lasse ho la fortuna di riuscire ad esprimere anche questo. Oggi rappresenta senza ombra di dubbio la più importante collaborazione che ho in essere.

A proposito di cinema e di “Deadwing”: siamo rimasti alla storia che c’era il regista ma mancava circa un milione di dollari per la produzione… A che punto e’ il progetto? Andrà avanti?
Diciamo che non è tramontato ed è li nel cassetto. È vero comunque, ho trovato il regista che si chiama Mike Bennion che è un mio vecchio amico, molto esperto in video e set pubblicitari. Il problema resta da tre anni ormai tutto il contorno – quindi parlo di agenti, produttori, che siano realmente interessati allo script, anche se la realizzazione incide relativamente poco. A questo aggiungi che onestamente il mio nome nel mondo del cinema non esiste. Sarà molto più semplice, cosa che stiamo ultimando, realizzare con Lasse la produzione di un film basato su “Insurgentes”, perché comunque si tratta di un qualcosa che riguarda e coinvolge alla fine le nostre capacità, quindi immediato e senza grandi passaggi. L’obiettivo è presentarlo in giro per film festival in modo da farci conoscere un po’, sperando che possa essere il reale punto di partenza nel mondo del cinema.

Una delle cose più apprezzate di te è l’eterogeneità delle tue produzioni: da Anja Garbarek agli Opeth, passando per Yoko Ono e Orphaned Land; come si riesce a gestire tutto ciò con il tuo stile personale, riuscendo altresì a restituirli all’ascolto come entità individuali? Come fai a condensare i tuoi elementi con quelli degli artisti con cui collabori?
Semplicemente non lo faccio… Porcupine Tree è uno dei miei lavori, ma Steven Wilson ne ha diversi come anche differenti interessi. Quindi la risposta e no, non lo faccio, lascio che ci sia interazione tra tutto ciò. Tutte le persone che mi hai nominato in realtà mi cercano e mi vogliono per produrre il loro lavoro, e il mio interesse sta proprio nel poter lavorare a contatto con una tale eterogeneità nell’espressione artistica. Se mi cercassero per fare il tecnico del suono o solo per il mixaggio difficilmente accetterei perché il mio interesse è interagire e scambiare esperienze. “Cosa ne pensi di questa parte di tastiera… Aggiungi una parte di chitarra… Che ne dici di questo segmento da aggiungere, ecc.”, sono tutte idee che possono venire per proporre un cambiamento. Perché produzione significa collaborazione, dalla cui sola nascono gli interscambi che lasciano il segno ed i giusti insegnamenti per ambedue le parti. Un altro errore che non vorrei si commettesse è considerare l’equazione “Porcupine Tree = Steven Wilson” o viceversa. Steven Wison è Steven Wilson ed i Porcupine Tree uno dei lavori che Steven Wilson porta avanti con orgoglio.

Viste le tue innumerevoli esperienze ci sarà mai spazio in futuro per un progetto crossover sinfonico? Parliamo di una specie di Godspeed You Black Emperor in melodico, o una versione umana dei Sigur Ros. Uno spunto potrebbe essere approfondire sprazzi già espressi con “Collapse The Light Into Earth”, con il suo crescendo armonico di cori e orchestra su un loop di piano, o ancora “Salvaging” da “Insurgentes” che usa l’orchestra in ambienti drone.
Non saprei… È una cosa certamente interessante, che incontrerebbe il mio favore… Io amo creare contrasto nelle mie tracce. Hai citato “Salvaging” che è uno dei miei pezzi preferiti in “Insurgentes” proprio per questa sua capacità di creare un contrasto muovendosi in territori differenti: metal, classical, drone, noise. Una cosa del genere dà molto spazio alla creatività, ma allo stesso tempo può essere attuato in un album solista dove la libertà di espressione è totale. Io adoro i Godspeed You Black Emperor, adoro anche i Sigur Ros; ma nel loro progetto c’è un intento espressivo musicale comune. Devo tenere conto che il fatto di avere una proprietà espressiva unica e riconoscibile avviene anche nei Porcupine Tree dove l’elemento di contrasto viene piegato e smussato. In sostanza si cerca sempre di accompagnare l’ascolto, di tracciare la strada. La mia idea invece, che ho applicato a “Salvaging”, è creare contrasto in maniera netta e decisa. Pensa ad esempio al cinema mentre guardi un bel film allegro, gioioso, ed improvvisamente accade qualcosa di tragico che ne spezza il filo, e tutti si chiedono “perché il regista ha fatto accadere questo, proprio mentre tutto andava così bene…”. Questa è la mimesi della vita. Tutto è in continuo movimento evolutivo, secondo dopo secondo, e le cose cambiano improvvisamente. Quindi ciò che per altri può sembrare troppo di rottura per me è assolutamente naturale. Passare dalle sinfonie dei Sigur Ros, all’industrial dei Nine Inch Nails con in mezzo un piano preludio di Debussy è il mio modo di mettere l’ascoltatore di fronte alla realtà e di mostrare comunque anche per certi versi il mio lato perverso e cinico.

Anche se mi rendo conto che da un punto di vista fisico sarebbe pesante da sostenere, hai mai pensato alla possibilità di uno show che unisse i tuoi side projects?
Per te sarà l’apoteosi, ma per me è l’Inferno (ride, ndR)… Qualcuno me lo ha già chiesto, però sinceramente è qualcosa che io vedrei più per celebrare la fine della carriera di un artista, e più che da un punto di vista fisico oggi è impensabile da un punto di vista logistico. Infine l’impegno mentale è notevole, in questo momento ho tanti progetti nella mia testa ed è necessario che mi dedichi, per non scoppiare, a un progetto alla volta. E il prossimo in cantiere è un nuovo studio album solista…

Quindi lo aspettiamo per il prossimo anno?
Comincerò sicuramente a lavorarci all’inizio del prossimo anno, ma siamo solo alla fase embrionale. Devo ancora scegliere musicisti, location, e spero di finire entro l’anno ma non ne sono certo.

Con questa rivelazione in anteprima si è chiusa ufficialmente l’intervista, ma l’incontro è andato ancora avanti, con Steven che discute con noi della scena prog italiana anni ’70, partendo da un cd che avevamo preparato come regalo… e anche in questo Steven ha dimostrato grandissimo interesse e assoluta preparazione. Anzi se mai qualche ex-componente della Locanda Delle Fate dovesse per caso leggere questa intervista, sappia che il signor Wilson ne apprezza molto il lavoro… senza contare la sua ammirazione per PFM, Banco, AREA (“Absolutely Extraordinary!”). Alla fine ci siamo sentiti in dovere noi di togliere il disturbo… Grazie Steve.

Grazie a: Sara e Nico per la preziosa collaborazione.

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