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  • Portishead: Third

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Throbbing Bristol

Dopo l’annuncio del ritorno, dopo la luce dei riflettori dell’All Tomorrow’s Parties e quella puntata sulla band dalle attese dei fan, dopo la pirateria precoce e il chiacchiericcio duepuntozero, ora dell’ultima fatica dei Portishead parlano proprio tutti. Archiviate in anticipo le considerazioni sul passato, non resta che prendere di petto il macigno.
Al primo impatto il disco lascia straniti, stupisce e confonde. Tra le dissonanze e la ruvidità dei ritmi ci sono spazi vuoti che necessitano di essere indagati, che attirano e trascinano (giù), che obbligano all’ascolto ripetuto. E non sarà soddisfatto chi predilige l’armonia pura, perché è come se i Portishead questa volta avessero deciso di concentrare il loro sguardo libero e postmoderno su suggestioni devianti e, perché no, estreme.
È abbastanza naturale che i paragoni col passato siano improbabili. Il principale trait d’union è la voce di Beth: fattasi ancora più sottile e fragile, si trova spesso a dover sostenere da sola l’intero impianto melodico di brani scarnificati e privi di orpelli.
Non è un un disco magico come lo sono stati i precedenti. È piuttosto un disco ipnotico, che non cattura mediante una calcolata accessibilità ma spingendo con forza l’ascoltatore in trappola.
[PAGEBREAK] La miscela stilistica comprende (non)finali troncati di netto, moduli krautrock presi in prestito dai Neu! o da Manuel Göttsching, aperture folk lo-fi che straripano in divagazioni psichedeliche pesanti, tastiere che sembrano espiantate da qualche colonna sonora di Carpenter e suoni da nastri manipolati; persino i brani più vicini a un’estetica trip-hop sono trasfigurati da un trattamento intensivo di sabbiatura e irruvidimento. Ne escono scenari retro-futuribili completamente slegati da ogni volontà di ricostruire qualcosa o di omaggiare chicchessia, che trovano il proprio senso in quanto semplici raffigurazioni dell’interiorità più o meno sofferta dei musicisti.
Se “Third” ha un difetto, è quello di non essere perfettamente funzionante su tutti i livelli: mancano gli agganci melodici che avrebbero potuto attrarre l’ascoltatore casuale, ci sono pochi contentini per chi si ferma a metà strada. Ma per chi desidera perdersi nel viaggio c’è la soddisfazione della (ri)scoperta di una band che, a dispetto della severità sonora messa in gioco, non è mai apparsa così organica e compatta; c’è la graduale comprensione di come le soluzioni in apparenza eccentriche siano in realtà ottimamente integrate; c’è la sensazione di assistere all’espressione dell’impegno e della sincerità di esseri umani che dalla musica pretendono parecchio. Come molti dei loro ascoltatori, del resto.
E poi, chi l’ha detto che non si possono fare paragoni con il passato? Se “Dummy” è inarrivabile d’ufficio, il terzo lavoro dei Portishead ha tutte le carte in regola per giocarsela con l’album omonimo; se la spunterà o meno lo potremo scoprire solo tra qualche tempo.

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