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Potrebbe esser peggio. Potrebbe piovere.

L’aspetto migliore della professione di giornalista è il costante essere in contatto con un flusso di notizie di ogni fatta e guisa.
Per esempio, mi è appena caduto l’occhio su un’ANSA dell’ultim’ora che riporta un affascinante fatterello la cui influenza è assai significativa e facilmente avvertibile nella nostra vita di tutti i giorni.

FA UN CALDO PORCO.


Così impari.

Prendete John Goodman, per esempio. Si sveglia tutte le mattine alle sette nella sua villa di Busto Arsizio ed è già sudato come un pavone. Ansimando, con i piedi gonfi e i radi capelli appiccicati alla fronte come petrolio su una Venere che sorge dalle acque della Louisiana, gocciolante dalle ascelle e dalle sopracciglia e dai peli del naso e da quelli del gomito destro, si dirige barcollante verso la macchina del caffè shakerato (John Goodman ha una macchina che fa il caffè shakerato, ma non un condizionatore). Prova a prepararlo – il caffè shakerato, non il condizionatore –, ma il calore emesso dal marchingegno lo fa svenire, e lui collassa a terra come un sacco di patate floscio, schiacciando sotto il suo enorme corpaccione una povera fochina tenerella che era lì, di passaggio, senza alcuna ragione né colpa.
E questo gli succede TUTTE LE MATTINE!
Quindi ecco, il caldo fa schifo.


«Dillo a me»

Ma è inutile lamentarsi!
Innanzitutto perché mi hanno appena installato uno splendido Pinguino con le sembianze di Danny DeVito in ufficio, quindi per una decina di ore al giorno sto frescolino, alla faccia vostra.
E poi perché, come si suol dire, non c’è mai limite al peggio.
Per esempio, ci sono dei film nei quali le condizioni atmosferiche medie sono talmente degradanti per la dignità e il buon nome dell’essere umano che i quaranta gradi di Milano sembrano una brezzolina primaverile. E [SPIEGONE] questa puntata di Compilation parlerà proprio di questo: brezzoline primaverili.


Sopra: grazie, Photoshop.
[PAGEBREAK] 7.
Il film

The Ten Commandments (Cecil B. De Mille, 1956), film da cui è stato poi tratto un bestseller scritto da un mucchio di sacerdoti vecchissimi. Interessante notare come detti sacerdoti abbiano poi deciso di lucrare sul successo del libro, scrivendo prequel, sequel e anche un improbabile reboot della saga, introducendo, al posto del consueto e sterminato parco personaggi, un protagonista unico, giovane, belloccio e un po’ hippy.

Di cosa parla
Di schiavismo e ribellione. Un po’ come Spartacus, ma con una virata fantasy all’incirca a metà film che piacerà sicuramente ai fan di Tolkien e Harry Potter, ma che farà storcere il naso ai puristi. D’altronde, un po’ tutto il film ha una trama che ricorda molto da vicino i JRPG tipo Final Fantasy o Dragon Quest: ragazzino orfano abbandonato, salvato da misterioso benefattore, cresciuto in cultura che non è la sua ben sapendo che il suo destino e la vita vera sono altrove; poi allo scoccare di un fatidico compleanno, ragazzino scopre di avere poteri mistici, che deve imparare a controllare («WHOA, ho dato fuoco a un cespuglio con il pensiero! E ora PARLA!») per poter condurre il suo popolo alla salvezza, tramite l’utilizzo di potentissimi sortilegi.


Sopra: Mosè e il suo party di avventurieri.

Alla fine, battaglia finale contro boss dei supercattivi, arrivo di deus ex machina sotto forma di incantesimo potentissimo, filmato finale.

Quale spaventosa sfiga climatica lo caratterizza
Il film si svolge per la maggior parte in Egitto, un posto nel quale già di base fa caldino.
A questo aggiungete il fatto che Mosè, arrivato al livello 15 – fino a lì ha a disposizione solo il dardo incantato e una basilare magia di cura –, può cominciare ad apprendere incantesimi e stregonerie assai potenti, in grado di modificare il clima. Tra queste si enumerano: la pioggia di rane, la pioggia di cavallette incazzate, la pioggia di sangue, la grandine, LE TENEBRE e soprattutto l’invasione di MOSCONI.


«Che tu sia dannato, Mosè»

«Meno male» commentano allora i poveri egittani «che possiamo andarcene al mare a rinfrescarci le pudenda».

Già.


«Che sia dannata anche tu, magia che impari solo al livello 80»
[PAGEBREAK] 6.
Il film

Wall·E (Andrew Stanton, 2008), la tenerissima storia di un artefatto tecnologico talmente obsoleto che, per il ribrezzo, ha fatto fuggire dal pianeta Terra l’intera umanità.


«EEEEEEEEEEEW»

Di cosa parla
Di un dolce robottino che, solingo ma tenace, persiste nella sua opera di pulizia del pianeta Terra devastato dall’inquinamento, conseguenza delle irresponsabili azioni del governo del terrestre che ha deciso di non adeguarsi al protocollo di Kyoto e di ammazzarsi piuttosto di panini da MacDonald’s.
La vita del tenero robottino subisce una svolta quando un iPhone 6.0 discende dal cielo sparando laser ed emettendo suoni soffusi e vellutati ma assolutamente irresistibili. Sedotto dall’impossibilmente sexy oggetto targato Apple, Wall·E si imbarca in un viaggio iperspaziale alla ricerca dell’umanità perduta, ridottasi a poche migliaia di persone che viaggiano nel cosmo, disperse e obese, in attesa di una speranza che non arriverà mai.
Sarà una piccola piantina, rinvenuta dall’iPhone grazie all’utilizzo di un’applicazione apposita, a stravolgere le certezze di tutti e a convincere i sopravvissuti a tornare sulla Terra, per ricostruirla da capo di modo da avere un mondo nuovo di zecca da inquinare.
In tutto ciò, si ride e si piange.


Sopra: il grande assente.

Quale spaventosa sfiga climatica lo caratterizza
Uhm, vediamo, per esempio il fatto che inquinamento e rifiuti abbiano deturpato irreparabilmente la faccia un tempo sorridente del pianeta Terra, trasformandola in un unico, enorme cratere devastato da una simbolica acne ambientale, e che alberi, fiumi, animali e fochine tenerelle siano state spazzate via e sostituite da enormi cumuli di monnezza sagomati a foggia e bestiale imitazione di grattacieli e palazzi, come a parodiare l’effimera gloria nella quale un tempo l’umanità si crogiolava prima di ridursi a un ammasso di smidollati mantenuti in vita da macchine senzienti ma senz’anima che cospirano contro ogni tentativo di ribellione da parte dei suddetti, grassi idioti, come vi sembra in quanto a sfiga climatica?


«A me non dispiace»
[PAGEBREAK] Bonus track.
Il film
Soylent Green (Richard Fleischer, 1973), uno di quei film che tutti quelli CHE SANNO conoscono di nome e che pochissimi hanno effettivamente guardato, una pellicola iconica che avrete sicuramente visto citare in milioni di salse diverse – tra cui la Worchester – tipo per esempio nei Simpson, in Futurama e in Buffy, ma che non avete mai davvero visto, perché siete degli stronzi culipesi ignoranti incapaci di apprezzare la vera fantascienza.


E allora tenetevi lui.

Di cosa parla
Di un futuro distopico nel quale l’inquinamento è ben oltre i livelli di guardia, il sovrappopolamento ha reso impossibile avere anche un angolino di spazio libero per dormire, mangiare, cagare e far di conto, il suicidio di Stato è legalizzato e anzi fortemente consigliato per fare spazio.
Che in inglese si dice “Make room”.
Che, incidentalmente, è anche il titolo del romanzo di Harry Harrison (Make Room! Make Room!) da cui è tratto il film.
Ma tanto non sapete neanche chi è Harry Harrison.
Stronzi.


Sopra: ve lo meritate, stronzi.

Quale spaventosa sfiga climatica lo caratterizza
Non lo so, immaginate per esempio di alzare i vostri culi pesi dalla sedia e uscire di casa, per una volta. Immaginate che la prima cosa che riuscite a vedere sia un cielo limaccioso e uniformemente monotono. Poi venite assaliti dalla puzza di smog che pervade ogni angolo della Terra. Provate ad allontanarvi dal sottoscala – vivete davvero in un posto di merda – per prendere un po’ d’aria fresca e inciampate su un corpo. Che è avvinghiato a un altro corpo. Che ne tiene in braccio un altro ancora. Che sta dando la mano a un’altra persona. E poi un’altra, e un’altra, e indovinate un po’?, un’altra. Sui gradini, sui corrimano, in soffitta, in cantina, per strada. Gente ovunque.


Sopra: ovunque.

E puzza, puzza in ogni dove, e neanche un goccio da bere.
E un camion, anzi tanti camî, per spazzare via la gente in eccesso dalle strade.
Tipo così:


Sopra: un camio.

E poi lo spaventoso segreto finale, che scoprirete se cliccate su questo spoiler.

TRIVIA: c’è un altro racconto di fantascienza che parla delle stesse cose ed è uscito più o meno in contemporanea con il romanzo di Harrison. Chi lo indovina lo scriva nei commenti qui sotto. Ricchi premi e cotillon.
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Il film
The Road (John Hillcoat, 2009), che è poi la trasposizione cinematografica del più grande romanzo degli ultimi… oh, ma forse l’ho già detto qualche altra volta, vero?
Be’, magari qualcuno di voi non lo sa, quindi ecco, The Road è la trasposizione cinematografica del più grande romanzo degli ultimi vent’anni, scritto da Cormac McCarthy che è famoso perché ha inventato la scrittura e prima di lui nessuno sapeva scrivere come lui.
The Road (il romanzo) è talmente bello che questa rubrica abbandonerà temporaneamente il suo tono faceto e allegrotto per regalarvi una piccola, intensa citazione di detto romanzo, che farà salire lacrime agli occhi di tutti voi lettori, a meno che non siate crudeli figli di puttana senza un cuore.

He walked out in the gray light and stood and he saw for a brief moment the absolute truth of the world. The cold relentless circling of the intestate earth. Darkness implacable. The blind dogs of the sun in their running. The crushing black vacuum of the universe. And somewhere two hunted animals trembling like ground-foxes in their cover. Borrowed time and borrowed world and borrowed eyes with which to sorrow it.


Sopra: lui non ha pianto.

Di cosa parla
Della fine del mondo, e un pochetto dopo. Causata da NON SI SA, ma alla fine è tutto grigio e morto e triste e polveroso e tossico e insomma non il massimo. Non è che succeda molto altro: Viggo Mortensen e suo figlio nel film che non coincide con il figlio nella realtà vanno in giro, incontrano gente, dicono addio alla gente, camminano ancora un po’, si fermano, ricominciano a camminare.
Capolavoro.


Sopra: tipo così, ma più brutto e con Viggo Mortensen.

Quale spaventosa sfiga climatica lo caratterizza
L’assoluto e totale annichilimento di qualsivoglia forma di colore, sapore, profumo, forma di vita, luogo, professione o animale sull’intero continente nordamericano – o forse su tutto il mondo, anche se non è dato saperlo.
Per farvi capire. Questa mattina mi sono svegliato un po’ tardi, ho inforcato la mia bicicletta e mi sono diretto in metropolitana. Lì ho parcheggiato (la bici, non la metropolitana) e ho atteso dieci minuti che arrivasse un convoglio con l’aria condizionata. Esso mi condusse alfin all’agognata meta, giunto alla quale scesi e mi diressi verso l’uffizio dei miei travagli. Lungo il tragitto fubbi costretto ad affrontare lunghi tratti sotto il sole, attraversando financo i lavori in corso di piazza card. A. Ferrari. Lavori polverosi, una piazza bianca come ossa essiccate, non un goccio d’acqua a portata di mano, l’astro a picco sopra la mia testa, a bruciarmi. Stetti per svenire. Salvommi la vita un vecchino premuroso, che si spremette il catetere per dissetarmi prima di stramazzare al suolo, morto al mio posto. «Hai ancora tutta la vita davanti, sfruttala» dicettemi prima di spirare.


Sopra: stamane io ero tipo così, ma più tenero.

Ecco, The Road è così. Ma più polveroso, più grigio, più Viggo Mortensen. E scritto meglio.
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Il film
30 Days Of Night (David Slade, 2007), che è tratto dal fumetto intitolato 30 Days Of Night e parla della cittadina di 30 Days Of Night e del falegname locale, 30 Days Of Night, che si trova a combattere contro alcune spaventose creature chiamate 30 Days Of Night e alla fine sono vampiri.

Di cosa parla
No, dai, seriamente: 30 Days Of Night parla di Josh Hartnett, e proprio per questo è il prequel di 40 Days And 40 Nights (Michael Lehmann, 2002) nonostante sia uscito dopo e i due film non non c’entrino nulla l’uno con l’altro. In 30 Days Of Night, per esempio, ci sono i vampiri al posto delle fregne, vampiri che invadono la ridente e verdeggiante cittadina di Barrow, Alaska, un posto in cui il clima è particolarmente temperato e clemente con i suoi pacifici abitanti, noti tra l’altro per essere gradevoli alla vista e all’olfatto.


Sopra: vedete quanto ridono, a Barrow, Alaska?

L’arrivo dei vampiri fa precipitare la situazione in uno stato di semiprimitività – i vampiri adorano le parole buffe piene di sillabe divertenti da pronunciare – e terrore perenne (NON DITE NULLA), clima reso ancor più pesante da ciò che leggerete qui sotto…

Quale spaventosa sfiga climatica lo caratterizza
… e cioè che, per trenta giorni ogni anno, Barrow, Alaska non viene baciata dal Sole.
Ma non tipo “il Sole sorge tardi e tramonta presto” o “il Sole è troppo basso sull’orizzonte e viene dunque nascosto dalle folte chiome degli aceri e dei pini” o “muschi e licheni traspirano tutto il vapore acqueo accumulato durante la bella stagione, essudando volute di fumo grigiastro che nascondono l’orizzonte in un modo che questa siepe esclude il guardo da tanta parte e si sentono solo sirene lamentarsi in lontananza e l’aria è così densa e umida che sembra di nuotare e riempie i polmoni e i pensieri fino a oscurare ogni respiro e ogni pensiero ed è un po’ come morire”.
No, più una cosa tipo IL SOLE NON SORGE PIÙ.


«COOOOOSA?»

Le conseguenze di tale spaventosa sfiga climatica, è vero, si avvertono solo durante gli eponimi trenta giorni, che corrispondono poi solo a un dodicesimo della vita di ciascuno di noi, ma, stando a quanto ci racconta Josh Hartnett, tra dette conseguenze si annovera follia omicida, vampiri assetati di sangue che parlano lingue incomprensibili, tradimenti, suicidi, fughe di mezzanotte alle tre del pomeriggio, segregazione in soffitte polverose, calo della sensibilità agli arti inferiori, perdita dell’abbronzatura, caduta accidentale in macchinari industriali molto grossi e molto pesanti.
Nei casi peggiori, morte.


«Mi chiami ze le zue condizioni dovezzero migliorare» «Perché, come sta?» «È morto»
[PAGEBREAK] Bonus track.
Il film

Pitch Black (David Twhoy, 2000), un film che parla di Vin Diesel e poi ci sono altre robe di contorno che non ricordo perché VIN DIESEL.


Sopra: mi piace quel ragazzo perchéééééé… ti amo, Vin Diesel.

Di cosa parla
Pitch Black è uno splendido film di sci-fi che tutti dovreste vedere, omaggio ad alcuni grandi classici della fantascienza d’esplorazione – conoscete per esempio Strada Buia di Arthur Clarke? Ecco. Lo sospettavo. Stronzi.
Racconta di Vin Diesel, criminale intergalattico con gli occhi lattei come la Via, e di una ciurma di buffi personaggi che lo accompagna in una scampagnata interstellare. Detta scampagnata viene rovinata dall’attacco dei Pan di Stelle giganti, enormi biscottoni carnivori che bombardano la nave e la fanno naufragare sul gradevole e popolatissimo pianeta di HADES.


Sopra: tipo così, però è un pianeta.

HADES è una rinomata località di villeggiatura, come si evince senza tema di smentita dal bucolico nome che porta, ed è proprio villeggiando, tra un picnic e una bella passeggiata, che la maggior parte della ciurma incontrerà il proprio destino, che generalmente coinvolge il dislocamento delle viscere e il loro riposizionamento in angoli diversi (e spesso distanti tra loro) del pianeta.
A sopravvivere saranno solo Vin Diesel e un ragazzino di nome Jack, che si scoprirà poi essere dotato di vagina. La reincontreremo nel seguito di Pitch Black, sotto forma di fregna da paura.

Quale spaventosa sfiga climatica lo caratterizza
In realtà nessuna, anzi il pianeta HADES è, come già esplicato poco sopra, un luogo gradevole, meta di turisti da tutta la galassia.
La guida Lonely Planet, per esempio, lo descrive così:

HADES (il caps lock è obbligatorio, come stabilisce una legge locale redatta da NON SI SA CHI) è un planetoide in tutto e per tutto simile alla nostra Terra, solo che meglio. Pensate, infatti, che dove noi abbiamo solamente un Sole a illuminarci il cranio, HADES ne ha ben tre, due accoppiati e uno solingo. Questo fa versare il pianeta in uno stato di luce costante, un’unica, enorme giornata lavorativa di millemila ore consecutive – unità di misura di HADES che corrisponde, in termini terrestri, a circa 22 anni. È proprio allo scoccare del ventiduesimo anno che accade ciò che ogni turista che visita HADES vorrebbe vedere: una tripla eclisse solare che dura per mesi e consente a creature notturne chiamate DEMONI, che sono le uniche forme di vita in grado di abitare il pianeta, di percorrere la vasta rete di caverne che trafora l’astro e uscire in superficie, a macellare chiunque si trovi sul loro percorso. «Sono state loro a fare estinguere ogni forma di vita su questo pianeta!» commenta entusiasta il presidente della Repubblica di HADES, un istante prima di venire trafitto da un artiglio acuminato e ingoiato intero dalle enormi fauci di un DEMONE.


Sopra: un’attrazione turistica.

Ah già! A parte i DEMONI, quando i Soli sono alti nel cielo il pianeta è tutto blu. Oppure arancione.
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Il film
The Day After Tomorrow (Roland Emmerich, 2004), un film catastrofico. Ma solo ed esclusivamente nel senso che avvengono delle cose catastrofiche tipo IL RISCALDAMENTO GLOBALE, LO SCIOGLIMENTO DEI GHIACCIAI e JAKE GYLLENHAAL. Mica perché è un film orrendo. Per nulla. Davvero.

Di cosa parla
The Day After Tomorrow è un film brutto, e lo si può capire già dal fatto che si intitoli DOPODOMANI. The Day After Tomorrow è anche un film molto sbagliato, visto che prende alcune delle più grandi paure dell’epoca moderna (i cambiamenti climatici, la mano dell’uomo che distrugge l’ambiente, Dennis Quaid) e le banalizza, trasformandole in un implausibile polpettone utile solo per inscenare un po’ di sana distruzione tra ghiaccio e neve.
OK, detta così sembra un capolavoro. Ma non lo è!


Sopra: no, davvero, giuro, è un film bruttissimo.

A parte quello, ci sono storie di eroismo e di fine di mondo, di amore e di fitto fogliame, e in generale tutto quello che vi aspettereste da un film catastrofico (o da un catastrofico film).

Quale spaventosa sfiga climatica lo caratterizza
Nulla di particolare, in realtà, a parte il fatto che parla di come sarà il nostro pianeta tra qualche anno se non ci svegliamo un attimino.
La spaventosa sfiga climatica, insomma, è facilmente riassumibile così: moriremo tutti.


Sopra: una stima del numero di morti dovuti al cambiamento climatico nel solo anno 2000. Moriremo tutti. E tra le poche persone che ce lo raccontano c’è ROLAND EMMERICH. Moriremo tutti male.
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Il film
Godzilla (Roland Emmerich, 1998), che come potete vedere è ancora di ROLAND EMMERICH, e parla ancora di morte e distruzione ma in una maniera molto più divertente e, dunque, assolutamente irrealistica.


Sopra: scarso realismo. Sigh.

Di cosa parla
Di un grosso lucertolo che semina panico e terrore nella città di New York. Detto lucertolo è stato risvegliato dagli esperimenti nucleari francesi a Mururoa.
Vedete, il cinema (e l’arte in generale) è importante perché mette in scena le paure di un’epoca, drammatizzandole, stilizzandole, esorcizzandole. Un film è come una catarsi: cominci a guardarlo che sei terrorizzato da quello che vedi nel mondo intorno a te e finisci di vederlo che hai interiorizzato ed elaborato il terrore, gli hai dato un volto e delle motivazioni, sei arrivato a CAPIRLO, e quindi non ti fa più paura.
Una delle grandi paure del nostro tempo è l’energia nucleare, tematica controversa che tocca diversi aspetti della nostra vita di tutti i giorni, dalla crisi energetica alla sicurezza nel nostro stesso giardino, dalla politica ambientale all’importanza della ricerca scientifica. Ogni grande film che tratti queste tematiche deve analizzarle con freddezza e razionalità, e inscenare una rappresentazione che simbolicamente dipinga tutto ciò che turba la nostra mente quando parliamo di energia nucleare.
Come, per esempio, UN LUCERTOLO MUTATO ALTO QUARANTA METRI.


Sopra: il potere simbolico del cinema, le paure di un’epoca sublimate e racchiuse in una singola, spaventosa entità.

No, ma seriamente: il film è bruttino.

Quale spaventosa sfiga climatica lo caratterizza
Visto quanto scritto sopra, si potrebbe essere portati a pensare che L’APOCALISSE NUCLEARE IMMINENTE MORIREMO TUTTI sia la vera, grande sfiga raccontata in Godzilla. Un mondo devastato dalle radiazioni, popolato di orribili creature mutate, mostri con quattro braccia, insetti con il corpo da mantide religiosa e la faccia da Zac Efron, dove le poche, rade piante rinsecchite grondano veleno e mordono chi prova anche solo ad accostarvisi.


Sopra: tipo così, ma comunque meno spaventoso.

E invece no!
La vera, terrificante sfiga climatica che Godzilla ritrae è la pioggia.


Sopra: New York, città di lucertoli, galosce e reumatismi.

Stando a Emmerich, a New York piove sempre, perennemente, costantemente, incessantemente, ininterrottamente, implausibilmente, infinitamente, indefinitamente, immantinente, immanente, incidente, improrogabilmente, insolente, incipiente.
Insomma, tanto. E anche un pochino di più.
Tipo l’Inghilterra, insomma, ma peggio.
Pensate che palle.
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Il film
Waterworld (Kevin Reynolds, 1995), un film il cui titolo italiano (Mondo d’acqua) rispetta l’originale e in cui il regista e il produttore hanno lo stesso nome di battesimo ma diverso cognome, quindi sono due persone diverse. Vale la pena notare che il film è stato scritto da David Twhoy, quello stesso David Twohy che ha diretto Pitch Black e che ha inventato i modi di dire «Mogli e bwohy dei Paesi twohy» e «Adesso sono cazzi twohy».
Tra i due film c’è comunque almeno una differenza sostanziale che sta a voi scoprire.

Di cosa parla
Di un mondo dove c’è l’acqua, un mondo dove i ghiacciai si sono sciolti (CINEMA DI DENUNCIA!) e tutta la Terra è quindi sommersa da tanta tanta acqua, per cui tutti nuotano, è pieno di pesci e c’è tanta tanta acqua nel mondo d’acqua. La trama coinvolge quelli che vivono sugli atolli e i naufraghi, e ovviamente i secondi sono criminali e i primi hanno molta paura dei secondi anche se a volte li catturano per far loro scopare le proprie donne. Ah sì, e poi ci sono i mutanti sottomarini, tra cui uno che balla coi lupi.


«Vi prego, portatemi via da questo film»

Ovviamente, l’acquatica vita degli abitanti del mondo d’acqua è pericolosa e complicata e piena di insidie e di acqua, e il costante sciabordìo dell’acqua sulle fiancate delle navi acquatiche, con la sua ipnotica cadenza metodica e regolare, potrebbe portare anche il marinaio più stabile e sano di mente alla follia. Senza contare che tutta l’acqua è salata e c’è poca acqua dolce e comunque non c’è terraferma e quindi chi soffre di mal di mare è fregato a vita, e poi ci sono pochi modi per morire se non per annegamento, acqua nei polmoni, soffocamento da acqua, aquaplaning, acquaio, acquerugiola, acquazzoni, acquerelli, acquitrini e acquirenti.


E anche acqua.

Quale spaventosa sfiga climatica lo caratterizza
Già, chissà quale!
[PAGEBREAK] Kevin Costner.


«Mmm…»

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