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Sanremo 2009: Povia li stende tutti

E li stende non perché riesca a tirare fuori dal cilindro chissà quale pezzo di storia della musica. Semplicemente li stende tutti e li lascia con qualche banale e superficiale commento, perché presenta una canzone più profonda di quello che la strofa parlata potrebbe lasciar pensare, anzi, si sforza di far pensare di primo acchito. L’esibizione di ieri sera, acustica e molto intima, ha messo in luce prepotentemente tutto ciò.

Ci sono state polemiche (che comunque fanno pubblicità), con l’Arcigay innanzitutto, e poi un po’ con tutto il pubblico sanremese (non propriamente intellettuale); tra tutto è vero che c’è stata tanta furbizia nella scelta del titolo, e infatti appena è stato reso noto, i commenti sono fioriti come sterpaglia quasi ovunque. Ora però c’è anche il testo e le diatribe non si fermano né cambiano tenore. In realtà ci sentiamo di dire che la storia è un’altra.
Quella che Povia ha inteso portare all’Ariston non è una presa di posizione sul mondo gay; è una canzone, che racconta semplicemente una storia. In maniera musicalmente efficace ed emozionante (che insieme a quella degli Afterhours, è tra le migliori), per via dei giochi di luce e ombre che sa creare attraverso una cura molto attenta di armonie e arrangiamenti. Che sa emozionare, magari senza nemmeno capire realmente il perché.

È una storia, solo una storia. Potremmo dire di ordinario dolore, disagio e proiezioni psicologiche più comuni di quel che si pensi. Non va a toccare alcuno dei diritti dei gay, checché ne pensi Grillini, semplicemente perché con la comunità omosessuale, e in genere con l’altro da sé, non c’entra nulla. È Luca contro Luca, è introversione allo stato brado legata al proprio essere un bambino, un ragazzo e poi un uomo.
Ora, probabilmente Povia non è il Bob Dylan italiano e questo è forse il suo peccato più grande. C’è infatti il rischio, ovviamente non la certezza, che questa sia una di quelle canzoni con contenuti così forti da non potere essere proposti da un qualunque nome, ma che abbisogna del brand, di una firma a cui venga universalmente riconosciuta assoluta credibilità.

Perché sennò il pubblico ha la curiosa tendenza a parlare per come è giusto che sia, non riuscendo mai a cogliere nel segno.

Li ha stesi tutti proprio perché ha fatto venire fuori la superficialità del giudizio (in questo caso, come in tantissimi altri) di un pubblico capace di scorgere solo quello che è più comodo da maneggiare, non cogliendo tutto il resto. Perché del dolore di un figlio senza più punti di riferimento che diventa lui stesso l’oggetto del riscatto di un’altra persona, il luogo a cui affidare tutte le aspettative legate alla redenzione dal proprio fallimento matrimoniale, che a volte equivale al fallimento di una vita intera, non ne ha parlato nessuno?

“Luca Era Gay” riesce a raccontare tutto questo e a non essere scalfita dalle polemiche che gli ronzano attorno. Emoziona con la musica con cui Povia ha scelto di vestirla, proprio lui, quello che vorrebbe avere il becco e dei bambini che fanno “oooooh”, quello a cui forse non daresti due lire. Povia che però tira fuori una canzone così e li stende tutti, tenendoli lì incollati ad ascoltare.
Dando un’ulteriore dimostrazione che quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito: “Questa è la mia storia, solo la mia storia, nessuna malattia, nessuna guarigione”.

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