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Preghiera laica

“The Tree Of Life” si apre, dopo una citazione dal Libro di Giobbe, con le immagini della nascita di un universo. Il nostro? Possibile, o forse un altro, in un altro tempo e spazio. La prima immagine dell’umanità è quella della famiglia O’Brien, colta nel momento peggiore: il lutto per la perdita di un figlio (diciannovenne). È questo il principio? Non ancora. Perché poco dopo il tempo balza di nuovo in avanti per arrivare a Jack (Sean Penn) primogenito degli O’Brien, oggi, al lavoro, “imprigionato” ogni mattina in una foresta d’acciaio e vetro (un grattacielo). E, successivamente, l’orologio correrà ancora (in avanti?) per mostrarci un non-luogo, o forse un oltre-luogo, un superamento del terreno, forse una nido della coscienza (di Jack).

C’è da chiedersi allora se all’inizio (quale inizio poi? del film? della Vita? del personaggio?) non ci sia proprio la mente di Jack, la coscienza del figlio maggiore che assorbe in sé (per cultura, sentimento, ricordo) non solo quella dei suoi familiari, ma anche quella dell’intero universo. Un superuomo panottico, che però è e rappresenta nient’altro che un elemento della sua specie, una delle tante varietà del cosmo e della Vita, immerso nello scorrere delle ere.

Terrence Malick si appropria del tempo, gli sottrae la sua dimensione vettoriale per discioglierlo nell’animo del (di un) uomo facendo risuonare l’intero universo di similitudini e richiami. Al centro dell’opera due opposte visioni della vita: la via della Grazia e la via della Natura, magmatizzate di volta in volta attorno a concetti, animali, universi, asteroidi, dinosauri, uomini diversi. E se il luogo centrale di questo “scontro” (ma sarebbe meglio dire confronto) è la famiglia O’Brien, una casa con padre madre e tre figli maschi in una cittadina texana degli anni Cinquanta, la scelta è puramente casuale, almeno da un punto di vista concettuale (sarebbe potuta essere una famiglia di ominidi e il film avrebbe conservato lo stesso senso, o quasi).

Perché proprio gli anni Cinquanta allora e proprio il Texas? Perché sono i luoghi e il tempo di Malick, certo, ma la scelta non ha tanto valore autobiografico, l’autore non parla di sé, ma vuole che la rappresentazione di questa famiglia sia universale, e – paradossalmente – perché lo sia essa deve ispirarsi a un ricordo concreto, a un profumo, a un suono che appartenga regista, per diventare parte degli spettatori e (nel film) dell’umanità.

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Jack cresce stimolato da opposte sensazioni, da insegnamenti diversi (il padre-Natura e la madre-Grazia), come tutti noi, come ogni altro essere vivente. E se incontriamo i due concetti negli anni Cinquanta, non significa che siano nati allora. Il senso di unione, la tensione alla Vita – in ognuna delle due visioni – è universale, giace nel cuore stesso dell’universo e nelle pieghe del tempo. La prima immagine del Big Bang somiglia prodigiosamente al sesso femminile e così i primi essere elementari che popolano i mari della Terra sembrano assumere i connotati del maschile e femminile, un carnosauro prima schiaccia col piede un erbivoro steso sul fango, per poi proseguire lasciando la preda incolume: la Grazia è nella natura e non solo nell’uomo. Seguendo il tempo della coscienza (di Jack? ma cosa ci impedisce di pensare al film come al parto della mente di un dinosauro? di una foglia? di un celendrato?), “The Tree Of Life” esplode letteralmente nel tempo e i frammenti forzano l’ordinamento spazio-temporale per tradursi in una pioggia di sequenze immaginifiche, versi di una preghiera (laica) a un Dio (immanente).

Compito dell’uomo come di ogni altra creatura è accettare la Natura e non giudicarla (non giudicare Dio-Natura) secondo parametri umani, ma sforzandosi di accogliere in sé l’occhio dell’universale. Jack, che spinge al massimo questa tensione panottica fino a superare le porte del tempo e dello spazio e ritrovare i propri cari e dunque se stesso, viene a coincidere proprio con l’esempio biblico dell’iscrizione in limine del film.

“The Tree Of Life” non ha una struttura canonica, non si aggancia sui binari dell’inizio-sviluppo-finale, o quanto meno li forza e allarga al punto di farli diventare invisibili. Malick immerge la sua narrazione nello scorrere del tempo e il finale aperto, simbolico, non mette il punto ma riavvia la narrazione verso altri lidi. Con “The Tree Of Life” Malick porta agli estremi il proprio stile frammentario per immergere un racconto sulla Vita nello scorrere stesso della Vita, senza freni, senza pause e soprattutto senza punto.

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