Home > Zoom > Prezzo intero per un solo tempo

Prezzo intero per un solo tempo

Si è discusso a lungo, prima ancora che uscisse, come è costume attuale, su cosa fosse il nuovo film di Scott: un prequel di “Alien”, un film a sé stante, un film che riprendeva solo la cosmogonia di quel film del 1979 ma poi del tutto autonomo. Le opinioni e le dichiarazioni si sono sommate come spore. La verità è che “Prometheus” è sì un prequel, ma spostato parecchio indietro rispetto al capostipite, quindi sarebbe una sorta di uber-prequel, o un prequel del prequel, o forse un prequel del prequel del prequel.

Azzeriamo un attimo tutto che mi sta venendo mal di sta. Ripartiamo.

Archiviate queste discussioni, all’uscita dalla sala un unico pensiero mi gravitava nel cervello: il biglietto di “Prometheus” l’ho pagato troppo. Alla cassa avrebbero dovuto presentarmi un prezzo dimezzato, se non addirittura diviso per tre. All’inizio pensavo che la situazione derivasse da questa ormai bulimica tendenza del cinema hollywoodiano che non s’accontenta più di una storia e basta ma produce film un po’ come uno che mentre sta mangiando i maccheroni controlla che la carne non si bruci sui fornelli.

Poi ci ho ripensato, almeno in parte, e ho realizzato che il vero problema si riduce – in questo caso – a un’angolatura più stretta. Un’angolatura che si chiama Damon Lindelof, uno che accumula incognite che partoriscono incognite che partoriscono incognite e alla fine si trova con una nidiata troppo numerosa da mettere in riga e dici vabbè sai che c’è di nuovo? tiriamo fuori un’altra idea ancora, più grossa, più puzzolente e con quella ci seppelliamo sotto tutte le altre che non so più come chiudere. Se questa cosa succedeva con la serialità televisiva, figuriamoci con un film di due ore!
[PAGEBREAK] Poi c’è Ridely Scott. E, se è vero che chi scrive lo dà ormai per tracciato piatto da più di un ventennio, deve pur ammettere, sempre chi scrive, che a questo giro qualche colpa non gli appartiene. Qualche colpa. Perché poi, per quanto possiamo augurare una cattiva digestione a Lindelof, è sempre il regista quello che avvalla e dà l’ultima risposta. E qui ci dispiace, sinceramente, perché Scott, tornando alla fantascienza e a quel mostro che trent’anni e passa fa l’ha rivitalizzata e ibridata con l’horror, recupera un bel po’ di roba buona, uno sguardo oscuro e umido su un pianeta ostile e un uso degli ambienti che farebbero gridare al miracolo. Perché voglio scriverlo qua in modo che sia chiaro (e sia mai che me lo scordi in tutte queste chiacchiere): “Prometheus” è un film che fa il suo lavoro, magari il 3D non è proprio indispensabile, ma l’atmosfera che genera, l’incipit titanico a contatto con una natura da mozzare il fiato, un paio di sequenze fotografate in un quadro perennemente ferroso e livido, riflesso di un pianeta ostile e misterioso e al contempo abbandonato e deceduto, sono cose che lèvati.

Eppure c’è anche un persisente senso di dejà vu che smorza più volte la tensione, o meglio la annulla replicando svolte narrative, colpi di scena e penetrazioni mostruose – invertendo giusto la direzione: non dall’interno all’esterno, ma dall’esterno all’interno – un manipolo di personaggi tagliato abbastanza con l’accetta che, quando va bene, vengono rivitalizzati da gente come Idris Elba o Charlize Theron e, quando va male, si sgretolano nella fissità espressiva ed emozionale di Noomi Rapace. Ma c’è anche quando va benissimo, ed è il caso dell’androide di Michael Fassbender, in cui la fissità dello sguardo e delle emozioni approdano invece a un’ambiguità indefinibile.

Il problema di “Prometheus” è proprio la sua tensione titanica, che sarebbe un’affascinante doppio metalinguistico del suo titolo e del mito cui si ispira se non fosse che porta più problemi che fascino al film. Troppe le domande, troppe le questioni gettate sul tavolo e alla fine si cerca di rispondere in modo troppo frettoloso, lasciandosi comunque dietro dei crateri di inverosimiglianza.

La sensazione che se ne ricava, per tornare all’inizio, è di un film che si deforma di continuo, spostando ogni volta il proprio obiettivo e finendo per tramutarsi in una creatura polimorfa, un incipit che apre la strada ai film successivi. E questo è scorretto. Perché un film, una storia, che sia anche parte di un’idea più grande, tripartita o quello che vuoi, per ragioni narrative o anche finanziarie, deve pur sempre avere una sua ferrea economia interna. Ecco, dunque, perché l’ibrido serialità cinematografica + quella televisiva un po’ mi spaventa. Ma magari i prossimi capitolo raddrizzeranno il tiro di un film comunque non liquidabile in due parole.

Scroll To Top