Home > Recensioni > Pride

Inghilterra, 1984. In piena era Thatcher, il paese è scosso dallo sciopero sindacale dei minatori, uno dei gruppi più vitali e attivi del paese; lo scontro tra i sindacati e le istituzioni, di carattere politico e ideologico, assume una sfumatura inconsueta quando le rivendicazioni dei minatori vengono appoggiate da un gruppo di omosessuali londinesi, che intendono così esprimere solidarietà verso un gruppo sociale come loro discriminato dal governo.

Col nome di LGSM (Lesbians & Gays Support the Miners) gli attivisti londinesi iniziano a raccogliere fondi a favore dei minatori gallesi, ma questo sostegno viene accolto con diffidenza dagli interessati, che trovano inopportuna tale solidarietà. Col progredire della campagna, tuttavia, le due realtà riconosceranno punti di contatto nella lotta comune all’individualismo istituzionale, espresso dalla politica thatcheriana, e finiranno per sostenersi a vicenda, rivendicando quell’orgoglio comunitario che dà il titolo al film.

La trama di “Pride” nasce da un episodio poco conosciuto della storia inglese ma, sviluppata dall’abile regia di Matthew Warchus, si rivela uno spunto potente per trattare di questioni non immediatamente vicine allo spettatore standard, quali gli scontri politici dei minatori gallesi e le problematiche civili degli omosessuali. Accolto trionfalmente dal pubblico di Cannes, il film dosa con equilibrio momenti di comicità e momenti impegnati, facendo sì che nello spettatore si costruisca gradualmente la coscienza di assistere a un’unica battaglia allo stesso ritmo con cui ciò avviene nei personaggi.

L’unico neo in una storia così fluida sono forse alcune ingenuità di scrittura, come il personaggio dagli occhi perennemente umidi di Andrew Scott o il coming out tardivo di Bill Nighy, che concorrono a banalizzare un film tutt’altro che banale, così come la proposizione di alcuni stereotipi — fortunatamente fuggevoli —  legati alla rappresentazione del mondo omosessuale. Molto emozionante la conclusione della storia, suggellata da una manifestazione di solidarietà che idealmente chiude il circolo virtuoso inaugurato dall’LGSM, a dimostrazione che il lieto fine non sempre è roba da film.

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