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Primo Maggio 2016 di Roma, Piotta: “Cavalcare la grande onda oggi è difficile” [INTERVISTA]

Difficile in tempi come questi ritrovare “la grande onda” e saperla ancora cavalcare come quando eravamo “i giovani più giovani, l’esercito del surf”. E nessuno meglio di Tommaso “Piotta” Zanello può testimoniare quella che può essere a tutti gli effetti considerata una “involuzione” dell’odierna società italiana, a fronte soprattutto di più di una generazione di ragazzi visibilmente smarrita e incapace di emergere in qualsivoglia campo della vita (artistico e non). Trasmettere messaggi onesti e allo stesso tempo carichi di energia è diventata una responsabilità sempre più grande per gli artisti, considerata anche la scarsa credibilità dei politici e dei loro vassalli: tuttavia, ritrovarsi nuovamente in piazza San Giovanni (in quella stessa cornice vissuta un tempo come semplici liceali in cerca di buoni valori, ideologie e un megafono in cui far risuonare la propria voce) resta ancora un segnale forte da parte di cantanti e musicisti, oltre che un canale perfetto in cui far passare messaggi importanti relativi ai tanto sospirati diritti umani e civili. E il buon vecchio Piotta in questo senso la sa ancora lunga, come ci ha rivelato nel backstage del Concerto del Primo Maggio 2016 di Roma.

Come vivi questo Primo Maggio?

Alla grande! Sono giusto un po’ devastato perché ieri abbiamo suonato ad Alessandria, dormito tre ore e siamo ripartiti subito per venire qui. Quindi penso che andrò a dormire come gli anziani verso le 21! Comunque, il tempo ha retto, il palco è sempre splendido, anche se mi sembra ci siano meno persone rispetto gli altri anni, ma magari verso sera la situazione migliorerà. Alla fine sono sempre contento di venire qui, ci vengo dai tempi del liceo.

Cosa ti ha convinto a venire qui oggi?

Beh, in particolare il decennale dei Rezophonic, il progetto di Mario Riso con cui collaboro da un po’ di tempo. E’ una tappa importante per il progetto, sono venuti anche i ragazzi di Amref (che collaborano con Rezophonic). E in generale questo è un palco che unisce la musica e i temi sociali.

Il rap e l’hip hop riescono ad avere ancora un ruolo credibile in contesti del genere? Qual è il rap che conta veramente a fronte di una così vasta produzione come quella degli ultimi anni?

Dal mio punto di vista ci sono delle ottime proposte. A me Salmo piace un casino, anche Coez nella sua versione pop (anche se lo preferisco nei Brokenspeakers), Mezzosangue, Rancore (che ho seguito tramite la mia etichetta), Gesto (anche se è il più grande di età), Willie Peyote e altri ancora. Insomma se uno se li va a cercare secondo il proprio gusto personale alla fine trova sempre qualcosa che gli piace davvero, visto che l’offerta è anche molto ampia. Spesso quello che a livello mediatico raccoglie più vetrine è un rap più leggero, più gangsta da privè di Hollywood…

Quindi sei diventato anche un talent scout?

Tramite l’etichetta mi arrivano molte proposte, quindi ascolto parecchia roba con tutti i filoni e i sottogeneri.

Quindi c’è ancora qualcosa che tutto sommato vale la pena produrre oggi?

Per fortuna sì, ringraziando l’ampia offerta. Poi a seconda del gusto e dei contenuti puoi indirizzarti più verso un genere rispetto a un altro.

Qual è il miglior messaggio che oggi si potrebbe trasmettere ai giovani?

Che la musica non risolve le questioni, ma aiuta, tiene alta l’attenzione. Può servire a commentare argomenti come quelli di oggi sul lavoro, ma non ha di certo la soluzione a questo problema. Però diciamo che può sempre rompere le palle, grazie ai contenuti delle canzoni e alla voce degli artisti.

E un messaggio tuo personale?

Bisogna essere più onesti. I lanci stampa filo governativi parlano di ripresa, ma io non la vedo sinceramente. E già sono miope di mio! Continuo a sentire di ragazzi e ragazze che vanno all’estero perché non trovano lavoro, quindi credo che sia inutile sparare cavolate.

E per quanto riguarda i ragazzi nati negli anni 80 che risultano “i più preparati”, ma sono anche quelli che ne risentiranno di più di questa crisi?

E’ un problema legato al tema pensionistico, quindi è anche più grave. Finché uno è giovane e in vigore sicuramente continua ad avere qualche chance in più di risolvere le cose, ma più passa il tempo più diventa difficile farlo. E più cresci più tocchi con mano certe problematiche cui a volte cerchi anche di non pensare, ma purtroppo quando sei costretto a farlo ti rendi conto che lo scenario è piuttosto drammatico. Sbandierare facili soluzioni è una presa per il culo, che porta solo altri problemi tra l’altro.

Perché in questo contesto i lavoratori dello spettacolo non si adoperano per difendere i loro diritti?

Non vale così per tutti i paesi, ovviamente. Oggettivamente è un po’ la storia dell’uovo e la gallina: qualcuno dice che è una realtà molto individuale per cui ognuno ragiona per sé ed è libero di farlo. Ma su tematiche più tecniche, al di là di quello che l’artista dice sul palco su diritti e doveri da tutelare con un certo stile piuttosto che un altro, deve esserci un’unità di intenti, che di fatto è un po’ migliorata nel tempo ma molto poco rispetto a come dovrebbe essere.

Come mai il tema dei lavoratori dello spettacolo non viene mai portato all’attenzione in questi contesti?

E’ già accaduto in passato, ma si ha l’impressione che il tema possa annoiare il pubblico. Coez per esempio ha appena raccontato di quando era lui a montare questo palco, vita vissuta insomma. Ma in generale e oggettivamente se non ci sono quelli che montano il palco e i vari tecnici, l’artista non può fare nulla. E lì si crea una discrepanza un po’ brutta, perché in realtà si tratta di un unico grande corpo. Tutti nello spettacolo sono fondamentali, soprattutto chi è dietro le quinte.

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