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Armiamoci e Partire – La Musica (non) è Lavoro al Primo Maggio di Roma

C’è stato un tempo in cui Piazza era sinonimo di attivismo e la Piazza di San Giovanni  per antonomasia dovrebbe essere la venue ideale dove sventolare bandiera rossa, bandiera rossa. Ogni anno vien messa su una macchina dell’intrattenimento che coinvolge oltre 700 persone, per parlare di lavoro. L’assente ingiustificato al suddetto party era proprio il  tema più importante per chi si trova a dover organizzare un concerto di questa portata, ovvero la tutela dei lavoratori dello spettacolo (o della cultura – che ormai sono la stessa cosa!).

I lavoratori dello spettacolo non sono solo i tecnici, ma anche e soprattutto attori, musicisti, registi, giornalisti e via discorrendo. Sono operaie e operai, che, citando le parole di una più saggia mente, masticano tanto fiele in compenso del molto miele che preparano per gli altri; purtroppo però è da riconoscerci una certa dose di vigliaccheria ben mascherata da eroismo, poiché i lavoratori dello spettacolo sono i primi a snobbare il tema lavoro, i primi a prendere parte ad un Festa del Lavoro, vivendo all’ombra dei propri diritti e doveri “sindacali”.

Sarebbe stato bello assistere allo spettacolo della “cultura” al servizio di se stessa.

Se per primi gli operai e le operaie della cultura, gli artisti, i giornalisti, non sfruttano un’ occasione così ghiotta, un tale megafono, per portare in piazza anche i loro problemi invece di cedere con orgoglioso perbenismo all’agenda setting populista , allora forse questo (mal) trattamento da lavoratori di serie B un po’ se lo meritano.

Vien da chiedersi perché fatto salvo qualche slogan #socialmedintelligente, manchi a questi testimonial “dei diritti dei lavoratori” il coltello tra i denti, la voglia di combattere, il piglio, la fame, il bisogno. Il bisogno, appunto, lo stesso che spinge gli altri lavoratori ad animare una piazza per tutelare stipendi, contratti, pensioni, opportunità.

Facendo domande qui e lì nel backstage emerge da parte di tutti i vari operatori, un (bel) po’ d’ignoranza sulle “regole che regolano” il nostro lavoro. Non solo, si percepisce una vera distanza, un forte individualismo, un amaro menefreghismo. Ognuno pensa al suo e tutti insieme pensano alla società per mettere su un festival e far musica. Una vetrina. Un piccolo zoo. Ma nessun pathos, nessun impegno, niente di tangibile che faccia sentire un’unità reale e propositiva verso uno scopo comune.

Non si può rappresentare il lavoro, la contrattazione, le pensioni, se per primi, in casa nostra, non abbiamo chiare le idee sulla gestione del nostro lavoro. Se, a noi tutti, manca quello spirito “sindacalista” come si può organizzare una festa dei sindacati? Dove sono i rappresentanti dei lavoratori dello spettacolo? Dove sono le lotte di categoria?

Sono coperte da hashtag e supponenza, da un melenso piangersi addosso. Tutte le energie rivolte all’esterno perché sentirsi eroi fa bene all’ego, ma bisognerebbe puntare a salvare se stessi, affinché manifestazioni del genere possano esistere e possano continuare ad aggregare anche altri lavoratori.

Dire “musica è lavoro” è facile, tutelare questa idea è più complicato. Ci vuole impegno. Ci vuole coraggio. Ci vuole un pizzico di ribellione in più. La Piazza ha bisogno di questo, perchè la Piazza non è Twitter. La Piazza è viva.

 

Al Primo Maggio di Roma manca un progetto comune ed è inutile continuare a realizzare Festival basandosi esclusivamente su una lotta di cartellone, bisognerebbe lavorare sulla partecipazione, perché è questo l’ingrediente segreto che rende i loro competitor pugliesi così vincenti.

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