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ProgRock Records: Eppur si muove

Chi? Il progressive rock. Un genere musicale che ha emesso i primi vagiti più di quarant’anni fa, che ha trovato di lì a poco i propri numi tutelari e che altrettanto in fretta si è affollato di emuli, impostori e fenomeni da baraccone. Quattro decenni sono tanti e ognuno di essi ha apportato qualche ritocco al cliché tipico di questo stile musicale, che della progressione fa il proprio baluardo. Difficile negare che negli ultimi anni di sorprese ce ne siano state non molte, piuttosto tentativi di appropriarsi di format, idee e sonorità che, apparentemente dimenticati, sembravano fare al caso del nuovo disco della band di virtuosi di turno. E in una veste o nell’altra, il progressive rock di fatto non ha mai abbandonato i palcoscenici internazionali.
Anzi, continuando la propria evoluzione, che sarà anche lenta, ma almeno c’è. Non ovunque, ma c’è.

Ed è facile rendersene conto anche all’ascolto delle ultime uscite della ProgRock Records, etichetta specializzata nel genere e senz’altro una delle pià rappresentative, la quale infila una serie di uscite che, benché con risultati alterni, tentano in ogni caso di donare nuovi retrogusti alle proprie proposte sonore, ben radicate nel prog rock tipico degli anni ’70, grazie a nuovi colori, sapori e sfumature. Tutti i tentativi certo non sempre riusciti, ma comunque meritevoli di una certa attenzione.

Come a dimostrare che, sotto la neve, qualcosa ancora si muove.

Presto Ballet, Jack Foster, Evolve IV, Seven Step To The Green Door e Tadashi Goto, i cinque nomi le cui recenti fatiche discografiche recentemente pubblicate dalla ProgRock Recors abbiamo qui preso in considerazione. Stiamo parlando di cinque dischi ognuno dei quali propone una propria interpretazione del concetto di progressive, con riguardo alla tradizione, ma tutti senza alcun timore di “contaminare” quanto fissato da Yes, Kansas e King Crimson decenni fa, con istanze più attuali.

E perché no, anche una sana vena metallara, che per quanto nascosta è difficile non scorgere in “The Lost Time of Travel” dei Presto Ballet.
Nati dalla mente di Kurdt Vanderhoof, chitarrista della metal band americana Metal Church, i Presto Ballet giungono alla loro secondo fatica discografica con un lavoro che cerca di coniugare a modo suo gli anni ’70 a base di mellotron, synth analogici e altra strumentazione vintage variamente assortita (a quanto pare reale, non emulata) con una sensibilità artistica che in realtà si troverebbe più a suo agio nel metal degli anni ’80 (soprattutto, com’è ovvio, per quel che riguarda i suoni e le ritmiche di chitarra). Il tutto viene condito con arrangiamenti complessi, a tratti maestosi, stratificati, con un flavour epico che regala dignità alle prestazioni tecniche dei nostri, che seppur non ostentate, sono lì. Il risultato si fa apprezzare pur non sconvolgendo – manca forse quella canzone, o quel quid che avrebbe permesso al disco e alla band il salto di qualità decisivo.

Salto di qualità che sarebbe stato lecito attendersi da Jack Foster, che con “Jazzraptor’s Secret” scrive il quarto capitolo di una carriera partita nel 2004 dell’ottimo “Evolution Of Jazzraptor”, album sorprendente per via dell’eclettismo ed entusiasmante per la suggestiva emotività di cui erano pervase le sue composizioni. Ma Jack, oggi, non sembra essere riuscito a mantenere tutte le promesse fatte. Inizialmente salta subito all’orecchio il più generoso utilizzo delle chitarre elettriche (da cui un generale, non fondamentale ma inesorabile, inspessimento del suono), ma il prog rock eclettico che fa dell’equilibrio tra elementi diversi e forse opposti il proprio punto di forza, le melodie, il jazz e la voce pacata di Jack (così come la preziosa collaborazione di Trent Gardner e Rober Berry), ci sono ed è così da subito chiara la paternità del disco che si sta ascoltando. Solo che le canzoni, questa volta, funzionano meno del solito.
[PAGEBREAK] Non giunti ancora a maturità completa, ma apparentemente con ancora gustosi margini di miglioramento, è invece la proposta dei Seven Step To The Green Door, che con “Step In My World” tagliano il traguardo del secondo album. Con una lineup insolita a 3 cantanti solisti, e due premi di categoria come miglior “progressive band” ed “experimental band” riscossi in madre patria (la Germania), i Nostri propongono un disco caleidoscopico, che al flavour sinfonico barocco del prog metal dell’opener “New Rising”, riesce ad accostare passaggi mutuati dagli anni ’70, finanche ad arrivare a passaggi jazz, rock, arricchendo sempre il tutto con armonie vocali ricercate e proposte sempre in vesti sonore mai datate.
I Seven Step to The Green Door dimostrano in questi 11 pezzi un’identità propria, tra poliritmie e ballad romantiche (“Melissa”), a incursioni nel jazz (“My Lovely Nr. Singing Blues”) e rap (cfr. la title-track o “Stay Beside”, dove è forte la reminiscenza Linkin Park), senza mai tralasciare il giusto utilizzo di loop elettronici e citazioni stilistiche all’era dell’oro del prog (rock e metal che sia).
Strada da fare ce n’è ancora, così come il tempo e la voglia per percorrerla.

Merita invece attenzione solo da parte degli integralisti della musica strumentale, e della tastiera in particolare, il nuovo (secondo) disco di Tadashi Goto, “Innervisions”, che altro non sembra se non scritto sulla falsariga delle ultime opere soliste di Derek Sherinian: prog metal tout-court, a tratti davvero heavy, sempre sorretto e interpretato dalla tastiere di Goto, che s’intrecciano dove possono con chitarre sempre ben presenti, in quest’occasione suonate da ospiti d’eccezione come Ty Tabor, Sean Conkiln, Chris Poland. Gli ospiti comunque non si fermano alla lista dei chitarristi, perché tra i bassisti figurano anche Tony Levin, Tony Frankling e Randy George. Non sarà a questo punto difficile immaginare che ciò che potrà muovere all’ascolto di questo disco dovrà per forza avere a che fare con la curiosità, filologica o didattica che sia, di aspiranti tastieristi progster.

Molto più particolare e difficilmente inquadrabile in un preciso comparto stagno è invece “Decadent Light”, debut album degli anglo-statunitensi Evolve IV, i cui membri vantano già una più che decennale esperienza in ambito musicale professionistico in altre formazioni.
Armati di una proposta sonora già ben accolta dalla stampa statunitense, gli Evolve IV sanno spaziare dal prog rock di Yes e Genesis al pop-rock intellettuale di Radiohead e Killers (finanche al country americano, se più vi aggrada), senza mai dimenticare né Beatles, né Pink Floyd. “Decadent Light”, traendo giovamento da una buona resa sonora, si cimenta dunque nel difficile compito di unire non solo passato e presente, ma anche intuizioni e velleità artistiche magari non opposte, ma di sicuro molto lontane tra loro. Peccato che l’intuizione sulla carta così interessante finisca spesso per apparire non ben sviluppata, o ancor peggio vittima di un songwriting poco benigno e di scarsa comunicatività emotiva – nonostante i quantitativi di melodia che la band dispensa nelle proprie composizioni.

Probabilmente non saranno gli album e gli artisti qui citati a far scaturire il Rinascimento di uno stile dal pedigree invidiabile. Ma è fondamentale, per ogni scena musicale, poter contare su musicisti (fondamentale: non per forza tutti maestri) che hanno il coraggio di esprimere il proprio presente, tenendo ben presente ed utilizzando la lezione del passato, risultando in ogni caso contemporanei o per lo meno personali – in qualche modo per dimostrare e far sentire che, seppur fuori dalle luci della ribalta, e tra alti e bassi, qualcosa, inesorabilmente, ancora si muove.

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