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Prova di nuovo a darmi del “cartone”

A un certo punto di “Bananaz”, il documentario di Ceri Levy sulle menti-dietro-ai-Gorillaz, un’intervistatrice chiede a Damon Albarn (una delle menti di cui sopra) se sia vero quello che si dice, cioè che i concerti dei Gorillaz avranno per la nuova generazione l’importanza che avevano un tempo gli show dei Pink Floyd.
Con un’arroganza cristallina, Albarn risponde: «No disrespect to Pink Floyd, but we’ve got tunes». Poi ride, mezzo soddisfatto mezzo imbarazzato, consapevole di essersi comportato in quella maniera che proverbialmente si dice cacare fuori dal vaso.

C’è un fondo di verità. Al di là dell’importanza della estrema crossmedialità che i Gorillaz hanno fatto propria e che potete leggere accennata poco più avanti o in qualsiasi libello di Scienze della Comunicazione del futuro noioso, ecco ciò che ha sempre reso i Gorillaz un progetto riuscito di fronte alle fasce più diverse di ascoltatori: la loro dirompente immediatezza pop. Dirompente immediatezza pop, e i bei disegni. Soffermiamoci sulla prima.

I Gorillaz stessi nascono, a detta dei loro creatori, come reazione al pop spazzatura da televisione delle due del pomeriggio. Non vogliono essere un’alternativa intellettuale e poco accessibile. Vogliono essere IL pop delle due del pomeriggio, quello con un po’ di lavoro alle spalle, un lavoro riconducibile a dei musicisti, non necessariamente a un produttore.

“Gorillaz”, l’album d’esordio del 2001, era una dichiarata presa di posizione nei confronti del mondo del pop. “Demon Days”, del 2005, veniva trattato più come un concept album, ma partiva dagli stessi assunti. “Plastic Beach”, questo terzo lavoro di cui siamo in trepidante attesa, nascerebbe in opposizione al musicistificio televisivo che è X-Factor (e affini). I Gorillaz contestano la musica pop conoscendola bene, e proponendo un’alternativa altrettanto radio-friendly che sappia però far crescere (musicalmente, s’intende) l’ascoltatore.
Certi greci famosi la chiamavano educazione del cittadino.

I precedenti capitoli dei Gorillaz sembravano avere due anime, una hip hop e una alt rock. Riparate sotto una cupola di pop intelligente. Dai primissimi ascolti rubati dalle trasmissioni radio, “Plastic Beach” non sembra smentire il progresso fatto finora dai Gorillaz sulla coesistenza dei generi musicali. Se da un lato la maturazione avviene in direzione di quei collettivi intelligenti di hip hop aperto a influenze eterogenee (v. N.A.S.A., Blakroc), dall’altro, perdio, ci sono Lou Reed, Paul Simonon, Mick Jones.
Questo implica che “Plastic Beach” sia la stessa cosa degli altri due dischi? No. Preparatevi a folgoranti interventi orchestrali che uccidono il cuore. Nel senso buono.

I personaggi della band sono cresciuti; allo stesso modo è cresciuto chi ne è responsabile. E nel frattempo, i mezzi di comunicazione con il pubblico si sono trasformati: dal sito internet con lo studio di registrazione (fumetto!) percorribile agli aggiornamenti su Twitter di Murdoc Niccals; dai concerti dietro ai teloni su cui erano proiettate le immagini ai concerti con gli ologrammi della band a una ancora misteriosa data al Coachella Festival 2010; dai video bidimensionali scaturiti dalla penna estrosa di Jamie Hewlett al 3D e a un documentario su ciò che accade dietro alle animazioni, i Gorillaz sembrano essersi evoluti sfruttando sempre ogni mezzo e novità tecnologica a disposizione. Senza nemmeno avere la spocchia di chi cavalca lo Zeitgeist e che normalmente viene assegnata in dotazione a chiunque apra un account Twitter.

Manca soltanto di scoprire che legame con il cinema abbia l’incarnazione dei Gorillaz del 2010: solo a qualcuno che abbia vissuto gli scorsi 9 anni in un buco nel terreno coperto dalle foglie può sfuggire che il titolo del singolo che consacrò la band cosiddetta animata era “Clint Eastwood”; oltre a questo, non dimentichiamo i ben più costanti omaggi a Morricone, la presenza di Dennis Hopper narratore in “Fire Coming Out Of The Monkey’s Head”; e, per i fan più ossessivi, una b-side intitolata “Bill Murray”.

Il solo fatto che mano a mano i creatori siano venuti allo scoperto dimostra quanto ci si sia svincolati dai loro alter ego. I Gorillaz non sono più quello che erano alla nascita, una pop band inesistente. I Gorillaz non sono mai stati così presenti, e sono in continua espansione, in questa sorta di collettivo di presenze fisse e ospiti saltuari. L’8 marzo esce “Plastic Beach”, il loro terzo album. Siate pronti.

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