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Psichedelia portami via

Sembra che ad un certo punto della loro carriera, più o meno sul finire degli anni ’90, i Brian Jonestown Massacre fossero diventati un gruppo molto “instabile”: lo testimoniano i frequenti cambi di formazione nella band, i litigi in studio e sul palco raccontati nel bellissimo documentario “Dig!“, che racconta il loro esordio in parallelo a quello degli amici/rivali di sempre, i Dandy Warhols. Insomma in quegli anni pare che ormai la gente andasse a sentirli suonare più per il gusto di avere un aneddoto da raccontare in settimana che per la speranza di assistere effettivamente ad un concerto: gente che abbandona il palco dopo due canzoni, Anton Newcombe che litiga e fa a botte con gente del pubblico che gli lancia bottiglie o con gli altri membri della band perché troppo strafatto per mantenere un comportamento minimamente professionale, insulti che volano, rocchenrol.

Certo erano altri tempi, ma sembra quasi veder serpeggiare un po’ di quel timore misto ad eccitazione mentre fuori dal Circolo degli Artisti attendiamo che finiscano di suonare i Tre Allegri Ragazzi Morti e salgano sul palco i Warlocks. Non solo perché le origini della band sono legate a doppio filo alla storia dei BJM, ma anche perché da Torino, dove hanno suonato un paio di sere prima, giungono voci poco rassicuranti che descrivono un concerto brevissimo e un po’ svogliato.

Verso le undici e mezza la folla di eterni quindicenni (no davvero: com’è possibile? Non invecchiano?) accorsa per i TARM inizia a diradarsi e i Warlocks salgono sul palco a sala svuotata per fare un rapido soundcheck. Ma Bobby Hecksher, cantante e leader del gruppo, decide che va bene così, siamo a posto, cominciamo. Entriamo accalcandoci dentro al Circolo, in preda al terrore di perdere anche una sola nota, e ci troviamo di fronte alla prima brutta sorpresa della serata: c’è un solo batterista! Ma sono bellissimi lo stesso, sembrano la versione un po’ (giusto un po’) più marcia dei Black Rebel Motorcycle Club e quindi chi se ne frega della seconda batteria, bene così, bravi, soprattutto se al basso c’è Mami Sato, una giapponese tascabile vestita da studentessa sexy che distrae una metà buona dei presenti a colpi di hairography e gambe ignude.

Insomma tutto procede per il meglio, finalmente iniziamo a scaldarci, e che succede? “Beh allora ciao, buonanotte”. Guardo l’orologio. Quaranta minuti. Bisbiglio parole irripetibili ma poi mi ripeto che no, non è vero, adesso tornano, dai. Tornano. Fanno UNA canzone e vanno via. Tornano ancora. Stavolta hanno delle lattine di birra in mano, moltissime lattine di birra, e iniziano a passarle al pubblico in prima fila, poi a lanciarne qualcuna più indietro. Scatta il delirio. Dei successivi tre quarti d’ora non ho ricordi ben precisi, so solo che ricominciano a suonare al grido di “We’ll give you anything” e ogni timore viene spazzato via. C’è sempre un solo batterista, OK, ma sembrano cinque. Se nella prima parte del concerto l’apice era stato un gioioso singalong su “Shake The Dope Out”, ora finalmente arrivano le jam serie, le dilatazioni pazze e la voglia di restare lì per sempre. L’unico rimorso residuo è quelli di non averli visti nel tour di Heavy Deavy Skull Lover, il loro album più cupo, psichedelico e mortifero, perché in quel caso una “Valley Of Death” di venti minuti avrei potuto pretenderla a gran voce, e invece niente. Ma va bene lo stesso. Viva la psichedelia, viva gli acidi, viva le birre gratis.

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