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Public Service Broadcasting: Tra spazio, Guerra Fredda e birdwatching

Mercoledì scorso, 13 maggio, ho avuto l’onore di parlare con J. Willgoose, Esq., chitarrista/banjista/addetto ai sample e all’elettronica (e chi più ne ha più ne metta) dei Public Service Broadcasting, eccentrico duo inglese la cui altra metà è il batterista/pianista Wrigglesworth. Abbiam parlato del nuovo album, di cricket e della Guerra Fredda: leggete un po’!

Inizierò con delle domande facili, dato che non tutti i nostri lettori vi conoscono bene. Allora, com’è partito il progetto musicale dei Public Service Broadcasting?

Tutto ha avuto inizio all’incirca a metà del 2008, l’idea non mi è venuta in una sola, unica volta, ma pian piano si è sviluppata e si è aggiunto materiale. E a quanto pare qualcosa è venuto fuori.
Facevo ascoltare ciò che creavo di volta in volta a un amico, che mi ha detto che era una gran cosa e sarei dovuto andare avanti, e così ho fatto e le idee sono aumentate. In questo modo è nato il progetto di usare le informazioni e i sample che venivano dal broadcasting del servizio pubblico, ed eccoci qui.

E come hai conosciuto Whigglesworth?

Andavamo insieme a lezione di francese al college. Lui è terribile col francese, mi sa che lo sta ancora studiando (ride). Abbiamo iniziato a parlare di musica, lui suonava la batteria, e sono stato alquanto fortunato a trovarlo così quasi per caso.

Quanto hai sperimentato prima di dar vita alla band?

Ho suonato musica di vario tipo in numerose band per tredici, quattordici anni, prima di iniziare ad avere delle idee chiare per il mio futuro progetto. Ho suonato davvero di tutto, perlopiù con la mia chitarra, ma ho suonato anche la batteria in alcuni gruppi. È stato un periodo molto lungo di sperimentazione con generi davvero diversi tra loro, questo mi è servito tanto per crearmi un mio bagaglio personale da cui trarre ispirazione.

Quali artisti pensi ti abbiano influenzato maggiormente?

Nel primissimo brano composto per i Public Service Broadcasting direi che avevamo intenzione di prendere spunto da DJ Shadow o anche dai Massive Attack… E abbiam fallito miseramente, credo (ride).
Sì, penso proprio che questi due siano i maggiori responsabili delle influenze che abbiamo, ma il nostro lavoro cambia sempre e ci ispiriamo di volta in volta a cose diverse. Diciamo che è difficile parlare di artisti individuali, al momento.  Band come Radiohead, Mogwai, hanno grosse influenze su di noi, ma per me è difficile sceglierne qualcuno di preciso. Restiamo più dell’idea che ogni pezzo sia ispirato a qualcuno o a un genere.

Come descriveresti la vostra musica e il vostro atteggiamento nei suoi riguardi?

Direi che tendiamo a non prendere mai troppo sul serio ciò che facciamo. Parlando nello specifico, si tratta di un mix tra elettronica, musica strumentale, rock, funk, omaggi a tanti generi che non si possono etichettare come un’unica cosa. Penso si possa parlare di un tipo di musica parecchio eccentrico, che muta continuamente forma.

Vorresti parlarci del perché avete scelto come titolo per il primo LP “Inform-Educate-Entertain” (2013)?

Sì, volentieri. È un po’ quello che usava la BBC come “motto” negli anni Trenta e Quaranta quando andavano in onda le prime trasmissioni.
Noi non siamo dell’idea vera e propria di informare, educare e intrattenere, ma questo succede a volte fortuitamente. Il nostro obiettivo principale è appunto intrattenere le persone che vengono a sentirci o che ci ascoltano a casa, vogliamo soprattutto che l’audience dei nostri concerti si diverta per la musica che facciamo e che si diverta CON noi.
Non è una lezione di storia, ci tengo a precisarlo.

Qual è il vostro rapporto con il British Film Institute? So che grazie ad esso riuscite ad avere i filmati che proiettate poi ai live.

Direi che è un gran bel rapporto, grazie per la domanda. Li ringraziamo sempre perché ci forniscono il materiale che ci è più affine e che richiediamo per completare la nostra musica. Ci lasciano prendere ciò che vogliamo e ce lo lasciano utilizzare al meglio.
Si tratta di un rapporto che va avanti da un po’ di anni ormai, è inziato quando ero da solo. Avevo richiesto del materiale relativo a un film moderno che mi interessava e fortunatamente il British Film Institute mi ha detto “Sì, certo!”.
Penso sia fantastico poter collaborare con questo ente.

Che cosa ci puoi dire del vostro ultimo album uscito quest’anno, “The Race For Space”? Qual è l’idea che sta dietro?

In realtà ci sono più idee che sono confluite in questo progetto discografico; mi è piaciuto molto scrivere e occuparmi della guerra, in questo caso della Guerra Fredda, ed ecco anche perché è correlato alla propaganda di entrambi gli stati in conflitto, USA e URSS.
Volevo concentrarmi ancora su un unico argomento principale per la release del nuovo album, così è arrivata l’idea di partire col tema dello spazio, da cui poi si è propagato il resto.
Lo spazio mi ha sempre affascinato, fin da quando riesco a ricordarmi, è un grande soggetto su cui abbiam potuto sbizzarrirci creando le nostre atmosfere sonore e sfruttando le nostre possibilità e ispirazioni. Abbiam fatto crescere man mano i suoni che ci venivano in mente.
Si tratta anche di qualcosa che ha a che fare con il giorno d’oggi e che può interessare un vasto pubblico, siamo riusciti anche a ottenere i filmati delle missioni spaziali che sono davvero spettacolari.
L’ultima cosa è stata, dopo aver combinato tutto ciò di cui sopra, organizzare il lavoro e focalizzarci sul come più che sul cosa, in modo da poterci esprimere al meglio.

Quale traccia preferisci dell’album?

Cambia ogni volta, dipende dalle situazioni. Ora come ora adoro “Go!”, perché è molto dinamica ed energica da suonare dal vivo. La cosa importante è che la gente apprezzi e si diverta mentre noi ci esibiamo, questo ci piace.
Deve essere un pezzo che ti prende bene, che sia bello da suonare e che ti faccia sorprendere in maniera positivo quando lo riscopri dopo un po’ di anni e noti che il pubblico lo riconosce e ci si scatena.
Ad ogni modo cambia di volta in volta e non rimane fisso, come ho già detto.

Al momento mi piace molto “Gagarin”.

(ride) Ah sì, bel pezzo! Divertente da suonare, specialmente nelle situazioni live!

Che cosa ti piace maggiormente nelle performance live?

Ehm, beh, è difficile dirlo… Un insieme di cose! Amo stare sul palco, amo suonare, amo che ci sia gente che capisce e apprezza ogni singola canzone che suoniamo. Per noi è un privilegio che ci siano persone che vengono apposta a sentirci suonare, veramente. Siamo onorati.
Abbiamo lavorato tanto e vedere questo è la migliore vittoria che potessimo riscuotere. Da musicista non devi mai dimenticarti quanto sei fortunato a essere dove sei e specialmente a essere lì con delle persone che ti supportano in tutti i sensi.
Ci piace viaggiare, andare in giro, conoscere nuovi posti, essere esausti per il nostro lavoro ci ripaga tantissimo per queste soddisfazioni. Ne andiamo orgogliosi.

Vi è piaciuto esibirvi a Milano, lo scorso martedì 12 maggio alla Salumeria della Musica?

Oh sì, è stata una bella serata! L’audience era ricettiva e molto calda, accogliente, nonché molto più grande rispetto alla prima volta, che è una cosa che aiuta sempre. Siamo molto felici di aver iniziato alla grande il nostro tour italiano.

Che cosa vorresti dire a chi sta entrando in questi giorni nel mondo della musica e magari non sa come prendere in mano la situazione?

Difficile dire da dove partire… Per noi, e anzi, per me in particolare, le cose sono iniziate ad andare per il verso giusto quando stavo per abbandonare la musica. Sai, ero molto giù perché la mia ultima band si era sciolta, non sapevo che fare né se andare avanti, e non pensavo sarebbe mai successo alcunché.
Così ho provato a iniziare a lavorare per conto mio, con l’idea che la band dovesse essere qualcosa di bello non solo da sentire, ma anche da veder muoversi sul palco. Che fosse qualcosa di eccentrico.
La cosa che ci ha aiutati di più sicuramente è stato lasciarsi andare, smettere di essere troppo seriosi con noi stessi.
“Don’t try too hard, but work really hard”, ecco. Bisogna lavorare il più possibile per ottenere ciò che si vuole, ma senza finire male.

La domanda finale è: che cosa ti piace fare nel tuo tempo libero, quando non sei su un palco o in studio?

Sai, cose normali (ride). Mi piace molto leggere, andare a far camminate e passeggiate, guardare film, andare fuori a mangiare nuovo cibo… Sono un po’ un tipo noioso (ride). Amo il cricket, che forse è una cosa insolita (ride).
Mi piace fare birdwatching, dedicarmi al giardinaggio… In poche parole sono un uomo anziano (ride)!

Ma non sembri così vecchio!

(ride) Sono sempre stato più vecchio della mia età, vecchio dentro (ride).

Grazie mille J. per la tua disponibilità e in bocca al lupo per il futuro!

Grazie a te, davvero, buona continuazione!

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