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Pulp Fiction, tra cibo e autocitazionismo

Si parlava della postmodernità di Quentin Tarantino e della diversa natura delle sue citazioni; a volta addirittura false (qui la prima parte del nostro omaggio dedicato a “Pulp Fiction”, a vent’anni dall’uscita): il “passo” dalla Bibbia recitato da Jules, in realtà un pastiche che ingloba veri versetti con altri del tutto inventati, deriva a sua volta da un film con Sonny Chiba, “Karate Kiba”.

Senza poi dimenticare l’attitudine all’autocitazione e, più in generale, alla costruzione di un mondo (relativo soprattutto – e non a caso – a prodotti di consumo e/o locali e ristoranti) parallelo, inventato di sana pianta ma assolutamente credibile, anche grazie alla sua continua riproposizione in film diversi.

La mescolanza tra realtà e invenzione e citazione e autocitazione trabocca al punto che Tarantino ha bisogno di inventarsi, oltre ai propri marchi autoriali, marchi produttivi intradiegetici: le sigarette Red Apple, la bibita G.O. Juice, il Big Kahuna Burger, l’Acuna Boys Tex-Mex Food, il Jack Rabbit Slim’s, il Teriyaki Donut (che serve cibo giapponese e Donuts. Lo si vede in “Pulp Fiction” – Marsellus ha in mano il pacco di donuts quando viene investito da Butch – e in “Jackie Brown” – vediamo Jackie consumare un pasto dentro il locale).

Non vi basta? Vediamone un altro esempio.

Avvertenza. Le righe che seguono, fino alla fine del paragrafo, possono anche essere saltate se non si dispone di solidi anticorpi al nerdismo ma dimostrano con quale sottigliezza Tarantino sparigli i suoi riferimenti, seminandoli indistintamente tra arti diverse e soprattutto infilandosi in una sorta di tunnel a rifrazione molteplice, una specie di teatro degli specchi (o, se vogliamo di finale à la “The Lady from Shangai”). Poco dopo essersi sparato la sua dose d’eroina, vediamo Vincent alla guida della sua Malibu che corre verso l’appuntamento con Mia, ascoltando Bullwinkle pt.2 dei Centurians. La serie animata “The Rocky and Bullwinkle Show” aveva fatto una parodia del nome del presentatore Kirby chiamando un particolare cappello magico “Kirward Derby”. L’elettricità sessuale tra Vincent e Mia scaturisce di fronte a un panino con un Durward Kirby Burger e una bistecca Douglas Sirk. La citazione ultrapop è servita.

Bene, adesso possiamo andare avanti con quei quattro gatti che non hanno spento il computer alla lettura dell’avviso. Tuttavia, l’esempio mi è servito per addentrarmi in quello che potremmo considerare il fondamento stesso di “Pulp Fiction”, se vogliamo il tavolo su cui è imbandito il pasto luculliano. Il legame tra pop culture e junk food (e cibo tout court) è solidissimo sin da “Le iene” (che comincia proprio con i protagonisti che fanno colazione in un diner, altro luogo eminentemente tarantiniano, ripreso quasi sempre con un’inquadratura stretta dei personaggi seduti di profilo, di fianco alla vetrata – qui quattro esempi).

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Dalle “Iene” a “Django Unchained”, condividere il pasto con l’altro è un prodromo, del tutto antievangelico e di nuovo – tra gli altri – di ascendenza leoniana, di violenza: dai “Mr. Coloured” delle Iene a Calvin Candie che offre ai suoi ospiti cena white butter cake e una disquisizione frenologica (non richiesta) sul cranio degli afroamericani, passando per Stuntman Mike che s’ingozza di Nachos prima di una corsa di morte, Bill che impallina Beatrix con una freccetta con siero della verità mentre prepara sandwich filosofeggiando sulla figura di Superman, Hans Landa che terrorizza la povera Shoshanna (sotto mentite spoglie) davanti a uno strudel, per arrivare ovviamente a “Pulp Fiction”, che da questo punto di vista offre il campionario più vario ed eccessivo, tanto che ho in seguito creato un postulato (basato sull’esperienza personale) che non c’è modo migliore di (ri)guardare il film che con un Whopper tra le mani.

I personaggi mangiano o sparano e se non sparano e non mangiano (o prima di fare queste due cose – o durante) parlano di cibo. Il film si apre e chiude nella stessa tavola calda, sigillando nel movimento circolare la centralità del tema. Pumpkin e Honey Bunny mangiano nel ristorante mentre meditano di rapinarlo (autocitazione, garantita anche dal corpo d’attore di Tim Roth dell’incipit de “Le iene”); Jules minaccia Brett assaggiando il suo hamburger e la sua Sprite prima di sparargli (vedi anche alla voce Sentenza ne “Il buono, il brutto, il cattivo” – il preferito, tra i film leoniani, dal regista di Knoxville);

Vincent e Mia bevono e parlano di frullati da 5 dollari prima che lei vada in overdose; Lance sta mangiando cereali quando Vincent irrompe con Mia mezza morta, Jules tenta di rabbonire Jimmy elogiando (e bevendo) il suo caffè; una vera delizia capitale anche per Mr Wolf che non manca di informarci sulle sue preferenze («lotsa cream, lotsa sugar»); la prima cosa cui pensano Vincent e Jules appena hanno risolto il caso Marvin è fare colazione; persino le barzellette parlano di cibo evocato con un solo termine (che in originale allude sia a un verbo che alla famosa salsa – Ketchup!) e che pone un vero rompicapo al traduttore che ne esce però piuttosto bene, almeno con quello che ha;

e ancora, Fabienne parla a Butch della colazione fatta; Butch si prepara dei toast prima di sparare a Vincent e investe poco dopo Marsellus che ha in mano un cartone di ciambelle. Ogni episodio del film ha la sua dose di pasti, tanto che lo potremmo leggere come un percorso completo di digestione, fino ovviamente alla defecazione. Vincent, in particolare, sembra quello più ossessionato dai piatti, dai modi in cui sono preparati, dalle differenze culturali tra Stati Uniti e d Europa, dove «they got the same shit over there that we got here, but it’s just… it’s just, there it’s a little different».

Piccole differenze che, a livello extradiegetico, noi spettatori non americani esperiamo anche durante la visione del film, sia per l’adattamento/doppiaggio, sia per i tagli imposti dalla censura. Devo dire che ho sempre avuto un certo amore per il doppiaggio di “Pulp Fiction”, ma non sono sicuro che l’affezione sia direttamente proporzionale all’accuratezza della resa. Temo invece dipenda da una più banale questione nostalgica. È un fattore che – ho notato – scatta con la maggior parte dei film (del cuore) visti (e consumati) per le prime volte in lingua italiana, prima dell’avvento del dvd (quando solo qualche messa in onda di Ghezzi riusciva a farci ascoltare un po’ di puro slang americano/francese/svedese/altri – ricordo con particolare affetto “Raging Bull” per assurdo visto per la prima volta proprio in originale, grazie a Fuori Orario).

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Mi rendo conto che a volte il traduttore abbia dovuto fare i salti mortali, sfiorando l’insensatezza per riprodurre la rima di «My name is Pitt, and your ass ain’t talking your way outta this shit» diventato in italiano «Mi chiamo Gerda e non è con le chiacchiere che uscirai con questa merda». Sarebbe troppo lunga mettersi qui a fare le pulci a tutte le occorrenze, ai salti carpiati per adattare in una lingua neolatina un linguaggio, in inglese, così ricco di modi di dire, di contrazioni, di influenze da strada e coloriture afroamericane. Finiremmo in una trattazione in odore accademico, e rischierei di perdermi quelle quattro mosche che ancora mi seguono dopo quella che ormai è già nota come la voragine Bullwinkle. Anche perché per certi versi è una perdita inevitabile.

Affezione o meno, si può davvero apprezzare i dialoghi di Pulp Fiction e la loro connessione diretta con la cultura pop (e il junk food) solo abbandonandosi alla chiacchiera fluida dei personaggi, al loro americano gergale rimpinzato di termini (tra il reale e l’inventato che sembra anche più realistico) afferenti al registro di una manovalanza gangster che ha radici nella realtà ma soprattutto nel cinema di genere.

Sull’argomento avrei una specie di teoria, che potrebbe pure essere sbagliata. Il pastiche dei primi tre film di Tarantino fa caso a sé rispetto al resto della sua filmografia, anche se parliamo di storie e stili che nell’evidente derivazione univoca celano in realtà un certo numero di differenze, che afferiscono tanto all’evoluzione del regista stesso, tanto al taglio offerto di volta in volta.

Differenze a parte, “Kill Bill” segna un’evidente spaccatura: è qui che i grumi si son fatti più densi e pastosi, più sensibili al gusto. La mia sottospecie di teoria fa risalire questa rivoluzione all’allontanamento (narrativo) da Los Angeles. Tarantino ha sopperito quasi totalmente con la cultura di massa e un orizzonte di finzione, la parte che nei primi tre film era di osservazione diretta, di vita vissuta. La parlantina fluente dei personaggi, perfettamente sospesa tra l’arguzia e un camaleontico naturalismo, serviva proprio a conferire credibilità a monologhi traboccanti di riferimenti, intrecciati con una maglia talmente stretta che non se ne intravede la tessitura.

Tarantino resta sempre un regista della madonna e probabilmente, coi Coen, i due Anderson (Wes e Paul Thomas) e qualcun altro, il più originale autore americano vivente delle ultime generazioni. Le opere successive a “Jackie Brown” sono comunque perle imperdibili e tra loro si conta comunque un altro capolavoro (“Inglorious Basterds”) dove il linguaggio torna a farsi prepotentemente attore oltre che veicolo, nel suo confrontarsi di continuo con quattro differenti varianti (francese, inglese, tedesco, italiano!). Le altre minacciano in alcuni punti il rischio museale, affetto da una certa claustrofobia dell’(auto)citazione.

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