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Pulp Fiction, vent’anni fa la Palma d’Oro

I film sono oggetti narrativi estremamente seri, che costeggiano le nostre esperienze, usando i fotogrammi come graffette per appuntare momenti e sensazioni precisi, vissuti e rinnovati a ogni visione. Sono bauli senza fondo, dove possiamo trovare, ritrovare e ritrovarci, possiamo scavarci dentro mutando atteggiamento col passare del tempo di fronte a una scena o una battuta.

Quando poi l’oggetto del piacere è un capolavoro, il serbatoio di scoperte è pressoché infinito. Alla ventesima, trentesima, ennesima visione lo spettatore (o lettore, nel caso dei libri) continua a rintracciare elementi, curiosità, gemme sfuggiti ai precedenti incontri.

Il secondo aspetto appartiene già un po’ più strettamente a quell’atteggiamento sospeso tra nerdismo e cinefilia, ma è anche la pietra angolare per comprendere (e godere) appieno del cinema di Quentin Tarantino. Un film come “Pulp Fiction” esige un tipo di spettatore del genere: il mondo del suo cinema (per sua stessa ammissione) si divide in due categorie, quelli che amano guardare e riguardare i film abbandonandosi al divertimento di fronte alla trama, alle battute e ai personaggi e quelli che sperimentano ogni volta livelli sempre più profondi di lettura, scovando le easter eggs seminate in bella vista nelle inquadrature e nei dialoghi, ma amalgamate a tal punto nel processo creativo che spesso sfuggono a una prima (e seconda e terza) occhiata.

Ecco perché è così adatta, al cinema di Tarantino, la metafora della ricetta. I suoi film sono piatti variegati e originalissimi, creati con ingredienti spesso comunissimi, a volte riciclati addirittura da cucine/cinema di scarso valore. Il segreto non sta negli ingredienti ma nel modo in cui il regista li mescola e li lascia cuocere nel suo personale brodo. Ecco perché tutti quelli che anche si provano a imitarne lo stile finiscono sempre per lasciarsi dietro un bel po’ di grumi (cosa che peraltro succede anche in alcune opere del Maestro).

Questo articolo nasce come celebrazione del ventennale del film che nel 1994 vinse la Palma d’Oro al Festival di Cannes, e che proprio questa sera verrà riproposto al festival alla presenza del regista. “Pulp Fiction” è ormai un’opera responsabile di una tale quantità di inchiostro e di carta (senza contare la parte ecosostenibile sostenuta dal web), che solo un pazzo si arrischierebbe nei suoi territori con la speranza di trarvi qualcosa di nuovo. Già, solo un pazzo drogato.

Ma l’amore per i film ci rende tutti un po’ più ingenui e avventati. E quindi, per evitare di essere seppellito sotto un cumulo di macerie, ho deciso di approcciarmi al film secondo una retta autobiografica, redigendo una specie di diario non troppo cronologico degli effetti che il film ha avuto su di me, nel corso delle ormai incalcolabili visioni (nelle sue differenti versioni).

Il mio primo incontro con “Pulp Fiction”, dopo averne sentito parlare qua e là, risale a qualche anno dopo – credo – all’uscita nelle sale. All’epoca, quattordicenne, iniziavo appena appena a bazzicarle, devo ammettere. Così il film lo vidi grazie alla registrazione su VHS di una messa in onda della defunta Tele+. Un amico me la passò congedandosi con: «Parlano sempre, non fanno altro che parlare in questo film». Non mise l’accento sulla violenza, specchietto per le allodole molto in voga al tempo e ancora oggi, e forse involontariamente centrò il punto della questione.

Nelle interviste contenute nel dvd di “Jackie Brown”, Tarantino sostiene che scrive i suoi dialoghi come se fossero dei rap, concentrandosi soprattutto sul ritmo del parlato, ascoltando una sorta di metronomo interiore che serve a bilanciare il realismo (l’apparente realismo?) delle situazioni. E se, per stessa ammissione del regista, nessun altro recita le sue battute come Samuel L. Jackson (l’unico, pare, che riesca a restituire alle orecchie dell’autore il suono che gli ronzava in testa quando le aveva messe su carta), è chiara l’importanza e la – quasi – onnipresenza dell’attore nel cinema del regista.

Che sia protagonista, comprimario, personaggio secondario o anche solo di passaggio per un cameo, l’attore è presente in ogni film dell’opera tarantiniana, escluso “A Prova di Morte”. È un aspetto del cinema che ho sempre amato particolarmente, il binomio tra registi e attori. Se gli autori sono ossessionati (anche inconsciamente) dall’unità, dal percorso a stazioni diverse ma che si richiamano l’un l’altra, la costante di una faccia e di un corpo d’attore entra pienamente nel gioco. Come Mastroianni e Fellini, come Scorsese e De Niro, come Burton e Depp, von Sternberg e la Dietriech, Bergman e la Ullman, ecco Tarantino e Jackson.

Samuel Jackson detta il mood, la sua parlata è di volta in volta voce solista, accompagnamento, sottofondo, direttore d’orchestra e via dicendo. È l’influenza primaria e la pietra angolare delle storie e dei personaggi, ne costituisce l’essenza ritmica.

Ho usato dei termini musicali non a caso. Come Leone, per Tarantino il cinema è essenzialmente tempo, ritmo, molto più vicino alla musica che alla letteratura. È forse un retaggio che gli arriva anche dal cinema di genere, che pone l’accento sull’azione e sulla concatenazione degli eventi più che al loro approfondimento. Azzarderei a definire i suoi film come dei musical senza canzoni e balli, per sottolineare l’importanza delle colonne sonore, le cui versioni su cd vanno da sempre a ruba nei negozi di dischi – Tarantino, al pari di Scorsese, è imbattibile nell’amalgamare musica eterogenea e preesistente per i suoi intrecci (facendo in pratica con la musica ciò che fa con le immagini e il cinema tout court).

In “Pulp Fiction” sono rintracciabili momenti squisitamente musicali, e non mi riferisco qui a quello anche troppo evidente che vede Vincent/Travolta e Mia/Thurman ballare un twist scatenato in un locale ultravintage. Preferisco invece citare quella che racconta il primo incontro tra Vincent e Butch al bancone del locale di Marsellus. In sottofondo, sin dall’inizio della sequenza, si diffondono le note di “Let’s Stay Together” di Al Green (che peraltro conferma una certa passione del regista per la musica nera, in particolare quella funky soul degli anni Settanta). Sarebbe davvero imbarazzante confessare quante volte, da allora, l’abbia ascoltata, su non so quanti ripetitori diversi.

Ogni volta sono sopraffatto dalla sublime bellezza del pezzo e da quello che considero uno dei movimenti di macchina più belli in assoluto, un carrello semicircolare che ruota intorno a Butch mentre si volta. La figura mi ricorda sia la celeberrima panoramica a schiaffo di “C’era una volta il West” che rivela Henry Fonda, sia (per la danza precisa tra montaggio musicale e cinematografico) lo stacco (con carrello laterale) sull’orchestra che suona l’Amapola in C’era una volta in America dopo un intenso scambio di battute tra Deborah e Noodles [VIDEO].

Mentre preparavo questo pezzo son andato a rivedermi la sequenza. E, per tornare all’immagine iniziale, il baule ha rivelato un (ulteriore) doppio fondo. Tarantino fa musical, scrivevo poco fa. Ecco, allora se leggiamo il testo della canzone scopriamo questi versi: “Since, since we’ve been together / Loving you forever / Is what I need / Let me be the one you come running to / I’ll never be untrue“. Il rapporto tra Vincent e Butch è fondamentale per i destini dei personaggi e la canzone suggerisce quasi un apocrifo rapporto amoroso (di amore e morte, più classico di così), di destini che si incrociano di sguincio per poi riacciuffarsi al momento fatale (per Vincent).

Ecco che nella ragnatela di stili e generi, inaspettato, giunge di colpo il più classico dei generi della Hollywood d’oro, ovviamente riscritto di sana pianta dall’autore. E se ci fermiamo un attimo ad ascoltare i versi cantati da Green nel momento esatto di quel carrello circolare, quando non a caso la musica cresce per la prima volta di tono, passando da sottofondo a protagonista per un breve frammento (“You’d never do that to me (would you, baby) / Staying around you is all I see / (Here’s what I want us to do“) scopriamo che nel testo c’è una nuova “profezia” ironica della caccia che Vincent darà a Butch, dopo che questi avrà truffato Marsellus.

La questione mi serve a sottolineare anche un aspetto che spesso sfugge (o forse sono il solo a pensare che sfugga agli altri e quindi faccio la figura del cretino al quadrato) è che quando si sostiene la postmodernità di Tarantino e la sua tendenza a citare e riportare più che inventare, ci si dimentica di quanto questa attitudine agisca in forme estremamente varie. Così si spiega l’abilità del nostro chef a non far avvertire i grumi di questi impasti. Un solo termine: sottigliezza.

[CONTINUA]
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