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Punk californiano

I Good Riddance tornano finalmente in Italia dopo la tanto apprezzata reunion dell’anno scorso, per una data unica ed imperdibile al Factory di Milano.
Non per niente i fedelissimi fan della band californiana accorrono da tutta Italia senza pensarci due volte, ed è bellissimo ritrovarsi qui, tra amici lontani, conosciuti a qualche concerto chissà dove, chissà quando.

Per quanto in molti temessero il sold out, la situazione pare invece piuttosto tranquilla, anche alle 22 quando finalmente attacca a suonare il gruppo opener: gli If I Die Today.
La loro è un’esibizione di tutto rispetto, piena di rabbia, energia e coinvolgimento: 25 minuti di riscaldamento hardcore azzeccatissimo per la serata, unito ad un’esecuzione eccellente.

Continuo a non spiegarmi perché, però, durante il loro show, le luci fossero ancora accese. E soprattutto perché la gente presente se li sia considerati meno della metà di quanto si meritassero. Ragazzi, andiamo! Qui ci sono cinque animali impazziti che si dimenano sul palcoscenico, e lo fanno pure bene! Come si può non apprezzare, non farsi prendere completamente, come si può non lasciarsi andare anche per loro, solo perché magari non li si conosce abbastanza, quanto il gruppo headliner…
Critiche allo spettatore medio a parte, complimenti agli If I Die Today, ottimo concerto!

Ecco che, boom, il locale si riempie ora. Eh sì, tocca ai Good Riddance, l’istituzione del punk hardcore californiano, a salire sul palco e darci dentro. Già dal sound check, che seguono personalmente, vengono super acclamati dalla folla pressata lì sotto per loro.
Timidamente mi apposto in prima fila per portare a casa gli scatti per cui sono venuta, e potermi poi buttare nella bolgia insieme a tutti gli altri. So già che non sarà facile.
E infatti, appena spunta Russ Rankin, non ce n’è più per nessuno. I fan si scatenano in un pogo cattivo e sudatissimo, e, superate le prime reazioni un po’ aggressive della sicurezza al crowd surfing, la situazione si rilassa, e anche lanciarsi spensieratamente sulla folla viene consentito.
La scaletta poi è semplicemente spettacolare: come ci aveva assicurato Russ in persona, hanno suonato tutti i nostri pezzi preferiti, senza fermarsi un attimo. Da “Darkest Days”, a “Steps”, da “Mother Superior”, a “Fertile Fields”, a “Letters Home”… E per fortuna dopo il terzo brano sono “costretta” ad abbandonare la macchina fotografica per lanciarmi con tutti gli altri a cantare e saltare.

Loro sono carichissimi, nonostante l’inizio un poco sottotono: non dev’essere facile in effetti affrontare un concerto letteralmente ogni sera, da quando questo loro tour europeo è iniziato. Unica pecca, indipendente dalla band, sono i suoni che diventano sempre più bassi man mano che ci si allontana dal palco. Praticamente cantare significa perdersi il concerto. Ma i volumi imbarazzanti in queste occasioni sembrano essere una condanna a cui in Italia siamo oramai costretti ad abituarci, purtroppo.

Tutto quanto finisce abbastanza presto, prima di mezzanotte, c’è quindi tempo per fermarsi a fare qualche chiacchiera, anche con la band che non si fa nessun problema a salutare e abbracciare tutti i fan che vanno a ringraziarli calorosamente.

Una serata davvero da ricordare, che a conti fatti, valeva tutti i soldi spesi, e tutti i lividi guadagnati.

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