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Punk is dead?: Guardiamoci intorno!

Punk is dead? Probabilmente. Ormai di punk crudo, puro e di successo non se ne sente da un pezzo e – volenti o nolenti – ci si sta allontanando persino dal punk-rock in favore della sempre più presente definizione pop punk (sperando che Sid Vicious o la famiglia Ramone non si rivoltino nella tomba).
Eccoci dunque con una nuova rassegna di dischi per sondare i dintorni del punk di oggi: All Time Low (pop punk U.S.A.), ATTA (debuttanti, punk-rock dalla Svezia), neXus (italoamericani) e The Casualties con il loro street/hardcore punk.

Cominciamo il giro intorno al punk partendo… dal centro, con i The Casualties: ancora fedeli al punk con “We are all we have”, forse perché non sono “nati ieri” ma sono in attività dal 1990. Punk gridato e grezzo. Canzoni brevi e classici tre accordi. Punk, insomma.
E proprio da questo genere e dalla lunga carriera ereditano alcuni difetti: le tracce scorrono una dietro l’altra tendendo presto ad assomigliarsi e lo stile ormai fatto proprio dai The Casualties non presenta innovazioni rispetto ai loro album degli ultimi anni. Insomma, sentite un paio di canzoni (seppur di buona fattura) sentite tutte.

Smussando gli spigoli del genere, ecco che il punk diventa punk-rock, impersonato in questa rassegna dagli ATTA e da “I Just Love To Say I Called You”.
Gli ATTA: tre ragazzi svedesi che iniziano a suonare insieme nel poco lontano A.D. Duemilasette e che producono questo loro album di debutto dal titolo decisamente curioso. Il trio ha imparato bene la lezione dei Blink 182 e la ripropone senza troppo discostarsene, anche se quei tempi (così come i Blink) ormai sono passati.
Il risultato è un album senza infamia né – soprattutto – lode, molto simile ai gruppi punk-rock di una manciata di anni fa. Difficile anche immaginare due o tre tracce da mettere in evidenza come singoli: tutti brani sullo stesso livello di semplicità e mancata originalità; tutti brani che danno l’impressione di aver ripescato un vecchio CD dall’armadio.

Un EP senza nome (se non per l’appunto “EP”), invece, è quanto propongono gli italoamericani neXus, per preparare giornalisti e fan al full-length in uscita questo inverno. Track list curiosa in cui due delle cinque tracce portano titoli italianeggianti: “Corri Corri Principino” e “Tortellini In Broadway” (le cui lyrics però non si discostano dalla lingua inglese). Il genere è pulp-garage-rock dall’esecuzione valida e dalla composizione fuori dalle righe, con vene ironiche, chitarre molto presenti e – almeno a detta loro – «ideale per una colonna sonora di Quentin Tarantino».
EP è però un prodotto che non si fa gustare del tutto: che lo si voglia amare (quasi scontato per gli amanti del genere) o che lo si voglia lasciare a prender polvere (meno probabile) è comunque troppo breve per ottenere un giudizio definitivo. Aspettiamo l’inverno.

Infine ci spostiamo all’estrema periferia punk, quasi al di fuori dei confini del genere. Già, con gli All Time Low di “Nothing Personal” si parla di pop punk.
Senza dubbio un album più pop che punk, ma anche il più interessante della rassegna. Non per qualità tecniche, piuttosto per le melodie semplici, orecchiabili e mai noiose. Stesso vale per i testi; raffigura bene l’intero disco il verso “everybody knows there’s a party at the end of the world” (ripetuto più volte in “Hello, Brooklyn”) idea surreale ma allo stesso tempo allegra e positiva, come tutto l’album (fatta eccezione per un paio di trace più lente e riflessive).
Cori ed effetti in background aiutano a rendere meno piatta una composizione che, pur essendo molto terra-terra (o forse proprio per questo), arriva diretta in testa e a volte fatica ad andarsene.

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