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Punk rock: L’America cambia, ma resta la stessa

Quello del cambiamento è il concetto più forte che da oltreoceano sia giunto a noi in questi ultimi mesi. Sempre più convinto e concreto, fino a divenire reale e non lasciare adito a dubbi: l’America e gli americani vogliono cambiare.
Ma siamo così sicuri? Di sicuro quello che sembrano non voler cambiare è il loro modo di suonare punk.

Lo stile californiano, infatti, oltre che nello stato di Baywatch impazza anche ad Austin, Texas, dove i Born To Lose si spacciano per i kings of whoa punk. Avete un’idea di cosa questo possa significare? Punkettino melodico tutto cori, assimilabile a una torta al cioccolato che finisce dritta sui fianchi e nel contempo talmente fluido da scivolare come l’acqua sul dorso di una papera. Se c’è una bulimica musica da fast food, probabilmente è proprio quella contenuta su “Saints Gone Wrong”, effigie senz’anima delle gioie sbarazzine che anni addietro ci ha regalato gente come gli Offspring.

Per doti simili, almeno inizialmente, si distinguono i Dead To Me, che attaccano il loro “Little Brother” da cinque tracce con un pezzo, “Don’t Wanna”, in cui allegre chitarrine ottimamente prodotte si incontrano con un cantato da Foo Fighter della penultima ora. Si prosegue quindi sugli stessi ritmi fino alla lunga incursione reggae della title track, in cui melodie meno scontate delle precedenti si spartiscono la scena con reminiscenze giamaicane. La sorpresa dura quattro minuti e lascia spazio a una curiosità non completamente soffocata dai restanti due brevi episodi di solare punk rock da spiaggia. Giovani punk provano nuove soluzioni?

Più seriamente, invece, si propongono i Dillinger Four, storica band del Minnesota alle prese con “Civil War” e agguerrita anche nell’immagine di copertina, con un bel richiamo al drappo a stelle e strisce à la Bad Religion. In effetti, in quanto a temi socio-politici, i quattro non si fanno certo pregare, non ottenendo però l’abrasività necessaria: basti pensare che un pezzo come “Ode To The North American Snake Oil Distributor” suona duro come dei Green Day d’annata.
L’intero disco, composto da tredici pezzi, propone quindi una personalità apparentemente flebile e sfumata attorno ai cliché del punk melodico, con la sgradevole introduzione in una manciata di pezzi di una voce grassa, alternativa al tipico cantato collegiale. Non tutto è altrettanto degno di censura, ma la selezione da operare sembra un po’ troppo faticosa per un gruppo così ben rodato e impegnato. La coesistenza e la transizione tra il teen-punk e tematiche più adulte in questo caso non riescono completamente.

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