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Punkreas: Saremo In Tanti

I Punkreas, una tra le più importanti band punk italiane, da vent’anni sulla scena musicale, sono tornati dopo quattro anni con un nuovo album, intitolato “Noblesse Oblige”.
Li abbiamo intervistati e abbiamo parlato a lungo:di collaborazioni e contaminazioni musicali, delle canzoni, dell’impegno politico e della loro storia.
A rendere più gustoso il tutto la molta ironia e la grande passione per la musica che animano la band.

“Noblesse Oblige” è uscito a quattro anni di distanza dall’album precedente. Di questo lasso di tempo, quanta parte è stata presa dalla composizione e registrazione?
Poco, in realtà siamo stati molto a giocare a golf, in questi quattro anni dovevamo recuperare l’handicap. Giusto negli ultimi sei mesi abbiamo fatto l’album!
In realtà ci abbiamo messo un po’ più del solito a comporre e soprattutto a registrare, però ci sembrava il momento giusto per valorizzare al massimo le intuizioni che avevamo, quindi ci siamo presi il tempo che serviva. E poi aspettavamo con ansia che finisse il berlusconismo, che se n’è andato proprio mentre registravamo. Come quando aspetti le ordinazioni al ristorante: finché non ti accendi la sigaretta non arrivano mai.

Partiamo dal titolo: perché avete scelto “Noblesse Oblige”?
Letteralmente significa “la nobiltà obbliga”, in senso traslato significa che bisogna essere all’altezza della propria posizione, e noi con quest’album speriamo di esserlo, qualunque essa sia.
E poi “noblesse oblige” ha anche un risvolto ironico, che ultimamente ha preso piede più del suo significato originale, e va benissimo per descrivere quasi qualsiasi situazione di cui ti puoi trovare a ridere: mostrare superiorità rispetto ad attacchi ingiustificati, ma anche abbandonare la nave con tutti i passeggeri se sei il capitano.
Volevamo anche sostenere che la parola nobiltà potesse essere accostata ai Punkreas: noi ci riteniamo nobili, almeno di spirito. Con le pezze al culo, ma nobili.

Questo è il primo album che pubblicate con la Edel. Come mai avete scelto di non pubblicarvi da soli tramite la Canapa Records come con l’ultimo album?
Perché è una faticaccia immane! Effettivamente è abbastanza difficile riuscire a fare tutto da soli. Abbiamo imparato a fare tutto in questi vent’anni, nel senso che siamo in grado di realizzare un disco dall’inizio alla fine. Dopodiché, se troviamo dei partner in grado di gestire parte del lavoro sollevandoci da certe incombenze e permettendoci di concentrarci sulla musica.
L’autoproduzione c’è sempre come opzione, noi di volta in volta verifichiamo e stabiliamo se ci siano possibilità più interessanti. Forti del fatto di poter fare tutto da soli non ci neghiamo eventuali collaborazioni, dove queste possano essere vantaggiose per il nostro lavoro.

Su quest’album avete dato molto spazio alla contaminazione musicale. Pur essendo presenti da sempre, nel vostro repertorio, influenze ska – ma non solo – mi sembra che qui le abbiate volute maggiormente esplorare.
È un po’ di tempo ormai che la contaminazione ci è cara: un po’ per reazione ai tempi cupi che stiamo attraversando e che portano tutti invece a irrigidirsi sulle proprie identità. Noi, al contrario, abbiamo pensato che contaminarci potesse essere la risposta. Quindi abbiamo approfondito il discorso dello ska, che però sicuramente non c’era mai mancato; da questo punto di vista forse l’abbiamo perfezionato, anche perché la collaborazione con la sezione fiati dei Bluebeaters ha dato un qualcosa in più.
Abbiamo anche sviluppato il genere della ballata, che avevamo sperimentato con “Cuore Nero”, e ci siamo anche buttati su un pezzo elettronico, “Sesso A Pagamento”, che è nato un po’ per scherzo ma che alla fine ha funzionato.
Pensiamo che la contaminazione musicale possa essere un po’ un progetto esistenziale e artistico, oggi come oggi.

Avete citato la collaborazione con i Bluebeaters. Un’altra collaborazione è con O’ Zulù dei 99 Posse, su “Polenta E Kebab”. Come sono nate?

L’inverno scorso abbiamo cantato insieme a Luca sulla canzone “No Al Nucleare”, con anche Piotta e Adriano Bono, di cui avevamo anche girato un video sulla Rainbow Warrior. Così lo abbiamo conosciuto, dopodiché mentre facevamo questa canzone sulla Lega, ci siamo detti che ci voleva un vero meridionale come protagonista; abbiamo pensato subito a lui ed è stato molto disponibile, nonostante stesse registrando anche lui. Gli è venuto questo intervento secondo noi geniale, dove lui riesce, diciamo, a farsi anche pubblicità con classe.
Con i Bluebeaters invece è nata perché eravamo a Torino. Noi stavamo registrando da Carlo Rossi, che ha prodotto il disco insieme a noi, e abbiamo pensato a chi ci fosse in zona, senza far sbattere nessuno che abitasse lontano, così ci è venuta subito in mente la loro sezione fiati, che suona anche con gli Africa Unite,
Con Luca e i 99Posse c’è proprio una grande sintonia artistica e nel modo di pensare. Anche se non ci conoscevamo, noi abbiamo sempre apprezzato i loro lavori dai tempi di “Curre Curre Guagliò”.
Tra l’altro ne “Il Segreto Di Pulcinella” avevamo bisogno di un canto napoletano, e ha cantato sua moglie, che abbiamo scoperto essere una grandissima cantante. È stata una delle parti più divertenti della registrazione del disco, si è creata un’atmosfera molto divertente e interessante artisticamente. E poi c’era tanta di quella ganja…
[PAGEBREAK] I vostri testi sono sempre stati improntati all’impegno sociale e politico. In quest’album li avete trattati sempre con un taglio molto ironico.
Sì, abbiamo volutamente pigiare il tasto in modo ulteriore sull’ironia, forse ancora più che in passato. Il perché di questo sta nel titolo dell’album: “noblesse oblige”. Noi abbiamo passato lunghi anni nel nostro piccolo a cercare di denunciare una situazione che andava incancrenendosi. Ci siamo sentiti definire dei giapponesi che erano ancora nella foresta e non avevano sentito che la guerra era finita, ci hanno detto che
i tempi moderni implicavano una nuova prospettiva, un nuovo atteggiamento mentale, che le ideologie erano finite, che la difesa dei diritti era una cosa scaduta. Oggi sembra che tutti quanti stiano riscoprendo queste cose e s’indignano, e noi che l’abbiamo fatto per vent’anni, abbiamo tratto le nostre conclusioni con più distacco, tra un colpo di golf e l’altro. Abbiamo pensato di avere quest’atteggiamento per evitare di sembrare i vecchi saccenti che dicono:”Ve l’avevamo detto!”. Molto nobili.

Parliamo delle canzoni. “Ali Di Pietra” è molto bella, ma si stacca dall’atmosfera dell’album, ricorda più “Cuore Nero”. Com’è nata?
Avevamo in cantiere – e ne abbiamo ancora – delle potenziali ballate che ci piacevano. Con “Cuore Nero” abbiamo fatto un primo esperimento, e visto che è piaciuto sia a noi che agli altri abbiamo replicato con “Ali Di Pietra”, che ha quel tipo di mood che ci ha permesso di valorizzare le doti canore del Cippa, che generalmente sono sempre tirate sull’urlo, ma in realtà la sua voce ha una profondità molto particolare e molto bella, che fino ad oggi non avevamo mai valorizzato.
Dal punto di vista del testo, è un invito a non rassegnarsi a dei modelli di vita standard che ci propongono come necessari e ineluttabili, dei percorsi obbligati che bisogna per forza fare, che ci portano alla modernità, ad accettare i cambiamenti etc. etc: tutta una serie d’imposizioni più o meno velate che in realtà sono soffocanti. Fare il contrario comporta dei rischi ma è l’unica possibilità di vivere in senso pieno la propria esistenza.

Nel testo una frase che colpisce è: “Se le tue labbra non cantassero mai”. Detta da dei musicisti è una significativa.
Abbiamo scelto proprio il verbo cantare rispetto ad altri perché il canto, in questo contesto, per noi era l’espressione della gioia di vivere, che uno ritrova solo nel momento in cui riesce a buttare da una parte tutte le imposizioni che gli vengono date e correre dei rischi per fare la sua strada.

Questo è un tema che ritorna nel disco, per esempio in “Astronauta”, in cui il protagonista, anche se attraverso l’acido, riesce a evadere dalla routine.
In questo caso l’acido rappresentava la possibilità di prendersi dei momenti di piacere – e non di piacere inteso come solo come consumare qualcosa, che sia il cibo i media o il sesso, ma il piacere di dedicare del tempo a se stessi al di fuori dei percorsi stabiliti. Per noi è un valore, di questi tempi.
All’ “astronauta” poi gli capita con la persona che ha di fianco, invece ormai si finisce per comunicare sui social network e poi ignorare magari il collega,l’amico o il compagno che hai proprio di fianco a te, e che ha molto più da dirti di una persona che è a migliaia di chilometri di distanza.

Ne “La Fine Del Mondo” invece prendete in giro la gente che si fa paranoie improbabili invece di, magari, guardare ciò che le succede davvero intorno.
Con “La Fine Del Mondo” abbiamo preso la palla al balzo su questa notizia, che questo sarà l’ultimo anno, perché alla fine i Maya sono molto attendibili ahaha! E quindi approfittarne per fare tutto quello che non si può fare, o non ci fanno fare. È un presupposto un po’ di un modo di vivere: se uno pensasse davvero che stesse arrivando la fine del mondo, forse comincerebbe a vivere in maniera migliore per se stesso, è inutile star lì a farsi troppe menate. È un po’ lo stesso concetto di “Ali Di Pietra”: chi si scolla le ali di pietra, poi vola libero.
Anche perché la fine del mondo effettivamente c’è e c’è già stata, ce ne sono tutti i giorni: siamo usciti, ad esempio, da un mondo bipolare, con i blocchi, che non esiste più dall’89, ma forse cominciamo a rendercene davvero conto solo adesso. È finito un mondo di stabilità e di progettazione indefinita, in cui più o meno ce la si faceva e si superavano le crisi. I mondi finiscono tutti i giorni, quindi è inutile stare ad aspettare coltivando delle speranze: è meglio comportarsi come se il futuro non ci fosse davvero, il che non significa rinunciare ad avere dei progetti, ma significa rinunciare a stare in una posizione d’attesa verso qualcosa che viene da altro. Dobbiamo badare noi a noi stessi.
[PAGEBREAK] Questo tema c’è anche “L’Aperitivo”: non aspettare che una soluzione arrivi dall’esterno, facendo finta nel frattempo che tutto vada bene anche se non è così.
Sì, “L’Aperitivo” dice esattamente questa cosa, unita al fatto che, in una situazione d’attesa così protratta, dove viene sedato ogni spunto di protesta e di discussione con la promessa che tutto finirà e che tutto sta passando, finisce poi per riversarsi in forme di rabbia generalizzata e incontrollata, che non sono necessariamente positive.
Aver passato così tanti anni in cui c’erano i pompieri che dicevano che andava tutto bene, ci mette oggi nella situazione in cui, di fronte alla realtà delle cose, a queste forme di rabbia, che sono però la risposta che si da quando per troppo tempo si è negata l’evidenza.

Di crisi ne parlate sia in “Giuda” sia ne “La Soluzione”, anche in termini di chi ne è stato responsabile e di chi invece l’ha pagata.

Soprattutto ne “La Soluzione” sul piano pratico parliamo della cattiva amministrazione della FIAT, che è sempre stata il motore economico italiano e che nei momenti di crisi ha chiesto sacrifici agli italiani, che l’hanno appoggiata; adesso è svanito tutto per una cattiva amministrazione, un cattivo uso delle finanze, una mancanza di ricerca, e questo è sfociato in condizioni sempre peggiori per i lavoratori, anche tramite la decentralizzazione.
Dietro a tutto questo c’è un’ideologia che ci ha pesantemente colpiti e ci ha cambiato antropologicamente, senza che ce ne rendessimo conto: capiamo che non abbiamo più soldi in tasca, ma non capiamo che per vent’anni siamo stati appesi alle labbra di chi ci diceva che l’importante erano la concorrenza, la competizione, lo scontro sul mercato. Il risultato è che uno che fa la bella vita discutendo e dialogando col presidente degli Stati Uniti guadagna fino a mille volte più di uno che fa una vita durissima in fabbrica.
Questo dal punto di vista etico, se uno ci pensa bene, è una cosa assolutamente inaccettabile: Marchionne dovrebbe vergognarsi di esistere. Invece, dietro l’ideologia del merito, succede che chi nasce privilegiato occupa posti di privilegio e da lì si auto assegna dei bonus che lo distaccano ulteriormente, aumentando enormemente la forbice tra chi ha tutto e chi non ha nulla.

“Mozzarella Blu” invece parla di ambiente, di cui voi avete sempre parlato. Anche l’ecologia e l’ambientalismo sono spesso stati tacciati d’allarmismo, come recentemente per il referendum sul nucleare, quando poi avevano ragione.
Nel caso delle mozzarelle blu era proprio difficile dimostrare il contrario: qualche mese fa i bambini se le sono trovate a mensa! E poi, per esempio, vai scoprire che il pangasio che arriva dal delta del Mekong è talmente pieno d’antibiotici che per mangiarlo ci vorrebbe una ricetta medica. E sono cose che finiscono nei piatti dei nostri figli e di tanti bambini e di tante mense aziendali. Questo continuo andare al risparmio giocando sulla pelle della gente ci ha fatto venire fuori questa canzone.
Però forse a livello collettivo stiamo cominciando ad avvicinarci a una sensibilità per la quale bisogna de-evolversi: il fatto che le risorse siano finite e che con questo bisogna fare i conti diventerà un’idea irrinunciabile.

“Noblesse Oblige” si chiude con “Saremo In Tanti”, che suona come una dichiarazione di non volersi arrendere.

Saremo in tanti è uno dei pochi momenti di ottimismo che ci siamo concessi. Sicuramente saremo in tanti, per il semplice motivo che a livello di paesi occidentali progrediti, la forbice tra i più ricchi e i più poveri è in costante aumento, per cui tra un po’ saremo in tantissimi ad avere difficoltà ad arrivare a fine mese e a doverci confrontare con quella che è diventata un’aristocrazia economica molto influente. Il problema è se, quando saremo in tanti, riusciremo farlo diventare una consapevolezza e un progetto: è lì che si gioca la partita. Se pure siamo in tanti, funziona poco se dietro non c’è un’idea e una progettualità, e noi speriamo che arrivino tutte e due le cose.
Anche se avremmo dovuto essere in tanti molto prima, ci piaceva chiudere il disco così.


Cosa ci potete raccontare della registrazione e del mixaggio?

La registrazione l’abbiamo fatta in due posti, ci abbiamo messo un sacco di tempo, molto più del solito.
Prima abbiamo fatto un grandissimo lavoro di pre-produzione in saletta. Siamo andati dal nostro fonico di fiducia, Gianluca Mendolara, al Cellar Door Studio di Vimodrone, dove abbiamo fatto batteria, chitarra e basso e poi ci siamo trasferiti a Torino con Carlo Rossi, con cui avevamo collaborato per “Pelle” e “Falso”, per cui ci conoscevamo già bene. Lì abbiamo registrato le voci, abbiamo fatto gli overdub e abbiamo mixato.
Per finire abbiamo fatto la masterizzazione al Nautilus. Siamo molto soddisfatti del risultato.
Detto tutto così sembra una cazzata, in realtà alla fine eravamo morti: abbiamo mixato l’ultimo pezzo alle 4 del mattino, e alle 7 del mattino ci siamo alzati per tornare a Milano a masterizzare. Solo per le registrazioni sono andati via 64 giorni, una roba che non si vedeva dai tempi dei Genesis! Però il risultato, come abbiamo detto, ci piace molto.

Come si svolgerà il tour di supporto all’album?
Il tour parte il 2 marzo da Modena, poi faremo Cesena, il 9 saremo a Bresso e le altre al momento non ce le ricordiamo, non ce le hanno ancora comunicate. Cercheremo, oltre che d’imparare a suonare i pezzi, d’impostare il palco in maniera più personalizzata e più curata. Abbiamo cresciuto e allevato un grande tecnico delle luci, che si è affezionato a noi e al progetto e ha studiato una particolare soluzione per quanto riguarda le luci. Pensiamo che il prossimo giro quindi sarà più accattivante anche per gli occhi: noblesse oblige.

Per quanto riguarda la scaletta, che proporzione terrete tra vecchi brani e nuovi?
Sarà una bella lotta: da 120 canzoni, sceglierne 25 sarà un problema.
Considerando che abbiamo anche pezzi lenti, come le ballate, probabilmente il prossimo giro, rispetto agli ultimi vent’anni, sarà più lungo, suoneremo un po’ di più, in modo da poter fare sia quasi tutti i pezzi dell’album nuovo sia una serie di evergreen che abbiamo paura a non eseguire per problemi d’incolumità: li dobbiamo suonare per forza!
[PAGEBREAK] Quest’anno festeggiate il ventesimo anniversario di “United Rumors Of Punkreas”. Dopo tutti questi anni di carriera musicale, quali possibilità vedete oggi per la musica di sensibilizzare e attivare gli ascoltatori?
Purtroppo questa capacità si è molto depotenziata. Un po’ perché l’atteggiamento del consumatore di musica è diventato proprio quello di un consumatore: consuma musica come potrebbe consumare bastoncini Findus, favoriti in questo dalla grande diffusione via Internet che rende tutto un po’ meno incisivo.
Da questo punto di vista la musica in questi vent’anni ha progressivamente un po’ perso la capacità d’incidere sulla vita politica e sociale. La relazione tra l’artista è il pubblico era più viscerale. Detto questo noi restiamo quelli che siamo e quindi tendiamo a mantenere lo stesso atteggiamento.
È molto diverso seguire la musica comprando i cd e soprattutto andando ai concerti: il live vero e proprio ha un effetto di mobilitazione. Invece molto spesso, troppo spesso, i nuovi consumatori di musica si limitano a cliccare “mi piace” su Facebook, e quello difficilmente ti porta a fare più di quello che fai.
Anche dal punto di vista del fare musica, quando noi, e tanta altra gente, abbiamo cominciato, abbiamo deciso di fare musica perché era qualcosa di importante nella nostra vita in generale, avevamo bisogno di trovare una forma d’espressione, qualcosa che ci aprisse un po’ le giornate e l’esistenza. Oggi tende ad essere già da subito un progetto di carattere professionale, che in realtà è molto svilente per quello che può essere la musica. Per noi a un certo punto è diventata una professione, senza che noi avessimo mai cercato di farla diventare tale. Partire con l’idea invece che lo sia da subito è una falsa partenza secondo noi, però è quella più diffusa oggi.

Rispetto a quando siete partiti voi, come vedete oggi il mondo della musica punk e alternativa? Com’è cambiata la situazione per le band emergenti?
Per darti l’idea dello stacco tecnologico, tieni conto che quando abbiamo cominciato a suonare non c’erano neanche i cellulari. Mi ricordo che andavamo al Leoncavallo a fare i corsi di computer su DOS, e la posta elettronica era una cosa misteriosa e fighissima, per pochi adepti. Il mondo è cambiato tantissimo: così tanto che non ci ricordiamo com’era.
Abbiamo acquisito mobilità ed estensione; abbiamo perso incisività e forse un po’ di calore: i posti dove abbiamo cominciato a suonare, a distanza di vent’anni, con tutto il rispetto e le differenze, oggi sembrano un po’ degli oratori dal punto di vista dell’accoglienza. Un centro sociale che sembra un oratorio potrà suonare blasfemo, però in realtà c’era una dimensione d’accoglienza e d’opportunità che era importantissima, perché i gruppi potevano sperimentare girando tutt’Italia, accontentandosi anche di condizioni limitatissime, ma avendo la possibilità di fare esperienza e di esibirsi. Oggi, anche un ragazzino di quindici anni che mette su un gruppo è costretto, indipendentemente dal suo atteggiamento e dalla sua attitudine, è costretto a mettersi subito in una logica iper professionale, altrimenti non trova spazi, perché gli spazi sono così pochi che devi presentarti già preciso, lindo, pulito, tutto organizzato, e questo va a discapito del piacere di fare delle cose per quello che sono, perché piacciono a te e che poi sono le cose che possono realmente funzionare.

Riascoltando oggi “Paranoia E Potere”, che ne pensate?
Che gran disco! Per quanto mi piacciano gli ultimi dischi che abbiamo fatto, “Paranoia E Potere” è diventato anche per noi un classico, irripetibile: avevamo un equilibrio, una forza particolare.
Con la registrazione di questo nuovo album però ci siamo divertiti come a quei tempi, abbiamo avuto un atteggiamento un po’ da gruppo esordiente: i brani sono semplici, snelli, hanno quella spontaneità dell’aver fatto tutto ciò che ci piaceva. È un po’ lo stesso spirito dei primi anni, di “Paranoia e Potere”.
Siamo arrivati a fare quest’album in una situazione in cui non dovevamo rendere conto di niente a nessuno, non dovevamo dimostrare niente e potevamo permetterci di fare puramente e semplicemente quello che ci piaceva.
[PAGEBREAK] Un tema che voi avete sempre affrontato e supportato è quello della liberalizzazione. Su questo fronte siete ancora attivi?
Sì. Pensiamo non ci sia niente di più nocivo della disinformazione e dell’impossibilità di controllare la qualità di ciò che viene consumato. Il proibizionismo, sostanzialmente, non impedisce la circolazione della droga e anzi la favorisce dal punto di vista promozionale.
Alla fine per il consumatore significa non avere la capacità di controllo su ciò che consuma, che è comunque un male peggiore che la disponibilità di materiale certificato, tracciabile e identificabile. Non fosse altro che per questo, il proibizionismo sarebbe già una scelta sbagliata.
Dopodiché, sappiamo che dietro alle retoriche di Giovanardi e quella gente sui danni alla salute e sulla necessità di proibire ci sono sempre e solo interessi, perché il proibizionismo garantisce che una merce che vale dieci valga invece mille, perché è proibita; e su quei mille circola del gran denaro che finisce nelle mani di chi la fornisce: la ‘ndrangheta, per citarne una, non è favorevole alla liberalizzazione delle droghe, perché perderebbe un sacco di soldi. Questo per noi è un altro motivo sufficiente per essere a favore della liberalizzazione.

A Novembre scorso avete denunciato un aggressione in albergo, a Nichelino, da parte di alcuni Carabinieri. Com’è finita quella storia? C’è stato un risvolto legale?
No, ci siamo accontentati di fare una denuncia mediatica, perché una denuncia sul piano giuridico avrebbe potuto essere fatta, ma non dal gruppo nel suo complesso: se fosse stato quello il caso l’avremmo fatta, perché ci avrebbe fatti sentire uniti e forti e perché era effettivamente una cosa che meritava di essere denunciata. Invece la denuncia avrebbe potuto essere fatta soltanto dai singoli che avevano subito la prima e immediata aggressione. Questo, a giudizio nostro e del nostro avvocato, li esponeva ad una situazione spiacevole e che peraltro non avrebbe probabilmente avuto degli effetti reali dal punto di vista dei provvedimenti interni delle forze dell’ordine.
Abbiamo quindi pensato che fosse sufficientemente incisiva la denuncia mediatica per testimoniare una situazione che la dice lunga in merito alla responsabilità di chi, in questo momento, detiene il monopolio della violenza. Ovvio che in una situazione come quella italiana, in cui abbiamo visto Genova 2001 e poi a seguire tutta una serie di episodi assimilabili, siamo spesso nelle mani di persone irresponsabili. Non tutti e non sempre, senza fare discorsi generalizzanti, però spesso e volentieri siamo nelle mani di persone irresponsabili che tuttavia possono usare armi, lacrimogeni e quant’altro; e fare la differenza è l’impunità che gli viene garantita, che non hanno ad esempio i ragazzi che manifestano in Val di Susa contro la TAV.
A proposito dei NO TAV, merita una piccola citazione, sarà che ci sentiamo molto vicini alla loro lotta, ma il progetto TAV, rispetto a quello che dicevamo prima sull’inquinamento, è proprio un progetto che, oltre a garantire semplicemente una spartizione di soldi pubblici tra quelli nelle posizioni giuste, è anche un progetto vecchio: fatto per aumentare la capacità di distribuzione di merci. Ma noi di merci ne abbiamo troppe, noi abbiamo bisogno di servizi, e per servizi non s’intende certo andare a 300 all’ora in treno, ma significa scuole, assistenza, sanità; significa avere la possibilità economica di avere una vita dignitosa, anche quando non hai un lavoro, magari perché la flessibilità ti lascia senza lavoro o ti costringe a studiare per ricollocarti.

Se saremo in tanti oppure no, sarà solo il futuro a dircelo. Una cosa è certa: i Punkreas ci saranno e continueranno a suonare.

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