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Pupi Avati presenta “Un ragazzo d’oro”, il suo nuovo film con Sharon Stone

Arriva nelle sale giovedì 18 settembre il nuovo film di Pupi Avati, “Un ragazzo d’oro“.

All’incontro con i giornalisti romani erano presenti il regista, il produttore Antonio Avati, le attrici Cristiana Capotondi e Giovanna Ralli (assente invece Riccardo Scamarcio), e l’autore della colonna sonora Raphael Gualazzi.

La prima domanda, però, si concentra immediatamente su una presenza insolita nel cast di un film italiano, scelta da Pupi Avati come co-protagonista del film: Sharon Stone.

Perché Sharon Stone? Com’è stato averla sul set?
Pupi Avati: L’idea mi è venuta immediatamente, appena ho pensato al personaggio di Ludovica Stern. Una ex star anni 90 che si è reinventata e ora vive a Roma: una donna intelligente, carismatica, capace di attrarre al primo sguardo. Per quanto riguarde le capacità interpretative, so bene che ci sono attrici più brave di Sharon Stone ma poche avrebbero avuto il suo stesso impatto da icona. L’immagine di Sharon è riconoscibile ovunque. Mio fratello Antonio all’inizio mi ha scoraggiato, e così il produttore Paolo Del Brocco. Riuscire ad averla nel nostro progetto non è stato facile: una trattativa lunghissima.

Antonio Avati: Il nostro primo incontro con Sharon è avvenuto a Firenze. Lei ci stava aspettando sul binario sbagliato, seduta su una valigia. Nessuno la riconosceva. Poi, arrivati a Roma, già alla stazione Tiburtina abbiamo incontrato i primi fotografi e il giorno dopo, sul set a Piazza del Popolo, ce n’erano più di duecento. Da quel momento l’atteggiamento modesto e remissivo di questa attrice – diciamolo – un po’ in declino è cambiato e non ci ha risparmiato diversi strani comportamenti da diva. L’ultimo giorno di riprese, ad esempio, ha notato la presenza di un operatore televisivo vicino alla nostra macchina da presa e se n’è andata. L’abbiamo cercata dappertutto. Infine ci ha chiamati al telefono il suo agente spiegandoci che Sharon non sarebbe tornata al lavoro finché noi non avessimo allontanato qualsiasi fotografo o operatore estraneo al set. La cosa buffa è stato scoprire che lei si era rinchiusa in un’automobile a pochi passi da noi. Ma, piuttosto che parlarci direttamente, ha preferito chiamare il suo agente in America.

Cristiana Capotondi: Per me è stato divertentissimo vedere l’industria hollywoodiana e il divismo, per noi anacronistico, rappresentati da Sharon Stone scontrarsi con il cinema artigianale degli Avati. Potremmo raccontare tantissimi aneddoti, vi dico solo che da quando ho incontrato Sharon Stone pretendo anch’io nei miei contratti la carta di credito della produzione  (ride, ndr.). Lei l’ha usata per fare uno shopping mirato ad entrare nel personaggio: quando Antonio ha saputo che è entrata da Bulgari, è impallidito.

Nel film è presente anche una citazione della scena di “Basic Instinct” nella quale Sharon Stone accavallava le gambe.
P. Avati: Lei si è dimostrata molto autoironica su questo punto ma è inevitabile pensare a quella scena, ormai fissata nel nostro immaginario.

A. Avati: Però abbiamo avuto il buon gusto di non metterla nel trailer.

Il rapporto padre-figlio, uno dei temi prediletti da Pupi Avati, torna anche in questo film.
P. Avati: L’ ostinazione su questo tema mi deriva dal fatto che noi non abbiamo avuto un papà, nostro padre è morto quando avevo dodici anni. Questo può essere stato anche un vantaggio, perché le madri sanno cavarsela benissimo e sono capaci di essere più generose e accoglienti nei confronti dei figli e dei loro sogni. Io mi sono potuto dedicare al jazz, e poi al cinema, senza alcuna costrizione. Diventato adulto, però, ho sentito sempre più il bisogno di una figura paterna. In questo film ho voluto rappresentare, nel “ragazzo d’oro, il figlio più bello che si possa immaginare, come una sorta di risarcimento verso un padre che è mancato. Vivo con la sensazione di non aver ancora girato il film della mia vita. Gli anni aumentano, e gli anni che ho avanti diminuiscono. So di non poter riassumere la mia esistenza in una sintesi cinematografica e ho cercato di inserire questa suggestione, questa mancanza, in “Un ragazzo d’oro”. E non è causale che oggi sia qua con me mio figlio Tommaso, co-sceneggiatore del film.

Tommaso Avati: Lavorare con un padre come Pupi Avati non è stato facile. È apparso subito evidente che quella che stavamo scrivendo era la nostra storia, però evitavamo di dircelo apertamente, protetti da una sorta di pudore un po’ ipocrita.

E poi c’è la madre, interpretata da Giovanna Ralli.
Giovanna Ralli: Il mio ruolo è quello di una madre tradizionale che ama la famiglia, e ama talmente il marito da diventarne complice nel tradimento. Un marito che poi rivede nel figlio. E Pupi Avati sa cogliere tutte queste sfumature come un poeta.

La creatività ha un rapporto con la follia, o comunque con uno stato mentale alterato, come vediamo nel film?
P. Avati: Sì, solo chi vive un disturbo psicologico può avere il coraggio di uscire dagli schemi e dai comportamenti omologati e omologanti. Le persone con questo tipo di problemi sono spesso le più fantasiose, le uniche che si permettono il lusso di non rassegnarsi alle regole.

Cristiana Capotondi, in “Un ragazzo d’oro” lavori con tre icone: Sharon Stone, Pupi Avati e Giovanna Ralli. Cosa ti ha colpito di più e cosa hai appreso da ognuno di loro?
C. Capotondi: Da Sharon Stone ho imparato l’intelligenza di gestire la propria bellezza e saperla usare considerandola come un talento. Giovanna è una donna che possiede una grazia particolare, mai aggressiva, e questo la rende un’interprete particolarmente sincera. Pupi Avati, infine, mi ha comunicato un forte desiderio di vicinanza emotiva con le persone, e non è una cosa molto frequente.

“Un ragazzo d’oro” segna la prima esperienza cinematografica di Pupi Avati.
Raphael Gualazzi: Sì, è stata la mia prima esperienza come compositore di colonne sonore, un’esperienza bellissima. La sceneggiatura mi ha commosso. Pupi è una persona di grandissima sensibilità musicale e niente è stato lasciato al caso, dai riferimenti alla costruzione delle atmosfere.

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