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  • Puscifer: V Is For Vagina

    Puscifer

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Capricci d’autore? Solisti per caso? No, grazie.

Puscifer. Parecchi anni di chiacchiere, se ne parla dal 2003, anticipazioni su anticipazioni, partecipazioni a colonne sonore (Underworld, Saw II), annunciazioni-annuciazioni (perepè), e finalmente vien dato alle stampe il capriccio di Maynard, mentore vocale dei mostri sacri Tool e degli ammuffiti A Perfect Circle.

Raramente ci si trova di fronte a capolavori per quanto concerne uscite similari e sfortunatamente “V” non rappresenta un’eccezione. Keenan stesso ha definito il progetto “Simply a playground for the various voices in my head [...] a space with no clear or discernible goals, where my Id, Ego, and Anima all come together to exchange cookie recipes“. Che dire, se non che concordo con lui? Un bel pot-pourri di deliri vari, grottescamente assemblati su tappeti trip-hop (“The Undertaker”), electrowestern music, elettronica ben congegnata, ma semplice come la ricetta dei biscotti della nonna. Sempre concordi con l’auto-definizione del lider maximo, noi comuni mortali siamo qui a chiederci se c’era bisogno di registrare le sopracitate “voci nella sua testa”, non tanto perché non abbiano nulla da dire concettualmente, quanto perché musicate in questo modo divengono irritanti, autoreferenziali, fastidiosamente e volutamente ripetitive (“Vagina Mine” o l’estenuante “Drunk with Power”), improntate su una banalità che, onestamente, non si addice a MJK.

Brani da ricordare? Ce ne sono che non lasciano totalmente indifferenti, mettiamola in questi termini. Una su tutte, anzi una delle poche, “Momma Sad”, unico vero potenziale singolo: ruffiano, delicato, seppur poco originale. Altre canzoni invece, troppe ad essere onesti, stanno in piedi per miracolo, affidano la loro vuota interezza esclusivamente alle suadenti timbriche di Maynard, o poggiano su singoli elementi: il loop di batteria dell’opener “Queen B.” o “REV 22:20 (Dry Martini mix)”, replay triste dei già tristi A Perfect Circle di “Emotive”, pseudo atmosfere da fumoso jazz club buttate giù in cinque minuti e spacciate per “roba di classe”.

Non basta dunque il buon Maynard, qui completamente vittima di se stesso e della sua anomala personalità, tanto da (ri)vestire i panni del messia in “Sour Grapes” ripetendo l’esperimento che alla numero 69 chiudeva come ghost track il seminale “Undertow” dei Tool. Non basta la sua voce, né tantomeno il suo nome sul terribile bollino applicato sul raccapricciante artowrk scelto, non bastano i dieci e più superospiti, che non citiamo per non ripetere cose già lette. Non basta nulla di tutto questo per trasformare in oro “V Is For Vagina”, un disco totalmente privo di mordente, di un qualche barlume di linea guida, un non-album, una raccolta di idee primordiali, di pre-demo. Noi siamo sì ascoltatori e fan fedeli, ma siamo anche dotati del libero arbitrio e capaci di capire quando e quanto veniamo presi in giro.

Puscifer: se non ci fossero, nessuno si sognerebbe di inventarli.

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